Ci sono artisti che si identificano nel tempo con immagini molto precise. Nel caso di Arnaldo Pomodoro quell’immagine è quasi inevitabilmente una sfera lucida e dorata, monumentale, incisa da squarci che ne rivelano l’interno meccanico. Dietro a essa, però, si celano molteplici linguaggi. La mostra “Arnaldo Pomodoro. Una vita”, aperta dal 29 maggio al 18 ottobre 2026 alle Gallerie d’Italia di Milano, prova in questo senso a offrire uno sguardo dentro la complessità del suo lavoro, restituendo l’intero percorso di uno degli artisti italiani più influenti del secondo Novecento. La retrospettiva arriva in un momento inevitabilmente simbolico: a un anno dalla scomparsa dell’artista e nel centenario della sua nascita, come un omaggio.
La curatela di Luca Massimo Barbero e Federico Giani è stata affiancata dalla Fondazione Arnaldo Pomodoro, presentando al pubblico più di quaranta opere provenienti dalle collezioni Intesa Sanpaolo e dalla stessa Fondazione, oggi gestita dalla nipote dell’artista Carlotta Montebello. Parliamo di un vero e proprio viaggio lungo oltre sessant’anni anni di carriera: dagli inizi nella Milano degli anni Cinquanta fino ai lavori degli anni Duemila. Un percorso che si sviluppa attraverso l’allestimento molto moderno e minimalista firmato dallo studio BRH+, che ricalca le geometrie e l’approccio tipici di Pomodoro.
Si comincia nel grande Salone Scala con una pedana (“un frammento di luna”, così la definiscono i curatori durante la presentazione) ricca di sculture in fibra di vetro bianco, un materiale leggerissimo e pulito che alla vista contrasta completamente con le pareti decorate della stanza. Ci sono i blocchi spezzati del Cubo e di Movimento di crollo, ma anche la forma dinamica di Colpo d’ala, dedicata a Umberto Boccioni, che restituiscono effettivamente l’idea di una superficie lunare.

Nelle sei sale successive la mostra si divide in tappe cronologiche. Si parte dagli anni Cinquanta con i bassorilievi dal sapore informale in cui Pomodoro sperimentava con metalli e materiali diversi (argento, cemento, piombo, ferro), prima di passare definitivamente al bronzo. Subito dopo si entra negli anni Sessanta, il momento della svolta: l’artista inizia a lavorare sulle forme geometriche perfette (sfere, cubi, cilindri) per poi “romperle” e scavarle, mostrando gli ingranaggi e il caos nascosto dentro la superficie luccicante. Nasce proprio in questo contesto la celebre Sfera n. 1 (1963), il pezzo che lo ha reso famoso nell’immaginario collettivo. Successivamente i lavori degli anni Ottanta e Novanta, dove le superfici si allargano come nel grande Papiro, fino ad arrivare alle colonne giganti del 2010, interamente ricoperte dalla sua tipica e fitta “scrittura” astratta, che ricorda antiche steli. È qui che emerge ancor di più l’interesse per l’archeologia e per la storia che da sempre ha segnato il processo creativo, in particolare nei termini di erosione e di memoria.La retrospettiva si allarga anche al Cantiere del Novecento della galleria, dove i lavori di Pomodoro sono messi a confronto con quelli di artisti che considerava maestri o amici, come Lucio Fontana, Alberto Burri e Alighiero Boetti.

Il gran finale è infine all’aperto, nei cortili del museo, dove si trovano due sculture monumentali di proprietà della banca, restaurate per l’occasione: il grande Disco in forma di rosa del deserto nel Chiostro ottagonale e la famosa Sfera grande posizionata nel Giardino di Alessandro, proprio accanto a Casa Manzoni. Una chiusura d’effetto che rimanda a una sorta di archeologia del futuro, fatta di meteoriti atterrati sulla Terra, di contrasti e di domande da porsi. Così la ricerca tecnica, l’indagine umana, nonché il connubio tra il mondo meccanico degli strumenti e quello primordiale delle incisioni – che continua a generare riflessioni sulla contemporaneità – fanno di Pomodoro un indiscusso maestro, che si mostra in tutta la sua grandezza attraversando passo dopo passo questa mostra.


