La stagione 2026-2027 mette in rete Pinacoteca, Palazzo Citterio, Biblioteca Braidense e Accademia. Un programma molto ricco che è anche un esperimento sull’identità delle istituzioni culturali milanesi.
Non è soltanto un calendario di mostre. La nuova stagione della Grande Brera, in programma dall’ottobre 2026 alla primavera inoltrata del 2027, rappresenta il tentativo di trasformare un insieme di istituzioni storicamente vicine in un unico organismo culturale. Pinacoteca di Brera, Palazzo Citterio, Biblioteca Nazionale Braidense e Accademia di Belle Arti costruiscono infatti un programma condiviso che attraversa pittura, letteratura, formazione artistica, performance e cultura digitale.
Il progetto parte da un patrimonio eccezionale, ma anche da una domanda tutt’altro che scontata: può la Grande Brera essere percepita dal pubblico come una sola istituzione, anziché come una costellazione di luoghi distinti?
La Pinacoteca concentrerà una parte importante della programmazione su due anniversari. Il primo riguarda i cento anni dell’Associazione Amici di Brera, celebrati con la mostra Cento anni per Brera. Acquisti e doni degli Amici. L’esposizione dovrebbe rendere visibile un aspetto spesso trascurato della vita museale: il ruolo della società civile nella costruzione delle collezioni pubbliche. Donazioni, acquisizioni e attività di sostegno raccontano infatti quanto la storia di un museo dipenda anche da reti di cittadini, collezionisti, imprenditori e benefattori.
Il secondo anniversario sono i 250 anni dell’Accademia di Belle Arti di Brera, per i quali è previsto un omaggio monumentale a Francesco Hayez. La scelta non è puramente celebrativa: Hayez incarna il rapporto tra insegnamento, produzione artistica e immaginario nazionale sviluppatosi nella Brera ottocentesca. La sua pittura permette inoltre di collegare l’Accademia alla Pinacoteca, la storia dell’arte alla storia politica e culturale di Milano.
Il centro della sperimentazione contemporanea sarà invece Palazzo Citterio. Qui arriverà un approfondimento dedicato a Carlo Maria Mariani, artista difficilmente rinchiudibile in una sola definizione, capace di attraversare neoclassicismo concettuale, iperrealismo, astrazione e pittura metafisica. Un’altra mostra ricostruirà il contributo dei docenti dell’Accademia, da Adolfo Wildt, Carlo Carrà e Marino Marini fino a Luciano Fabro, Grazia Varisco e Alberto Garutti. L’insegnamento artistico verrà così presentato non come un’attività laterale, ma come uno dei laboratori nei quali si è formata la cultura visiva italiana del Novecento.
Uno degli appuntamenti di maggiore richiamo sarà la mostra dedicata a Mario Schifano, distribuita fra il secondo piano e la Sala Stirling. Accanto alle opere rappresentative delle diverse fasi della sua ricerca, il progetto tenterà di ricreare l’energia interdisciplinare degli anni Sessanta: immagini, musica, psichedelia e performance, con un riferimento all’happening organizzato dall’artista al Piper di Roma nel dicembre 1967. Il rischio delle ricostruzioni ambientali è sempre quello di trasformare la controcultura in scenografia; la loro forza, però, consiste nella possibilità di restituire un artista come produttore di esperienze, non soltanto di quadri.
A Palazzo Citterio arriverà anche Sean Scully, con una mostra dedicata al rapporto profondo che l’artista statunitense ha costruito con l’Italia e con la sua tradizione pittorica. Sul grande ledwall continuerà invece la collaborazione con il Museo nazionale dell’Arte digitale. Marina Abramović presenterà Marina Abramović Element, una serie di performance digitali realizzata con il supporto di TAEX Gallery, seguita da The Intelligence of Wonder di Davide Maria Coltro.
Il passaggio dalla presenza fisica dell’artista alla sua traduzione digitale apre uno dei temi più interessanti del programma: che cosa accade a una performance quando il corpo viene trasferito su uno schermo monumentale? L’opera diventa documento, nuova esperienza o contenuto spettacolare per lo spazio pubblico?
Anche la Biblioteca Braidense parteciperà alla costruzione di questa identità plurale. Nel decennale della morte di Umberto Eco, una mostra ricostruirà l’universo visivo de L’isola del giorno prima attraverso libri antichi, materiali scientifici, fondi bibliografici, lavori preparatori e ricostruzioni digitali. Seguiranno un progetto dedicato a Michele Ciacciofera e le celebrazioni per i duecento anni della “Ventisettana”, la prima edizione dei Promessi sposi pubblicata nel 1827.
La vera notizia, dunque, non è la presenza di tanti nomi celebri. È il tentativo di fare della Grande Brera una piattaforma culturale policentrica, nella quale patrimonio, ricerca, formazione e sperimentazione digitale possano rafforzarsi a vicenda. La riuscita dell’operazione dipenderà dalla capacità di costruire collegamenti leggibili tra le mostre, percorsi comuni e strumenti di accesso integrati. Altrimenti il programma rischierà di rimanere una somma prestigiosa di appuntamenti paralleli.
Se l’esperimento funzionerà, Milano non avrà semplicemente una Pinacoteca più grande. Avrà un museo diffuso capace di raccontare, nello stesso sistema, Hayez e Schifano, Manzoni e Umberto Eco, l’Accademia storica e l’arte digitale.



