Resistere, resistere, resistere (copyright Francesco Saverio Borrelli procuratore capo della Repubblica di Milano nell’era di Mani Pulite) e se fossimo gli aficionados del rito ambrosiano questo vorremmo dire a Pietrangelo Buttafuoco presidente della Biennale di Venezia, che si è visto recapitare la letterina degli euroburocrati di Bruxelles con il diktat: hai 30 giorni da adesso, o togli il padiglione della Russia o ti togliamo i soldi – 2 milioni di euro. Hanno la faccia come il culo, Franza o Spagna purché se magna: infatti Macron e Sanchez, fra i duri e puri della mordacchia agli artisti russi, sono gli stessi che, insieme al resto di questa noiosissima e dannosissima Europa, continuano ad acquistare il gas da Putin – e indirettamente anche il petrolio per interposta nazione, leggi India, ecco perché possiamo continuare a usare la macchina e l’aereo. Con una mano gli mettono le sanzioni, con l’altra gli comprano gas e benzina facendogli guadagnare 7 miliardi.

Non contenta di aver sputtanato l’automotive con i deliri green, la UE adesso ha paura che ai Giardini arrivino artisti della Federazione che con le loro opere d’arte legittimino in qualche maniera l’aggressione ai danni dell’Ucraina, ma sai quanto gliene può fregare allo zar se 3 o 4 pittori dei suoi saranno tenuti fuori dalla Biennale: se n’è infischiato delle 19 e passa sanzioni UE e infatti è andato avanti a bombardare città e villaggi uccidendo purtroppo anche i civili. E intanto dagli stessi euroburocrati di Bruxelles nessun plissè quando curators e artisti della Biennale, fancazzisti come nessun altro al mondo, scrivono una lettera aperta (a ridaje) chiedendo a gran voce l’esclusione non solo della Russia ma anche di Israele e Stati Uniti per “crimini di guerra” (il virgolettato non è mio). Meno male che Buttafuoco non ha accettato la provocazione, difendendo invece il dialogo. Ora “Butafuego” – come lo chiamava il povero Vincino sul Foglio – è preso tra due fuochi: pensare con la sua testa e al contempo non fare troppo incazzare il suo ministro, che ha già espresso contrarietà al padiglione della Russia. Resisterà a oltranza o alla fine dovrà alzare le mani?

Per ora tiene botta: nonostante la revoca della consigliera del CdA della Biennale Tamara Gregoretti favorevole alla presenza della Russia, a oggi dalle parti di Fondazione Biennale si ribadisce che non è stata violata alcuna norma e che il padiglione russo ci sarà. Ed è giusto così: quante volte ve lo devo dire che la politica deve starsene alla larga dalla cultura? La politica divide, la cultura unisce. Certo l’ingerenza è inevitabile, essendo la Biennale di Venezia assai vigilata da parte del Ministero della Cultura (Popolare, come ai tempi del Minculpop) e infatti il suddetto Ministero andrebbe abolito insieme alla Rai e ai tanti altri carrozzoni che fin dai tempi della Repubblica fanno gola alla pannelliana “partitocrazia”, ma mentre aspettiamo il sol dell’avvenire conviene ribadire quanto sopra: chi sta dalla parte della libertà sta dalla parte della cultura (e dell’arte, ça va sans dire), anche quando gli artisti la fanno fuori dal vasino. Sennò, per quale ragione l’arte di regime, come ad esempio il realismo socialista, continua ad essere studiata sui libri di storia? La cultura (e l’arte) non ha padroni, è al di sopra degli schieramenti contingenti proprio perché a un passo dal cielo, è quel perimetro di libertà che il mondo là fuori nega. Pertanto diciamo al presidente della Biennale: resistere, resistere, resistere. E poi chi vivrà vedrà.



