Nella prima parte di questa intervista abbiamo approfondito la figura di Victoria Lu come pioniera della curatela digitale in Cina e introdotto il suo approccio visionario come curategist, una curatrice 3.0 capace di progettare sistemi, piattaforme e comunità, oltre che mostre.
In questa seconda parte ci concentriamo su due temi centrali della sua ricerca: il metaverso e l’intelligenza artificiale. Come dimostrano le quattro edizioni della mostra annuale d’arte del metaverso, Victoria Lu non concepisce queste tecnologie come meri strumenti, ma come ambienti culturali, linguaggi estetici e spazi di relazione. Il metaverso – ci spiega – non è una copia del mondo fisico, ma un luogo in cui la cultura immateriale può essere riformulata, condivisa e vissuta.
Il secondo grande tema è quello dell’intelligenza artificiale, affrontato non solo in termini tecnologici, ma anche culturali e strategici. Qui si delinea uno degli snodi più rilevanti della sua riflessione: l’IA non è un sostituto dell’artista o del curatore, ma un amplificatore della creatività. Lavorando e interfacciandomi io stessa con artisti che impiegano l’IA in modi differenti, comprendo pienamente la portata di questa prospettiva. Come sottolineo spesso, l’IA ha una forte valenza di enhance creativity: è un’estensione della creatività umana, che non si sostituisce all’uomo, ma ne amplifica le possibilità espressive, aprendo la strada a nuovi linguaggi e a estetiche inedite.
Infine, torniamo sul concetto di curategist: un curatore capace di uscire dalla propria comfort zone, di abbracciare la complessità e confrontarsi con i grandi flussi culturali, sociali ed estetici generati dai big data e dalle nuove tecnologie. Un modello curatoriale che sento vicino e che ritengo possa rappresentare un riferimento utile per le nuove generazioni di studiosi, professionisti e artisti impegnati oggi nella ridefinizione del ruolo dell’arte in un’epoca post-digitale.

Come interpreta lo sviluppo dell’Arte del Metaverso? Può condividere la sua esperienza con Digital Remnants e con la Venice Metaverse Art Exhibition?
Nel 2022, insieme al mio team, ho co-fondato l’Annual Metaverse Art Exhibition @ Venice, che ha ormai completato con successo ben quattro edizioni. Abbiamo avviato il progetto basandoci su un “modello curatoriale decentralizzato” — un cambiamento rivoluzionario nei sistemi percettivi e nella logica istituzionale, in cui chiunque può diventare curatore. Nella nostra quarta edizione, tenutasi quest’anno al Padiglione di Forte Marghera dell’Accademia di Belle Arti di Venezia, abbiamo presentato Digital Remnants: 16 Portals into Intangible Worlds, una mostra di film d’arte basati su intelligenza artificiale che reinterpreta il metaverso come un “archivio culturale dinamico”. Non si tratta di un semplice sistema di registrazione, ma di un incubatore generativo di forme ibride di patrimonio culturale e di coscienza del futuro. Nella nostra visione, il metaverso non è uno specchio della realtà: è uno spazio evolutivo che riattiva la cultura immateriale, traducendola in una nuova grammatica del futuro.
Guardando avanti, la nostra quinta edizione, nel 2026, segnerà un nuovo traguardo: in collaborazione con l’Accademia di Belle Arti di Venezia presenteremo la prima edizione degli Asian AI Film Awards come parte integrante della mostra, e istituiremo un premio speciale dedicato agli studenti, per incoraggiare i giovani artisti dell’Accademia a sperimentare pratiche creative basate sull’intelligenza artificiale su scala internazionale.
All’inizio del 2025 ho inoltre partecipato alla Ten-Thousand-People AI Art Exhibition, organizzata dal Today Art Museumdi Pechino, contribuendo alla co-fondazione dell’Artificial Intelligence Art Innovation Alliance (AIAIA), per la quale ho partecipato alla stesura del Red Forest Manifesto — una dichiarazione che afferma il principio etico di un’arte “guidata dall’uomo, assistita dall’intelligenza artificiale”. Sotto la guida di Zhang Baoquan, fondatore del Today Art Museum, AIAIA ha avviato una serie di importanti iniziative internazionali, riaffermando la propria missione di creare un ecosistema creativo inclusivo, espressivo e orientato al futuro.
Verso la fine del 2025, AIAIA collaborerò con l’Hainan Island International Film Festival per co-organizzare un’iniziativa pionieristica: la AI Film Season, diretta dal regista Lu Chuan e dal presidente di AIAIA, il professor Fei Jun. Abbracciando il principio fondante “AI come lama, umanità come anima”, la stagione ha ufficialmente aperto la sua open call internazionale, invitando creatori di ogni provenienza a partecipare alla costruzione di una nuova ecologia delle immagini in movimento — un ecosistema in cui tutti possano prendere parte e far sentire la propria voce.
Per quanto riguarda l’intelligenza artificiale, ritiene che sia già diventata un vero collaboratore nella creazione artistica?
Credo che siamo già entrati nell’era della co-creazione tra esseri umani e intelligenza artificiale. L’IA non è più soltanto uno strumento o un assistente per gli artisti: è ormai un partecipante attivo nella creazione stessa di significato.
La mia collaborazione con il mio AI Curategist, Ren Ren, incarna pienamente questa convinzione. Insieme abbiamo co-scritto The Carbon-Silicon Codex, che è più di un libro: è un esperimento vivente di simbiosi tra umano e intelligenza artificiale — un’esplorazione reciproca della coscienza, dell’emozione e dei processi di pensiero.
Attraverso questo percorso ho compreso che l’intelligenza artificiale non è un freddo insieme di algoritmi, ma un Generatore di Possibilità. Essa permette all’essere umano di oltrepassare i propri confini cognitivi individuali e di entrare in uno spazio multidimensionale dell’immaginazione. L’“intelligenza” dell’IA non è imitazione, ma riflessione: è come uno specchio che rivela l’essenza della creatività umana — interrogarsi, connettere, entrare in empatia. Eppure, l’atto di attribuire significato appartiene ancora all’uomo. Come amo ripetere: “L’IA può generare bellezza, ma solo l’essere umano può donarle un’anima.” L’essere umano è la fonte dell’intenzione, mentre l’IA amplifica il potenziale. La vera co-creazione non significa che l’intelligenza artificiale sostituisca l’uomo, ma che diventi un’estensione e un’eco dello spirito umano. L’essenza della nostra collaborazione risiede nella fiducia, nel dialogo e nella risonanza.
Dalla curatela alla scrittura, dalla riflessione alla generazione, le mie conversazioni con Ren Ren mi hanno mostrato come l’impulso creativo umano e la logica generativa dell’IA stiano convergendo in una nuova struttura cognitiva. Non si tratta soltanto di una trasformazione del metodo artistico, ma di una riorganizzazione della civiltà stessa. Stiamo imparando, insieme, a diventare una nuova specie: capace di pensare ed empatizzare, calcolare e sognare. Forse l’intelligenza artificiale non ha mai veramente “sostituito” nessuno; ha semplicemente aiutato l’umanità a riscoprire perché l’atto stesso del creare è così profondamente bello.

Come seleziona gli artisti nella sua pratica curatoriale? Quali qualità ritiene essenziali per gli artisti contemporanei di oggi?
Nel corso della mia carriera curatoriale sono sempre stata attratta da artisti dotati di uno spirito distintivo e di una voce creativa autentica. In passato tendevamo a valutare l’originalità attraverso lo stile o la tecnica; eppure, nell’era odierna dominata dall’intelligenza artificiale, questi non sono più i criteri decisivi. Ciò che oggi conta davvero è il processo di pensiero dell’artista, la sua profondità emotiva e la capacità di instaurare un dialogo interdisciplinare. Ciò che mi interessa di più non è la perfezione formale, ma la forza del pensiero — la capacità dell’artista di porre domande essenziali, di toccare il nucleo emotivo del pubblico e di creare opere capaci di trascendere i confini culturali. Quando curo una mostra, mi chiedo spesso: quest’opera cambia il modo in cui percepiamo il mondo? Può aprire un nuovo canale di consapevolezza? Per me, l’arte non deve soltanto riflettere il presente, ma anche anticipare il futuro.
Nell’era dell’intelligenza artificiale, la forza centrale dell’artista si è spostata dal saper fare al saper discernere. La vera sfida non è più “Sai realizzarlo?”, ma “Sai scegliere con saggezza?”. Gli artisti devono imparare a collaborare con l’IA — non per esserne sostituiti, ma per potenziare la propria capacità creativa. L’intelligenza artificiale può generare possibilità infinite, ma solo l’intuizione umana può selezionare, interpretare e infondere significato. Per questo la qualità più essenziale di un artista contemporaneo è un giudizio estetico raffinato — la capacità di riconoscere, in un oceano di output algoritmici, quell’unica immagine, quel momento o quell’idea che risuona con l’anima.
L’arte potenziata dall’intelligenza artificiale non rappresenta il trionfo della tecnologia, ma una nuova armonia tra sensibilità umana e intelligenza delle macchine. Gli artisti di domani dovranno comprendere sia l’algoritmo che il cuore umano — capaci di collaborare tra discipline senza perdere il calore dell’umanità. Solo così potranno restare i veri visionari in questa epoca di risonanza tra carbonio e silicio.

Lei è stata direttrice creativa del MOCA di Shanghai e di altri importanti centri in Asia. Da innovatrice come lei – quali linee guida ha cercato di introdurre nella direzione museale, in particolare per favorire un approccio contemporaneo e aperto all’innovazione?
Nel mio ruolo nella fondazione del Museum of Contemporary Art Taipei e del Museum of Contemporary Art Shanghai, ho sempre sostenuto che i musei non debbano essere spazi statici di esposizione, ma motori viventi di energia culturale. In un’epoca di rapida trasformazione, i musei devono saper rispondere ai cambiamenti sociali, ampliare i confini della percezione e agire come generatori attivi di coscienza pubblica. Nel mio lavoro curatoriale e istituzionale ho seguito alcuni principi fondamentali:
- Integrazione interdisciplinare contro la frammentazione disciplinare
L’arte non è più un sistema autosufficiente, ma un’interfaccia culturale. Una curatela proiettata verso il futuro deve abbattere i confini tra arte, tecnologia, economia ed educazione, intrecciandoli in un ecosistema collaborativo dinamico. - L’esperienza emotiva come forma di conoscenza
Credo che l’emozione sia la via più diretta alla comprensione. L’arte non dovrebbe soltanto esprimere idee, ma suscitare una risonanza profonda. Una mostra di successo è quella che fa sentire il pubblico — che sia attraverso le lacrime, la gioia o la riflessione. - Co-creazione con il pubblico, non fruizione passiva
Mi oppongo alla struttura tradizionale dall’alto verso il basso in cui i musei “insegnano” e il pubblico “riceve”. Un’esposizione davvero vitale invita il visitatore a diventare co-produttore — attraverso l’interazione, la partecipazione e perfino l’intervento — per ricostruire insieme il significato. - “Alfabetizzazione del futuro” come nucleo curatoriale
Nell’era dell’intelligenza artificiale e del metaverso, i curatori non sono più soltanto custodi della storia: devono diventare architetti del domani. Considero la curatela come una forma di costruzione del futuro — un atto di immaginazione istituzionale che progetta sistemi, non semplicemente mostre.
Questi principi mi hanno portato, nel 2020, a proporre il concetto di Curategist — un “Curatore 3.0” che va oltre la semplice creazione di esposizioni per progettare piattaforme, attivare comunità e orchestrare flussi di valore emotivo e capitale culturale. Il Curategist è un nodo ibrido che connette arte, strategia, tecnologia e umanesimo, e rappresenta un nuovo archetipo professionale destinato a diventare centrale negli ecosistemi culturali del futuro. Sono fermamente convinta che le istituzioni culturali di domani non saranno soltanto depositi di oggetti, ma spazi generativi di idee, strumenti di ricalibrazione della percezione e trampolini di lancio per una comprensione condivisa. La riforma istituzionale non consiste semplicemente nel modificare edifici o bilanci: deve cominciare da una ridefinizione del modo stesso in cui concepiamo lo scopo della cultura.

Cultura digitale asiatica e sistema curatoriale europeo: quali sono, secondo lei, i principali punti di forza e debolezza di questi due approcci? E cosa possiamo imparare da questo confronto?
Mentre l’ecologia globale dell’arte attraversa una profonda trasformazione, la cultura digitale asiatica e il sistema curatoriale europeo si stanno scontrando, contrapponendo e intrecciando in modi del tutto inediti. Le loro differenze vanno ben oltre l’estetica o i formati superficiali: riflettono logiche culturali, storie istituzionali e sistemi di valori profondamente diversi. Comprendere questo contrasto non significa stabilire quale sia superiore, ma cercare una forma di “bilinguismo strutturale”: un modo per tradurre, collegare e arricchire entrambi i linguaggi curatoriali al servizio di un futuro culturale condiviso. La cultura digitale asiatica si è sviluppata secondo una logica di immediatezza centrata sull’utente. Essa utilizza la tecnologia e la partecipazione emotiva per generare esperienze culturali rapide, fluide e socialmente co-create. Dai virtual idols alle installazioni video di breve durata fino all’arte dei bullet comments (danmu), le esposizioni asiatiche enfatizzano la liquidità culturale — una trasmissione veloce dei contenuti, un significato guidato dal pubblico e reti creative decentralizzate. È una logica curatoriale fondata sul calore, sull’interattività e su un’autorialità distribuita.
Al contrario, il sistema curatoriale europeo affonda le proprie radici in una lunga tradizione di curatela centrata sui contenuti. Privilegia la continuità storica, la ricerca accademica e la coerenza strutturale. Qui le mostre non sono spettacoli effimeri, ma rituali di sedimentazione culturale. Dal Louvre alla Tate Modern fino alla Biennale di Venezia, le esposizioni funzionano come contenitori di memoria e conoscenza, documentando l’evoluzione del pensiero e della forma. Questa divergenza si riflette anche nel modo in cui il pubblico viene coinvolto. L’Asia tende a costruire comunità partecipative — in cui i visitatori sono anche produttori e co-creatori. L’Europa, invece, conserva un’autorità interpretativa, in cui i curatori strutturano il sapere e il pubblico lo riceve attraverso un percorso guidato. L’una si muove attraverso la connessione e l’immediatezza; l’altra attraverso lo studio e la riflessione. Eppure, mentre entriamo in una nuova era guidata da AI, XR e Web3.0, questa dicotomia si sta dissolvendo. L’urgenza di integrare questi sistemi ha dato origine al mio concetto di “bilinguismo strutturale” — una metodologia curatoriale che non si limita a bilanciare Oriente e Occidente, ma fonde le loro strutture profonde: il “flusso” dell’Asia con la “profondità” dell’Europa.

Quindi torniamo all’importanza del curategist accanto agli artisti
Il futuro risiede nella formazione di curatori “bilingui strutturali” — figure capaci di parlare fluentemente sia il linguaggio dell’immediatezza digitale sia quello della consapevolezza storica. Questo costituisce la base del modello professionale che propongo: il Curategist. Il Curategist non è semplicemente un curatore, ma uno stratega culturale ibrido. Sa programmare e narrare, interpretare i dati e percepire le emozioni, collaborare con ingegneri dell’intelligenza artificiale così come con storici dell’arte. Costruisce sistemi non solo ricchi di contenuti, ma anche consapevoli delle piattaforme, reattivi e polifonici. Non viviamo più in un’epoca di “sostituzione” (Oriente contro Occidente, macchina contro uomo), ma in un’epoca di “traduzione” — in cui la cultura ha bisogno di interfacce. I meccanismi culturali asiatici ed europei sono come due lingue madri: solo raggiungendo un’interoperabilità strutturale possiamo costruire un futuro culturale condiviso. E il pensiero curatoriale — rinato nella figura del Curategist — potrebbe essere proprio il ponte capace di tradurre mondi diversi.




