Un uomo dorme in primo piano, il corpo abbandonato sulla terra. Poco più in alto altri personaggi si raccolgono tra rocce taglienti e tronchi che sembrano colonne naturali. Lo sguardo sale lentamente lungo il foglio seguendo una trama fitta di segni, attraversa una vegetazione che assomiglia a una foresta pietrificata e arriva fino a un gruppo di figure immerse nel silenzio. Davanti a Gli Apostoli nell’orto di Bernardino Palazzi si ha la sensazione di trovarsi di fronte a un’immagine che custodisce un segreto.
Quel foglio, realizzato nel 1927, ha attraversato quasi un secolo di storia. Sul retro conserva ancora le etichette originali della XVI Biennale di Venezia del 1928, dove venne esposto quando l’artista aveva appena vent’anni. Poi il silenzio. Per 98 lunghissimi anni l’opera è rimasta fuori dai radar della critica, quasi inghiottita dal tempo, fino alla recente riscoperta che oggi costituisce il cuore della mostra Radici, ospitata da Mancaspazio a Nuoro.
Il ritrovamento di Gli Apostoli nell’orto, appartenuto alla stessa famiglia per generazioni, apre infatti una finestra sulla figura di Bernardino Palazzi, artista nato a Nuoro nel 1907, protagonista di una vicenda che attraversa gran parte del Novecento italiano e che oggi merita di essere osservata con uno sguardo nuovo.

La mostra curata da Chiara Manca (che, oltre ad essere una grande gallerista, ha un talento quasi archeologico per le scoperte) assume così il carattere di una ricostruzione paziente. Quest’opera contribuisce a comporre un racconto che parte dalla Sardegna e alla Sardegna continua a tornare, come se il paesaggio dell’isola fosse rimasto per tutta la vita il punto di riferimento attorno al quale organizzare immagini, memorie e visioni.
La storia di Palazzi prende forma in una Nuoro culturalmente vivacissima. Nato nel 1907, gli anni della sua giovinezza coincidono con la stagione che vede la città imporsi come uno dei principali laboratori intellettuali dell’isola. L’eredità di Grazia Deledda continua a essere presente, mentre artisti, scrittori e intellettuali contribuiscono alla costruzione di un’identità culturale forte e consapevole.
Dopo gli studi classici, Palazzi prosegue la propria formazione tra Roma e Firenze. Frequenta ambienti artistici di primo piano, entra in contatto con figure importanti della cultura italiana e costruisce rapidamente una solida reputazione. La partecipazione alla Biennale di Venezia del 1928 rappresenta la conferma più evidente del suo talento: tra oltre millequattrocento candidature, il suo lavoro conquista l’attenzione della commissione selezionatrice.
Osservando oggi Gli Apostoli nell’orto si comprende facilmente il motivo di quel successo. L’opera possiede una maturità sorprendente. Le figure emergono da una struttura compositiva rigorosa, mentre il paesaggio assume una presenza quasi fisica. Alberi, rocce e vegetazione occupano lo spazio con la stessa importanza dei personaggi. Il racconto evangelico si intreccia con la geografia della Sardegna, trasformandosi in una visione profondamente personale.
In queste forme contorte, in questi tronchi nodosi e nelle masse rocciose che dominano la scena si riconosce già uno degli elementi fondamentali della ricerca di Palazzi: il rapporto con la terra, intesa come esperienza vissuta, memoria collettiva e materia culturale.

Questo legame emerge ancora più chiaramente in La Veronica, altra grande protagonista della mostra. Realizzato nel 1951, il dipinto (bozzetto per un affresco più grande del quale non si conosce l’esistenza, forse in una casa privata o forse in una qualche chiesa romana) affronta un tema tradizionale della pittura sacra con un episodio dei vangeli apocrifi, ma lo sviluppa in modo sorprendentemente originale. Il centro emotivo dell’opera non coincide con il momento religioso in senso stretto, ma si distribuisce lungo tutta la superficie, coinvolgendo una moltitudine di personaggi che trasformano la scena in un grande affresco della vita popolare.
Lo sguardo vaga continuamente tra donne sedute ai margini del percorso, animali da soma, gruppi di pellegrini, contadini e musicisti. Ogni figura sembra raccontare una storia autonoma. Il paesaggio diventa teatro di una coralità che richiama la Sardegna rurale e le sue tradizioni. Palazzi costruisce così una pittura narrativa, capace di fondere memoria personale e racconto collettivo. La dimensione religiosa offre il punto di partenza, mentre il vero soggetto diventa l’umanità che attraversa la scena.
Questa capacità di trasformare episodi sacri in immagini profondamente radicate nella vita quotidiana costituisce uno degli aspetti più interessanti della sua ricerca. Le opere evitano qualsiasi distanza accademica, i personaggi appaiono vicini, concreti, riconoscibili.
Come dice Chiara Manca, “esporre le opere di Bernardino Palazzi a Nuoro, significa, innanzitutto, riportare l’artista al luogo di origine, una scelta che ha un significato, a prescindere da tutto ciò che si possa pensare” e il titolo, Radici, sintetizza perfettamente questo percorso. Le radici sono quelle di un artista che ha continuato a dialogare con la propria terra anche quando viveva lontano, sono quelle di una memoria che riaffiora attraverso opere dimenticate, quelle di una storia che torna a essere raccontata.
Alla fine della visita rimane soprattutto l’immagine di quel disegno del 1927. Un foglio sopravvissuto al tempo, alle dispersioni, agli archivi e alle dimenticanze, grazie anche al catalogo con interventi di Chiara Manca, Elena Pontiggia e Antonello Cuccu.


