Arte come cura: perché l’Italia vuole “prescrivere” la bellezza

Che esista la sindrome di Stendhal non è certo una novità: lo scrittore francese la descrisse nel suo libro Rome, Naples et Florence, esprimendo un forte crollo fisico ed emotivo a seguito della visita in Santa Croce a Firenze. La basilica e in particolare gli affreschi di Baldassarre Franceschini gli avevano causato tachicardia e vertigini: “la vie s’était tarie en moi” (la vita in me si era prosciugata), in un momento di totale black out dovuto al sovraccarico di bellezza.

Si è recentemente tornati a parlare dello stato delle cose circa la “prescrizione dell’arte” in Italia, a seguito di un protocollo di intesa, in questi primi giorni di febbraio, tra il Ministero della Salute e il Ministero della Cultura. Si conferma l’impegno a voler valorizzare ed estendere su tutto il tessuto nazionale quei progetti che in piccoli contesti sono già stati sperimentati e il cui esito ha dato riscontro positivo nell’interconnessione tra cultura e salute. 

D’altronde “Medicina, legge, economia, ingegneria sono nobili professioni, necessarie al nostro sostentamento; ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l’amore sono queste le cose che ci tengono in vita”, lo diceva il professor Keating ne “L’attimo fuggente”. E nel risveglio di coscienze assopite, l’arte come cura serve a non ammalarsi o piuttosto ad avere il tempo di esserlo?

Proprio quell’attimo descritto da Stendhal ed “etichettato” solo nel 1989 dalla psichiatra Graziella Margherini, è la cura alla mancata riflessione. Un momento intenso, un brusco risveglio di sensazioni “nascoste sotto il bla bla bla” mentre tutto è “sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore”. È un passo verso la cura di se stessi, direzionalità verso il tempo di qualità. È pausa, coscienza, introspezione.

Quando scegliamo l’arte lo facciamo con la consapevolezza di esserne storditi, attribuendole il potere di incidere sul nostro incedere. La riflessione che sorge spontanea è cosa ne impedisca l’automatismo al livello base. Se siamo alla ricerca di una medicina, quello che sembra mancare è la capacità di scovare la malattia. Scarsità di tempo? Disabitudine alla sensibilità? Priorità settate ma non sentite con conseguente distacco emotivo?

La “ricetta per la cultura” è intuibilmente un bene per la nostra società. Ma prima di essere la cura resta il passaggio fondamentale per accettare di dover guarire.

CYFEST 17 poster announcing the International Media Art Festival: Natura Naturans—Human Beings, Nature, Landscape; May 8–Aug 31 at CREA Cantieri del Contemporaneo, Venice.

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Marina Piccola Cerrotta
Marina Piccola Cerrotta
Marina Piccola Cerrotta nasce a Napoli nel 1991. Studia Antropologia e Storia dell'arte, conseguendo la Laurea Magistrale presso l'Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Vince poi il concorso Generazione Cultura e frequenta la LUISS Business School. Dopo le esperienze di redattrice per Vesuviolive e Fanpage, cura nel 2018 la mostra "Forcella Reigns", di Francesca Bifulco e Alex Schetter, a Los Angeles. Ha collaborato al reparto cretivo e come art consultant delle gallerie d'arte Liquid art system. Nel 2023 pubblica il suo libro "Una limonata blu", edito da Guida Editori con la prefazione del Prof. Marino Niola.

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