In un tempo che sembra aver smarrito la profondità, un gruppo di ventenni sceglie di fermarsi. E di farlo insieme.
Succede a Carrara, città dove il peso della tradizione artistica rischia spesso di trasformarsi in un’ingombrante eredità, ma dove qualcosa di inatteso sta accadendo dentro uno spazio urbano temporaneamente sottratto all’abbandono. Si chiama Espressione 21, ed è un collettivo artistico nato da un’idea tanto semplice quanto radicale: restituire significato alla libertà di espressione in un’epoca che, paradossalmente, produce immagini in eccesso e pensiero in difetto.
Il nome non è casuale. Richiama il primo comma dell’articolo 21 della Costituzione italiana “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione” e diventa dichiarazione politica, ma senza slogan. Piuttosto un posizionamento esistenziale.
A fondare il collettivo è stata Deborah Capozzolo, artista e studentessa dell’Accademia di Belle Arti di Carrara, che insieme ad altri giovani autori ha raccolto la sfida lanciata da un bando del Comune: riattivare spazi urbani temporaneamente inutilizzati affidandoli a nuove progettualità culturali. Da qui nasce una mostra inaugurata ieri e visitabile per un mese, costruita come un laboratorio aperto di pensiero visivo, attraversato da pittura, installazione, audiovisivo e sperimentazione sonora.
Accanto a Deborah Capozzolo espongono, fino a fine mese in via Santa Maria 9, Lidia Lulli, Giorgia Marsala, Martina Gavuglio, Matteo Marchi, Andrea Bartolini e Riccardo Adreani, tutti studenti o neolaureati dell’Accademia di Belle Arti di Carrara, uniti da una tensione comune più che da una poetica uniforme: interrogare il presente senza semplificarlo. Le loro opere attraversano temi come alienazione, solitudine, indifferenza, polarizzazione sociale, crisi identitaria e rapporto tra fisicità e digitale, restituendo il ritratto di una generazione che rifiuta tanto il disincanto quanto la passività.
Ma il punto non è soltanto espositivo. La sensazione, entrando nello spazio, è quella di trovarsi davanti a una generazione che ha deciso di opporsi “artisticamente” alla superficialità compulsiva del presente. A quel consumo incessante di immagini che i social hanno trasformato in automatismo cognitivo: si scorre, si guarda, si dimentica. Nulla sedimenta davvero. Nulla ferisce, interroga o costringe a restare.
È forse qui che Espressione 21 trova la sua urgenza più autentica: nel tentativo di riattivare una soglia di attenzione emotiva oggi anestetizzata.
Questi artisti, quasi tutti poco più che ventenni, sembrano avere compreso qualcosa che molti adulti continuano a ignorare: il problema non è la tecnologia in sé, ma l’impossibilità crescente di abitare il dubbio, la complessità, il tempo lungo dell’interpretazione. E quando il pensiero si appiattisce, spesso anche il disagio trova forme sempre più impulsive e inconsulte per manifestarsi.
Joh Capozzolo ha sviluppato il sito del collettivo e realizzato interventi di sound design per alcune opere audiovisive, contribuendo a costruire un ecosistema narrativo in cui immagine, suono e presenza dialogano come elementi di un’unica esperienza.
La loro forza, però, sta soprattutto in un gesto apparentemente controcorrente: aver scelto il collettivo in un’epoca costruita sull’individualismo performativo. Dove tutto spinge verso il personal branding, loro parlano di comunità artistica. Dove domina la velocità, chiedono attenzione. Dove la cultura rischia di diventare contenuto, reclamano esperienza.
E forse è proprio questo l’aspetto più sorprendente: vedere dei ragazzi poco più che ventenni prendere sul serio il proprio tempo, senza cinismo. Perché in fondo Espressione 21 non sembra chiedere consenso. Chiede presenza. E oggi, forse, è già una forma di resistenza.




