Biennale Arte 2026 ci siamo: da Otobong Nkanga a Kader Attia, il meglio di “In Minor Keys”

Ed eccoci finalmente a parlare di “In Minor Keys” (In tonalità minori). Dopo tutte le polemiche di questi giorni — in particolare sull’opportunità di aprire il Padiglione Russo e le tensioni tra il presidente Buttafuoco e il ministro Giuli — apre alla stampa questa 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia.

La mostra è curata da Koyo Kouoh (1967-2025), leggendaria curatrice svizzero-camerunense prematuramente scomparsa giusto un anno fa. Su decisione della Biennale, e in accordo con la famiglia, si è scelto di procedere comunque con il progetto, affidando il completamento della mostra al team curatoriale — Rory Tsapayi, Siddhartha Mitter, Marie Hélène Pereira, Gabe Beckhurst Feijoo e Rasha Salti — che già Kouoh aveva selezionato.

Il risultato, per noi che abbiamo visitato in anteprima l’esposizione in queste giornate riservate alla stampa, prima dell’apertura al pubblico di sabato 9 maggio (fino al 22 novembre), è davvero notevole. Finalmente la grande arte contemporanea torna in Laguna con un progetto curatoriale innovativo e di grande impatto (e, possiamo dirlo?, anche di necessaria bellezza).

Impreziosita da un allestimento elegante firmato da Wolff Architects, che ha puntato molto su “soglie” fatte di tappezzerie che si aprono e su un raffinato gioco cromatico, la mostra principale non è scandita nelle classiche sezioni, ma per “priorità che scorrono sottotraccia” (ovvero: Are, Processioni, Scuole). “In Minor Keys” si apre con l’installazione di Otobong Nkanga sulle colonne del Padiglione Centrale: un’opera fatta di laterizi, vetri di Murano ed edera che crescerà col tempo. Spicca sul candido marmo ed è un bel vedere.

Issa Samb al Padiglione Centrale

Tutto il Padiglione Centrale ai Giardini è stato da poco ristrutturato e si vede: le sale sono più luminose (bella anche la libreria). Nell’affrescata Sala Chini ci accolgono le sculture del senegalese Issa Samb (1945-2017) e dell’afroamericana Beverly Buchanan (1940-2015), che sono stati, per stessa ammissione della curatrice, formidabili “creatori di mondi”.

Letterariamente ispirata ad Amatissima di Toni Morrison e a Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez — due romanzi che, in modo diverso, ci hanno insegnato a viaggiare nel tempo e nello spazio — la mostra presenta opere di grande interesse. Tra tutte, spiccano i dipinti dell’artista e drammaturga camerunense Werewere Liking, che ci accompagnano lungo il percorso e che ritroviamo, quale segno di continuità, anche all’Arsenale. Ci sono poi sculture struggenti, come quelle della palestinese Vera Tamari, elaborate strutture tessili (formidabili quelle di Annalee Davis) e installazioni decisamente “instagrammabili”, come quella di Ebony G. Patterson.

Daniel Lind-Ramos

I progetti da non perdere? Certamente la “cosmogonia” di Wangechi Mutu e gli “assemblaggi” colorati di Daniel Lind-Ramos. È interessante notare anche un dettaglio non secondario: per la prima volta nella mostra sono presenti numerose “oasi di riposo” (panchine, divani) che permettono di godere di alcune delle installazioni più sinestetiche, capaci di giocare con il video, la musica e persino gli odori.

Entrando all’Arsenale, seconda tappa della mostra, il progetto assume una dimensione maestosa: le installazioni si ingigantiscono, a partire dalla scultura “Guardaverde” di Daniel Lind-Ramos che accoglie i visitatori senza inquietarli. All’interno, un’infilata di sorprese: dalle sculture di Nick Cave all’installazione ipertecnologica di Michael Joo sulla resilienza dei coralli; dai dipinti fluo di Bonnie Devine al lavoro di ricerca sul sottosuolo del duo libanese Joana Hadjithomas & Khalil Joreige. Splendide anche le fotografie a colori di Alan Phelan, che utilizzano un metodo ideato dal fisico irlandese John Joly.

Il progetto che ci ha convinto di più? 

Difficile dirlo in una rassegna che contempla 111 firme, ma forse citiamo quello del francese Kader Attia, che rappresenta i virus informatici come “entità spirituali” che tentano di ostacolare il dominio umano sul mondo virtuale. Si esce da questa “In Minor Keys” — che andrebbe vista e rivista per apprezzarne ogni sfumatura e per assistere al ricco programma di performance — con l’idea che, forse, quando l’arte contemporanea è grande, riesce davvero «a farci cambiare grazie all’ascolto».

CYFEST 17 poster announcing the International Media Art Festival: Natura Naturans—Human Beings, Nature, Landscape; May 8–Aug 31 at CREA Cantieri del Contemporaneo, Venice.

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Francesca Amé
Francesca Amé
Milanese, mamma di due gagliarde adolescenti, ama raccontare il bicchiere mezzo pieno della vita, senza trascurare eventuali depositi sul fondo. Da quindici anni si dedica con passione alla cronaca culturale, italiana e internazionale, e firma interviste per alcune delle principali testate italiane. Fissata da sempre con l’arte contemporanea, è anche una travel addicted iper-organizzata. Ultimamente ha tradito la corsa con il pilates. Su Instagram è @realvistodame Testate con cui collabora per reportage culturali: ilGiornale, il Foglio, Vanity Fair Italia (show e viaggi). Vogue Italia (arts), Business People, Wired.it, Jesus

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