Better Man, un biopic che cerca di inquietare e sorprendere

Michael Gracey, già regista visionario di The Greatest Showman, ritorna al cinema con Better Man, un’opera che non si accontenta di essere un biopic. No, questa non è la solita cronaca agiografica; è piuttosto una fuga, un esperimento, un inabissarsi nell’animo di Robbie Williams, raccontato attraverso la mediazione di uno scimpanzé in CGI. Non un’idea, ma un simbolo: l’uomo come animale fragile, istintivo, perennemente in lotta con il proprio divenire, mai del tutto evoluto.

Robbie Williams è al contempo protagonista e spettro della propria esistenza, un eroe tragico di Stoke-on-Trent, cittadina grigia e stretta come il destino che gli ha messo le ali ma gli ha anche imposto catene. Da bambino prodigio a superstar tormentata, la sua traiettoria diventa un’allegoria della fragilità umana: dipendenze, disillusioni, un padre troppo assente, un successo troppo pesante. Ma Gracey non si limita a mettere in scena l’ascesa e la caduta; non c’è redenzione preconfezionata né trionfi facili. Lo scimpanzé digitale che si muove con le movenze del cantante è l’incarnazione di un’umanità scorticata: un artista che lotta con sé stesso, con la fama, con il pubblico, con la propria eredità.

L’intero film è un’altalena di contrasti: visioni oniriche che sfumano in una crudezza disarmante, esplosioni di colore che lasciano spazio a ombre impenetrabili. In ogni sequenza, il palco e la vita si confondono, in una messa in scena che mescola teatro e cinema, realtà e finzione. Gracey abbandona le convenzioni narrative con una sfrontatezza quasi saggia, rischiando il caos e abbracciandolo senza paura. Eppure, è proprio in questo caos che emerge il cuore del film: la riflessione sull’artista come paradosso vivente, sempre esposto eppure mai davvero visibile. Robbie, prigioniero della sua scimmia interiore, è un uomo che si esibisce per nascondersi, che si nasconde per essere trovato.

Nonostante la sua ambizione, però, Better Man non è immune da difetti. Alcuni momenti soffrono il peso della prevedibilità, piegandosi ai cliché tipici del genere biografico: l’infanzia difficile, la spirale autodistruttiva, il bisogno di riscatto. La scelta stessa di usare un protagonista digitale, per quanto interessante, talvolta limita l’impatto emotivo, rendendo alcune sequenze più distanti che strazianti.

Il rischio di spezzare il coinvolgimento è reale, e non sempre la potenza visiva riesce a colmare i vuoti narrativi. Eppure, dove il racconto inciampa, la messa in scena risolleva il film. Ogni fotogramma sembra studiato per catturare l’essenza di Robbie: la sua ironia, la sua vulnerabilità, il suo talento. Le scene migliori non sono quelle che raccontano, ma quelle che evocano, che suggeriscono il legame profondo e doloroso tra la vita e l’arte, tra il palcoscenico e il dietro le quinte. In questi momenti, Better Man diventa qualcosa di più di un biopic: un’opera che esplora la fragilità della condizione umana, l’inevitabile conflitto tra ciò che siamo e ciò che vorremmo essere. Better Man è imperfetto, iperbolico, disordinato. Ma forse è proprio questa la sua forza: un film che non cerca di rassicurare, ma di inquietare, di sfidare, di sorprendere.

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