Censura 3.0: come la cultura digitale rimuove il dissenso

C’era una volta… il tempo in cui il dibattito pubblico si considerava un valore. Ricordo ormai sbiadito ed evanescente dato che, al contrario, oggi il confronto sembra essere diventato un rischio da scongiurare. Nessuno ha più voglia di confrontarsi e parlare: meglio cancellare, disattivare, far sparire ogni traccia di contraddittorio.

Si prenda in considerazione quello che è successo recentemente con la Scuola Holden, che ha pubblicato su Instagram un reel dall’altissimo livello di cringe in cui venivano intervistati i genitori degli studenti, fieri di pagare la retta di 20.000 euro l’anno per far studiare i pargoli in quella che si definisce “Scuola di storytelling” (ma che cos’è lo storytelling, qualcuno lo ha capito?) . Il contenuto, evidentemente nato per rispondere alle ironie e alle critiche online sul costo dell’istituto e sulla reale qualità dell’offerta formativa, ha però ottenuto l’effetto opposto: ha suscitato ulteriori polemiche. La reazione della Holden? Prima ha disattivato i commenti, poi ha fatto sparire il video. Nessuna spiegazione. Nessun confronto. Solo rimozione.

Questo episodio è emblematico di un meccanismo sempre più diffuso sui social, che ha infestato anche il mondo dell’arte e della cultura: la censura sembra essere l’unica risposta al dissenso. Influencer, art sharer, content creator e persino istituzioni culturali comunicano compulsivamente ogni giorno, sfornano contenuti e sono estremamente attenti a rimanere sempre sulla superficie delle cose, evitando accuratamente tutto ciò che possa mettere in luce falle, ambiguità o semplicemente opinioni anche solo vagamente divisive.

Appena viene mossa un’obiezione, una critica, un’osservazione pungente, ecco che si scatena il panico. Si chiudono i commenti, si moderano le reazioni, al massimo si fornisce una risposta goffa e di circostanza e infine si cancella tutto. Come se il problema non fosse mai esistito.

Abbiamo vissuto per anni nell’illusione utopistica che i social fossero spazi di confronto orizzontale, luoghi virtuali democratici in cui tutti potessero esprimersi alla pari. Il tempo e la conoscenza del mezzo ci insegnano che non è così. Anche qui, il classismo impone le sue regole di esclusione ed esclusività, solo che lo fa in forma aggiornata: chi ha più followers, chi ha costruito un “brand” personale o istituzionale si sente legittimato a parlare più forte degli altri, come se la sua opinione avesse un valore maggiore rispetto a quella del volgo, che deve limitarsi al ruolo di spettatore a cui è consentito solo mettere un like o commentare con un cuoricino.

E soprattutto, queste figure, che si sono autoincensate come autorità dei social, pensano di non dover rendere conto di nulla a nessuno: l’autorevolezza è diventata autoritarismo algoritmico.

Chi si è ritagliato una certa posizione vuole mantenerla e da lì non si vuole schiodare. E, per farlo, evita furbescamente il confronto, evita la complessità, evita qualunque discussione possa far emergere criticità nel proprio messaggio. Il contraddittorio è diventato una minaccia, non un’occasione di crescita. La critica è vista come attacco personale e la vulnerabilità come errore da nascondere sotto al tappeto.

A questo punto è lecito domandarci a cosa servono tutti questi post. A cosa serve “comunicare” e “condividere” se tanto non si è mai disposti ad ascoltare? Se ogni volta che qualcuno solleva un dubbio si risponde con il silenzio e la censura, che razza di dialogo culturale si può costruire?

La risposta è ovvia: nessuno. Il contraddittorio muore dove la comunicazione è unidirezionale. E oggi, troppi professionisti della parola, inclusi quelli che avrebbero la responsabilità di formare altri professionisti della parola, sembrano averlo dimenticato. Parlano, mostrano, spiegano, ma non ascoltano. Postano, ma non rispondono.

Raccontano storie, ma rifiutano di essere dentro una storia collettiva complessa, che per fortuna è fatta anche di conflitti, di frizioni, di sguardi divergenti. Sarebbe il caso di accettare che l’autenticità non nasce dal controllo dell’immagine, ma dal coraggio di sostenere un confronto reale, anche duro, anche imperfetto, che può sporcare le mani. Perché la censura social – anche quella mascherata da “curatela del contenuto” – non è solo un atto di debolezza. È una forma di ipocrisia culturale che, a lungo andare, svuota di senso anche i progetti più ambiziosi. Anche quando costa caro e fa perdere posizioni. Anche quando – come nel caso della Scuola Holden – mette in discussione chi dovrebbe insegnare agli altri come si racconta il mondo.

CYFEST 17 poster announcing the International Media Art Festival: Natura Naturans—Human Beings, Nature, Landscape; May 8–Aug 31 at CREA Cantieri del Contemporaneo, Venice.

Newsletter

Follow us

Scelti per te

Dentro MIND, a Milano la mostra che trasforma le rovine industriali in sogni post-capitalisti

La mostra INTERFACE – Post-Industrial Dreams, ospitata da Valore Italia nel cuore del MIND Innovation District, mette in relazione alcune delle principali urgenze della contemporaneità come il rapporto tra uomo e macchina, la memoria industriale, l’estetica del post-capitalismo e la ridefinizione dell’identità nell’epoca dell’intelligenza artificiale.

Wild Kong di Richard Orlinski arriva a Fidenza Village: il gorilla rosso entra nel percorso artistico di The Bicester Collection

Un gorilla rosso alto tre metri accoglie dall'8 maggio i visitatori di Fidenza Village: dopo il debutto durante la Milano Design Week 2026, Wild Kong di Richard Orlinski è arrivato stabilmente negli spazi del Village, diventando la trentesima opera del percorso artistico diffuso sviluppato negli ultimi anni dalla destinazione emiliana.
Alessandro Curti
Alessandro Curti
Nato a Milano nel 1991, laureato in Lettere e con un Master in Digital Marketing, è giornalista e socio di STILL dal 2014. È responsabile delle comunicazioni e delle attività didattiche ed espositive all’interno della galleria. Insegna Storia della Fotografia nei corsi triennali e magistrali allo IED di Milano e in passato ha collaborato con Raffles Milano – Istituto di Moda e Design. Collaboratore e redattore per le riviste mensili IL FOTOGRAFO e N Photography (Sprea Editori) dal 2015 al 2019, per Rolling Stone Italia fino al 2022, Lampoon, ArtsLife, The Pitch e Maremosso. Nel 2021 ha scritto il saggio “Il futuro degli archivi fotografici e la memoria digitale” e nel 2024 "Intelligenza Artificiale e Fotografia", editi da Seipersei. Oggi è caporedattore per Black Camera, web magazine dedicato al mondo della cultura fotografica.

1 commento

  1. Tutto vero…
    Mai cedere al pessimismo, creare invece sempre forme nuove e inedite per riuscire a dare voce ad un dissenso costruttivo sempre e in ogni caso!

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui