Castelli, ville e palazzi: perché le dimore storiche sono ancora una risorsa economica per l’Italia

Oltre quarantamila beni culturali privati distribuiti su tutto il territorio nazionale. Castelli, ville, palazzi, residenze nobiliari: una rete capillare che attraversa ogni regione, caratterizza borghi minori e accende un faro su diverse aree interne che altrimenti scomparirebbero dai circuiti culturali del Paese. Le dimore storiche italiane non sono solo patrimonio da conservare ma un’infrastruttura viva che può diventare un vero e proprio motore economico e strumento di coesione territoriale.

Sempre più spesso queste realtà operano infatti come un grande museo diffuso: custodiscono archivi, collezioni, giardini storici, memorie locali e tradizioni artigianali che difficilmente troverebbero spazio nei circuiti culturali convenzionali. La loro presenza contribuisce a mantenere vivo il tessuto sociale di piccoli comuni e aree periferiche, generando lavoro, turismo lento e occasioni culturali in territori soggetti a spopolamento. In molti casi le dimore storiche diventano il centro di progetti di riqualificazione territoriale, recuperando edifici, filiere agricole e spazi pubblici, attivando collaborazioni con associazioni, scuole e amministrazioni locali.

Night view of a decorative balcony with carved balusters in front of an open window revealing a coffered ceiling inside.
PALAZZO DENTICE NAPOLI

I numeri di un sistema in crescita

Il VI Rapporto dell’Osservatorio sul Patrimonio Culturale Privato, presentato lo scorso aprile alla 49esima Assemblea dell’ADSI – Associazione Dimore Storiche Italiane al Teatro Argentina di Roma, fotografa un settore che sta consolidando progressivamente il suo peso sull’economia del sistema turistico e culturale. Quasi il 30% dei beni si trova in comuni sotto i 5.000 abitanti. Il 60% genera valore diretto attraverso turismo, cultura e agricoltura. Nel 2024, le dimore storiche italiane hanno registrato nel complesso oltre 35 milioni di visitatori, grazie a più di 20.000 realtà che promuovono eventi e aperture al pubblico. L’85% degli interventi di manutenzione è autofinanziato, con una spesa media superiore a 50.000 euro annui per bene. Gli investimenti in restauri straordinari hanno raggiunto 1,2 miliardi di euro nel 2024, 1,9 miliardi complessivi, un dato che rappresenta più del 10% della crescita del PIL registrata nel 2023. Oltre 10.000 dimore sarebbero pronte ad ampliare le proprie attività in presenza di un quadro normativo più favorevole.

“Le dimore storiche — spiega ad ‘Artuu’ Maria Pace Odescalchi, presidente dell’ADSI  — hanno oggi un ruolo fondamentale nel nostro Paese, non solo come infrastruttura culturale ma come parte viva e attiva del sistema economico. Parliamo di 46.000 beni culturali vincolati, presenti in tutte le regioni italiane. Soltanto nel 2024 oltre 20.000 dimore hanno ospitato almeno un evento e hanno aperto le porte a circa 35 milioni di visitatori, un dato che testimonia non solo l’interesse crescente, ma anche la capacità di questo patrimonio culturale di intercettare nuovi pubblici e di rispondere a una domanda sempre più orientata all’esperienza e all’autenticità“.

Facade of a historic stone building with arched windows, decorative sculptures, and a central doorway on a cobblestone plaza.
PALAZZO MARRESE (LECCE)

Il nodo fiscale

Tra i temi oggi sul tavolo nel dibattito sulla valorizzazione del patrimonio culturale c’è quello degli strumenti fiscali a sostegno delle dimore storiche e dei beni culturali gestiti da soggetti privati o del terzo settore. Due, in particolare, le proposte sulle quali è stata avviata una riflessione: l’estensione dell’Art Bonus ai beni culturali privati amministrati da fondazioni o realtà del terzo settore, misura che renderebbe più sostenibili gli investimenti in manutenzione, restauro e valorizzazione; e la proposta avanzata da Federculture di razionalizzare e armonizzare l’IVA per i restauri e le attività nel settore culturale, rendendo più equa e favorevole l’imposizione rispetto ad altri Paesi europei. Nel caso delle dimore storiche, quest’ultima ipotesi punta a riconoscere la funzione pubblica svolta da beni in mano privata che già oggi sono aperti ai visitatori, ospitano eventi culturali e sostengono filiere economiche e turistiche locali.

Conservare e mantenere queste proprietà è sempre più complesso: quali strumenti servirebbero per garantire una gestione sostenibile nel tempo? “La principale sfida – sottolinea Odescalchi –riguarda l’onere economico della conservazione, poiché l’85% degli interventi di manutenzione e restauro è autofinanziato dai proprietari, con una spesa media superiore ai 50.000 euro l’anno per singolo bene, mentre solo una quota minima beneficia di contributi pubblici. A questo si aggiungono la complessità burocratica, i vincoli normativi e la necessità di conciliare tutela, sostenibilità e fruizione. Per una gestione sostenibile nel tempo è necessario rafforzare la collaborazione tra pubblico e privato, riconoscendo il valore pubblico svolto dalla conservazione dei beni culturali privati. Servono strumenti stabili e continuativi che permettano ai proprietari di pianificare interventi nel medio-lungo periodo, misure fiscali come un’IVA unificata per i restauri e l’estensione dell’Art Bonus ai beni culturali privati“.

Stone arcade courtyard with arched doorways, barred windows, and a statue in a niche lit by warm light
PALAZZO MASSIMO LANCELLOTTI (ROMA)

La prossima Giornata Nazionale

Domenica 24 maggio 2026 si tiene la XVI edizione della Giornata Nazionale delle Dimore Storiche. Centinaia di residenze, castelli e giardini storici apriranno gratuitamente in tutta Italia. Nel 2025 avevano aderito oltre 500 dimore con più di 250.000 visitatori. Il tema del 2026 è “Custodi di futuro. Un patrimonio vivo per un valore condiviso“. Il programma copre tutte le regioni: da Palazzo Torlonia a Roma ai castelli trentini, dalle ville fiorentine ai palazzi barocchi di Lecce, fino ai borghi appenninici e alle tenute agricole del Sud. “Essere ‘custodi di futuro’ – continua la presidente dell’ADSI – significa assumersi una responsabilità attiva, che va oltre la conservazione materiale. Le dimore storiche non sono beni da cristallizzare, ma patrimoni vivi, da valorizzare e rendere fruibili all’interno delle comunità”. Questo significa “promuovere cultura, educazione e inclusione, rafforzando il legame tra passato e futuro. Il valore di questo patrimonio è condiviso e sotto gli occhi di tutti, perché genera già oggi benefici culturali, sociali ed economici rilevanti in tutto il territorio nazionale”, conclude Odescalchi.

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Valentina Monarco
Valentina Monarco
Nata a Napoli, laureata in scienze politiche, giornalista professionista dal 2009. Ha iniziato come ufficio stampa e addetto alla comunicazione per enti e istituzioni del territorio, collaborando con diverse testate nazionali e locali. Oggi è impegnata nella valorizzazione e nella promozione di iniziative che uniscono storia, territorio e sperimentazione, e collabora con diverse realtà, locali e nazionali, come giornalista freelance, esplorando nuovi racconti e progetti culturali.

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