C’è qualcosa di crepuscolare, e insieme febbrile, nell’ultimo incontro artistico tra Richard Linklater e Ethan Hawke, riuniti in Blue Moon, un’opera che rievoca un’esistenza e la distilla fino a ridurla a una notte, a un bicchiere, a una voce che teme di spegnersi. Il film convoca l’ombra inquieta di Lorenz Hart, celebre paroliere e autore di musical come Pal Joey e The Boys from Syracuse, oltre che di canzoni come Blue Moon, Where or When e Falling in Love with Love, e lo sorprende in quell’ora sottile, più buia per certi versi, in cui il successo altrui diventa l’impietoso volto della propria precarietà.
Siamo nella New York City del 1943. Tutto accade in un bar in cui Hart consuma il proprio esilio simbolico, artistico, mentre, non lontano, Broadway acclama un trionfo che non porta la sua firma. Il sodalizio con Richard Rodgers, ora consacrato accanto a Oscar Hammerstein e il loro Oklahoma!, si è trasformato in qualcosa di diverso, una simbiosi venerata e insieme dolorosa. Qualcosa si è interrotto, si è infranto, c’è una frattura tra i due storici collaboratori, una separazione evidente che rende Hart desideroso di continuare a scrivere, e di misurarsi con nuovi testi, nuovi musical, nuove prospettive, pur dovendo convivere con evidenti e invalidanti problemi di alcolismo che mettono a dura prova la sua solidità.

Linklater orchestra un dramma di grande rigore, scritto con precisione, lucidità, senza dimenticare la poesia, la malinconia, un’opera che cerca la profondità, l’intensità attraverso il dialogo incessante e insieme vorticoso tra la fine e l’inizio. Il tempo si comporta come materia duttile, si allunga e si contrae sotto il peso dei pensieri e delle parole che scorrono veloci. Le parole di Hart, i suoi discorsi lunghi, profondi che intrattiene con chiunque capiti in quel bar, diventano l’unico gesto possibile, l’ultimo baluardo contro la dissoluzione. Hawke, in una delle sue interpretazioni più vertiginose, incarna Hart in modo abissale, con quel suo parlare incessante, senza fine.
Attorno a lui orbitano presenze evanescenti, tra queste Margaret Qualley, Bobby Cannavale e Andrew Scott, figure che non interrompono la sua solitudine e la rendono ancora più visibile, come la cornice rende visibile il vuoto del quadro. E poi ci sono le canzoni che continuano a respirare anche quando il loro autore vacilla, come Blue Moon, Where or When, Falling in Love with Love.

Linklater firma un’opera preziosa e intima, una meditazione sul destino di ogni creatore, sulla paura di essere dimenticati e sulla segreta tentazione di scomparire prima che il mondo abbia il tempo di voltarsi altrove. Hart è un uomo che ha perduto un sodalizio, ma che era molto di più, era la sua ancora, un artista che assiste al proprio tramonto pur non volendolo accettare. E tuttavia, in questa deriva, Linklater lascia filtrare tutto il dolore del suo protagonista, le sue fragilità, il suo spessore artistico che è incommensurabile, perché se il corpo tradisce e le alleanze si dissolvono, resta l’opera, che non appartiene più a chi l’ha creata. Le canzoni sopravvivono e continuano a posarsi sulle labbra degli sconosciuti, a dare voce a solitudini future, a consolare dolori che Hart non avrebbe mai potuto conoscere.


