Non è solo una rana. È un autoritratto collettivo, una metafora gonfiabile della nostra epoca sospesa tra ironia e collasso. Sulla Place Vendôme, cuore del lusso parigino, è comparsa una gigantesca scultura di Kermit the Frog firmata da Alex Da Corte, artista venezuelano-americano noto per il suo linguaggio ibrido, a metà tra arte concettuale, estetica televisiva e malinconia pop. L’opera, intitolata Kermit the Frog, Even, è parte del programma pubblico di Art Basel Paris 2025, e da giorni calamita sguardi, selfie e domande.
Alta oltre diciannove metri, la scultura mostra Kermit seduto con la testa parzialmente sgonfia, come se l’aria — o forse la fiducia — lo stesse abbandonando lentamente. È un’immagine al tempo stesso ironica e struggente. Dietro l’apparente leggerezza del materiale gonfiabile, Da Corte costruisce un’allegoria sulla vulnerabilità dell’immaginario collettivo. La rana, simbolo di ottimismo e gentilezza nella cultura americana, diventa qui una figura esausta, consapevole del proprio ruolo di icona commerciale ma incapace di liberarsene.
Il titolo Even rimanda a Marcel Duchamp — The Bride Stripped Bare by Her Bachelors, Even — e suggerisce una tensione tra l’oggetto e il suo doppio, tra l’opera e il suo consumo. Da Corte gioca da sempre su questa ambiguità: nei suoi video, nelle installazioni, nei performance-film in cui impersona Andy Warhol o Mr. Rogers, l’artista mette in scena un teatro dell’identità, dove il gesto pop si carica di un’intensità quasi religiosa.
Il riferimento a Kermit non è casuale. Nel 1991, durante la parata del Macy’s Thanksgiving Day a New York, il pallone raffigurante la rana si squarciò, sgonfiandosi drammaticamente davanti al pubblico. Da Corte parte da quell’episodio — una piccola tragedia del folklore televisivo — per parlare di fallimento, caducità e nostalgia. Il suo Kermit parigino, circondato dalle facciate neoclassiche e dalle vetrine di alta gioielleria, sembra un intruso malinconico, un corpo estraneo in un luogo di potere visivo.
È proprio questo contrasto a renderlo potente. Nella Parigi di Art Basel, dove il mercato e la spettacolarità si incontrano, Da Corte porta una figura teneramente fuori scala, un’icona del consumo che si ribella al proprio destino di mascotte, mostrando le pieghe e le ferite del materiale. Il verde acido del personaggio — simbolo di innocenza e di “essere green” — si trasforma in un commento ambientale e psicologico. La scultura respira, si affloscia, reagisce al vento: un organismo precario, vivo nel suo decadimento.
Come in molte opere dell’artista, la superficie pop è un’esca. Dietro i colori saturi si nasconde un discorso sull’identità queer, sull’alienazione e sull’empatia. Da Corte, classe 1980, lavora da anni sulla possibilità di reinventare il linguaggio del video e dell’installazione attraverso il filtro dell’infanzia televisiva. Il suo universo, fatto di citazioni, parrucche e plastiche lucide, trasforma i miti del mainstream in parabole esistenziali. In questo senso, Kermit the Frog, Even è forse la sua opera più compiuta: un monumento all’impermanenza, una scultura che sembra già destinata a sgonfiarsi.
Il gesto di portare un personaggio dei Muppets nel cuore della Place Vendôme è deliberatamente provocatorio. È un’invasione gentile, ma anche una riflessione sull’immagine come capitale. Kermit, con il suo sorriso vuoto, guarda gli edifici della finanza e del lusso come se non li riconoscesse più.
Alex Da Corte continua così la sua ricerca di un’arte emotiva, capace di essere al tempo stesso superficiale e profonda, ironica e sincera. Kermit the Frog, Even non è un semplice intervento urbano: è un autoritratto della nostra condizione culturale, gonfia di immagini e costantemente a rischio di sgonfiarsi. A Parigi, nel luogo dove il denaro detta le regole dell’estetica, Da Corte firma una delle opere più fragili e poetiche degli ultimi anni: un monumento alla vulnerabilità travestito da giocattolo gigante.




