Da più di tre decenni Danny Boyle osserva la società con lo sguardo di chi ne intercetta le crepe prima che diventino fratture. Lo ha fatto raccontando lo smarrimento di una generazione in Piccoli omicidi tra amici e Trainspotting, la tentazione dell’altrove in The Beach, la vertigine collettiva in 28 giorni dopo e nel recente 28 anni dopo. A questo itinerario si aggiunge ora Ink, film d’apertura di Venezia 83. Tratto dall’omonimo testo teatrale di James Graham, di cui conserva l’impianto scenico, il film ricostruisce la folgorante e discussa trasformazione del Sun nel quotidiano più diffuso del Regno Unito, frutto delle scelte dell’editore Rupert Murdoch e del direttore Larry Lamb, che sullo schermo hanno i volti di Guy Pearce e Jack O’Connell.
Il punto di partenza è un giornale sull’orlo del tracollo. A rilevarlo è Murdoch, imprenditore australiano che ne affida la guida a Lamb, transfuga del rivale Daily Mirror e roso dalla sensazione che la propria carriera si sia arenata. La consegna è temeraria, perché in dodici mesi il Sun dovrà diventare il quotidiano più venduto del Paese. Lamb risponde reclutando una redazione di giornalisti abili quanto spregiudicati, nella quale spicca Joyce Hopkirk, interpretata da Claire Foy, prima donna a occupare un ruolo di editor nella testata. Sotto la pressione del cinismo di Murdoch, la linea editoriale viene stravolta e il giornale sceglie di parlare alla pancia dei lettori, occupando gli spazi che la concorrenza lascia scoperti, dalla televisione al sesso. Le vendite decollano e insieme cresce il coro delle critiche verso decisioni sempre più azzardate, che finiscono per mettere a disagio persino chi le aveva incoraggiate.

Chi si attende un ritratto del magnate nel solco di Quarto potere rischia di restare disorientato. Il centro gravitazionale del racconto non è tanto Murdoch, quanto il meno celebre Lamb, mosso da un bisogno di riscatto che lo porta a smarrire, passo dopo passo, ogni principio deontologico e ogni freno morale. Nel corso di Ink le posizioni dei due protagonisti finiscono per capovolgersi. L’assenza di scrupoli del magnate vacilla davanti alla lenta discesa agli inferi del direttore, una caduta che alimenta polemiche ma produce bilanci inattaccabili. Boyle disegna questa ascesa con grande incisività, insistendo sull’ossessione del direttore per le cifre delle tirature e sul delirio di onnipotenza che progressivamente lo consuma. Il film non rinuncia a una vena ironica che trova la sua espressione più felice nelle esilaranti riunioni di redazione dove si costruisce, pezzo dopo pezzo, la linea più popolare e populista che si possa immaginare.
Riemerge così il dilemma di sempre del mestiere: offrire un’informazione rigorosa e affidabile, oppure servire ai lettori un nutrimento facile per i loro istinti più bassi? Con il procedere del film si svela il nucleo della riflessione di Boyle, che utilizza il passato per parlare dell’oggi e costruisce una sorta di origin story della disinformazione contemporanea, sancita da un montaggio audace che dalle vicende del Sun salta ai nostri giorni, ai social network e agli influencer. Il filo che unisce Sun, Fox News e Facebook è naturalmente Murdoch, presente a vario titolo in ciascuna di queste realtà, ma Boyle preferisce non insistere troppo sulla sua figura, concentrandosi sull’ascesa e sull’inevitabile rovina del primo, in ordine cronologico, di tanti sottoposti che il magnate ha condotto al successo.



