Backrooms, l’aldilà giallo dell’iperconsumo: il film di Kane Parsons trasforma la creepypasta più famosa del web in un trattato sulla solitudine

Ogni civiltà ha l’aldilà che si merita. I greci immaginarono prati di asfodelo, il Medioevo, cerchi concentrici di pena. A noi, figli dell’iperconsumo, è toccato in sorte un magazzino vuoto dalle pareti gialle. Nessun teologo l’ha decretato, l’ha deciso, per accumulo forse, la rete. È bastato che anni fa affiorasse online la fotografia di un locale commerciale dismesso, un punto vendita della catena HobbyTown, immagine diventata il non-luogo e la creepypasta più famosa del web, per innescare storie, intuizioni e ispirazioni. Quel giallo itterico, quel silenzio, quell’assenza di merce che lasciava nuda l’architettura. Il negozio senza niente da vendere è il nostro tempio profanato e la fantasia collettiva ne ha fatto una mitologia, il purgatorio in cui l’occidentale distratto scivola attraverso una crepa del reale e cammina in eterno.

Che questa intuizione sia diventata cinema lo si deve a un adolescente, Kane Parsons, che nel 2022 ha modellato un cortometraggio in cui un cameraman precipitava in quel labirinto ocra e ne filmava la fuga impossibile, inseguito da creature filiformi. Erano miniature di sorprendente rigore, parte di un progetto, un trattato di architettura del panico. Il protagonista del lungometraggio, Backrooms, che ne è conseguito è Clark, interpretato da Chiwetel Ejiofor, un uomo che prima ancora di attraversare qualunque soglia dimensionale ha già perso tutto ciò che uno spazio può rappresentare. 

Siamo nella Santa Clara Valley degli anni ’90, a un passo dalla Silicon Valley e dai suoi sogni di ricchezza informatica, solo in una realtà che parla a un altro tipo di classe sociale. Clark è il proprietario di un negozio di mobili che gestisce male, separato dalla moglie, privato di ogni spazio di dominio. La moglie l’ha messo alla porta, dunque non ha più una casa. Persino la seduta dalla psicoterapeuta è un’espugnazione. La donna, statuaria, algida, interpretata da Renate Reinsve, lo incalza con le sole domande che contano. Quando torna al lavoro ad attenderlo, è un reame di solitudine, abbandono, con un cartonato/fantoccio di sé stesso a dare il benvenuto a un pubblico di clienti che semplicemente non esiste. 

Close-up of a woman with dark hair pressed against a yellow wall, mouth slightly open and hands near her face, suggesting distress or fear.

Backrooms è un’opera sul controllo (dello spazio) e sulla creazione (dello spazio). Chi ha perso ogni regno nel mondo reale cercherà un regno altrove. Ed è ciò che accade a Clark, abbandonato, solo, sconfitto, privato di tutto, cerca una nuova direzione in un (non) luogo dove poter tornare a ridefinirsi come uomo, come marito, come individuo. Ed è proprio l’elemento su cui il film costruisce ogni cosa, perché Backrooms non parla di un luogo maledetto ma di un desiderio maledetto, quello di tornare padroni di uno spazio, a qualunque costo. Il suo Clark non viene punito dal labirinto, ne resta sedotto. Le backrooms gli offrono ciò che il mondo gli nega, un regno senza rivali, un impero di corridoi in cui essere finalmente a capo di qualcosa. 

C’è anche da dire che non può esistere backroom senza backdoor. È una necessità prima di tutto logica: la stanza sul retro presuppone una porta sul retro, il retromondo esige il retroaccesso. Un aldilà del genere non si raggiunge dall’ingresso principale; nessuno entra nelle backrooms varcando una soglia ufficiale, illuminata, sorvegliata; ci si scivola dentro per una crepa del reale, un difetto della trama, un passaggio che qualcuno ha lasciato aperto per sbaglio o per disegno. Nel gergo dei programmatori la backdoor è l’accesso segreto che il costruttore di un sistema si riserva alle spalle degli utenti, e se il labirinto giallo è studiato da mani governative e scientifiche, allora quei varchi sono chiavi, feritoie predisposte da un architetto che vuole poter entrare e uscire dal proprio esperimento. 

Man with a beard on all fours, leaning forward and looking intently at something off-camera.

Inoltre, quel che il film sembra dirci è che la realtà stessa, prima ancora di ogni varco dimensionale, è già una backroom. Non c’è nessuno nei parcheggi, nessuno tra gli scaffali, nessuno nella vita di Clark, le strade sono deserte, i condomini disabitati. È un film di rara desolazione, con i personaggi isolati dentro il fotogramma come già inghiottiti dal giallo. Poi, naturalmente, i varchi si aprono. Sarà Clark a vivere le backrooms, a diventare lui quel cameraman del primo corto. Superata la soglia, il film si concede il piacere dell’esplorazione, tra corridoi gialli sterminati, scenografie che mutano, monitor abbandonati in mezzo al pavimento, apparecchiature elettroniche che comunicano con non si sa chi. Sopravvivere è complicatissimo, soprattutto quando lo spazio ti tenta con la promessa più insidiosa, quella di poterne diventare il re assoluto.

Se ogni civiltà ha l’aldilà che si merita, ogni uomo ha la backroom che si è costruito. Il labirinto di Parsons non ci aspetta al di là di una crepa nel muro, ci somiglia, ci precede, è la forma architettonica della nostra solitudine. Per questo il film non chiude i conti ma li rovescia sullo spettatore, come il primo capitolo di una storia ancora da disegnare. La vera domanda non è come si esca dalle backrooms, ma quanto tempo fa, senza accorgercene, ci siamo entrati.

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Lucia Tedesco
Lucia Tedesco
Giornalista, appassionata di cinema e tecnologia. Nel 2018 ho fondato un sito, Lost in Cinema

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