Andrea Zucchi è uno di quegli artisti che hanno scelto, con ostinazione e coerenza, una via molto originale e in qualche modo solitaria all’interno del sistema artistico. Milanese di nascita e di formazione, ha attraversato più di trent’anni di ricerca pittorica seguendo un percorso laterale ma estremamente coerente, che lo ha portato dalle prime prove giovanili post-picassiane, venate da uno sguardo obliquo a Bacon, a un periodo, ancora negli anni Ottanta del Novecento, quasi fantascientifico, in cui la pittura sembrava muoversi tra paesaggi di memoria e visioni distopiche, fino ad approdare a una fase in cui la figurazione, ai tempi in fase di crescita nel mercato e presso i galleristi, conviveva con innesti astratti, come a “raffreddare” deliberatamente la visione, a sottrarla a ogni rischio di pathos o retorica. Passando per cicli di disegni a biro, estremamente raffinati, in cui alternava paesaggi orientali, personaggi tratti da vecchie foto ottocentesche, elefanti, piramidi, gheise, marajà, citazioni da quadri del Rinascimento o del Manierismo.

Negli ultimi anni, la sua ricerca si è fatta ancora più interiore, più criptica, più meditativa: una pittura che passa dall’astrazione a momenti di ritorno a una figurazione dai temi apparentemente “esotici”, a volte persino tribali, ed estremamente originali, densa di simbologie e di segni a prima vista misteriosi, da visioni e geometrie che pescano i loro riferimenti da tradizioni ermetiche, spirituali ed esoteriche, che l’artista in passato ha studiato a fondo, ma dai colori forti, pop, quasi a rendere più contemporanei e vicini a un gusto oggi molto in voga un percorso estremamente colto, che a tratti appare quasi inaccessibile ai profani.
Da qualche anno, Andrea Zucchi si è ritirato a vivere, assieme alla moglie Giuditta, nello splendido contesto di una casa isolata in mezzo a un vasto giardino di olivi, tra le colline dell’Alta Maremma toscana, a pochi passi da un piccolo paese, Monteverdi Marittimo, dove ha trasferito il suo studio dopo aver lasciato Milano, dove aveva sempre vissuto fino ad ora. Una scelta radicale, che è anche una dichiarazione d’intenti. Perché in quel paesaggio di colline silenziose, nella quiete quasi metafisica della natura, Zucchi ha trovato una nuova forma di concentrazione, una diversa ispirazione, forse perfino una nuova dimensione del tempo.

In questa lunga conversazione, raccolta a qualche mese dalla sua ultima mostra in una galleria di Nuova Dehli, in India, Andrea Zucchi ci racconta la genesi di questo passaggio, i motivi che lo hanno spinto a cambiare vita, l’evoluzione del suo lavoro e quel desiderio — sempre più presente — di unire le molte anime del suo percorso in un’opera che sia insieme sintesi e rivelazione. Una pittura che guarda alla tradizione spiritualista del Novecento, ai simboli arcaici e alla geometria sacra, ma che riesce ancora a parlare all’oggi. Con la lucidità di un linguaggio che rifugge l’enfasi e la retorica, e la concentrazione silenziosa di chi ha fatto della pittura un esercizio quotidiano di visione interiore.

Andrea, tu sei nato a Milano e hai sempre vissuto lì. Da quanto tempo ti sei trasferito in Toscana, e come mai questa scelta?
È nato tutto quasi per caso. Io e mia moglie Giuditta cercavamo una casa dove poter trascorrere le vacanze, e dopo la pandemia abbiamo visto l’annuncio di questa casetta in Alta Maremma, nella Val di Cornia, in provincia di Pisa. Sembrava deliziosa, immersa nel verde e anche a un prezzo molto accessibile. Siamo venuti a vederla, e ce ne siamo immediatamente innamorati.
E com’è successo che alla fine avete deciso di trasferirvi definitivamente?
Abbiamo cominciato a trascorrere dei piccoli periodi qui, iniziando a restaurare la casa, che è una piccola casetta di campagna immersa nel verde, che trasmette un’idea di grande pace e serenità. Io avevo cominciato a sistemare anche una stalla diroccata di fianco alla casa, per farne uno studio per poter lavorare durante i periodi di vacanza… ma poi, piano piano, ci siamo resi conto che il luogo aveva qualcosa di magico. La natura, i silenzi, i cieli: tutto contribuiva a darci il senso di bellezza profonda. Così ho lasciato il mio studio a Milano, ho trasferito tutto: i vecchi quadri, i materiali, le mille cose che mi accompagnano nel lavoro (lo studio è costellato di un’infinità di suppellettili bizzarre, da un finto scheletro umano di quelli usati negli studi di anatomia, a statuette votive, maschere africane e persino una piccola statuetta di Yoda, il vecchio saggio di Star Wars, esposto come un idolo o un nume tutelare, ndr), e alla fine ho deciso di prendere in affitto uno studio proprio nel cuore del paese di Monteverdi Marittimo, a pochi chilometri da casa, dalla cui finestra vedo tutta la campagna circostante. Un luogo meraviglioso, che ogni giorno mi riempie la vista e il cuore con la sua straordinaria bellezza. Da circa un anno e mezzo viviamo qui stabilmente, con poche puntate a Milano, a ritrovare gli amici e vedere le mostre.

Com’è cambiato il rapporto con il tuo lavoro e con l’ispirazione creativa, se così si può dire, in questo nuovo contesto?
Il mio lavoro è da sempre in continua trasformazione, non riesco a rimanere fermo su un linguaggio troppo a lungo. Riprendo cicli precedenti, li rielaboro, torno su materiali abbandonati, li intreccio con nuove intuizioni. Ma quello che è successo vivendo qui, immerso nel paesaggio, nella quiete e nella luce di questo luogo, è che tutto ha cominciato a rallentare, a respirare in un altro modo. Pian piano anche il mio immaginario ha cominciato a modificarsi: mi capita spesso di fotografare i cieli, le nuvole, le variazioni atmosferiche. Ne possiedo ormai un archivio vastissimo. E credo che prima o poi — forse proprio come esercizio per la mia vecchiaia — mi dedicherò al paesaggio. È una cosa che tengo da parte, ma sento che sta maturando dentro di me, perché questo luogo, in qualche modo, ti cambia il respiro.

La natura, però, è sempre stata presente nella tua ricerca…
Sì, assolutamente. Anche se in passato ho guardato più spesso a paesaggi estremi: deserti, montagne, ambienti esotici, o addirittura luoghi immaginari e remoti, come l’Antartide o certe visioni cosmiche. C’era sempre, però, una spinta a cercare nella natura qualcosa di assoluto, di primordiale. Ho anche lavorato su immagini satellitari, che ridipingevo e alteravo cromaticamente fino a renderle simili a visioni microscopiche, cellulari, come se lo sguardo dall’alto e quello sul dettaglio più infinitesimale si richiamassero. Tutto ritorna, in fondo. E qui, in Toscana, questo legame si è fatto ancora più forte: la natura che mi circonda, seppure meno estrema, ha una potenza magnetica, e la sento entrare lentamente anche nei lavori, nel modo di guardare, nei ritmi stessi del mio fare pittura.
Hai sempre lavorato partendo da immagini preesistenti?
Sì, per molti anni ho lavorato a partire da materiale fotografico. Era una base costante, una sorta di filtro attraverso cui osservare e tradurre il mondo. Ma a un certo punto ho cominciato a percepire questo strumento come un limite: mi stava condizionando, irrigidendo. Sentivo il bisogno di svincolarmi da quel vincolo ottico per aprirmi a qualcosa di meno legato alla mimesi. Così ho cominciato a esplorare un altro linguaggio, basato sulle forme geometriche, sui simboli, su segni archetipici che ho raccolto da ogni parte del mondo. In realtà, tutto il mio lavoro si basa sulla rielaborazione: io non parto mai da una visione interiore nel senso tradizionale, non sono un artista che crea dal nulla. Mi muovo attraverso ciò che vedo, ciò che mi colpisce, ciò che mi attira: frammenti, oggetti, immagini trovate. E le riorganizzo secondo una mia logica interna, che è anche un modo per restituire senso e ordine. È proprio da questa modalità di lavoro che nasce uno dei cicli per me più importanti degli ultimi anni.

Stai parlando del ciclo “Remix Hermeticum”…
Sì, è un ciclo a cui tengo molto, anche perché rappresenta in qualche modo un ritorno alle mie origini, a intuizioni che avevo già nei primi anni di lavoro ma che allora non riuscivo a formulare con chiarezza. È nato circa sette-otto anni fa, quando ho iniziato a raccogliere simboli magici, spirituali, esoterici, provenienti da tradizioni diversissime tra loro: dall’ermetismo occidentale ai segni alchemici, passando per il misticismo orientale, la geometria sacra, la simbologia cristiana e quella sciamanica. Li mettevo insieme cercando risonanze più che contrapposizioni, componendoli in strutture simmetriche che ricordavano i mandala, ma anche — per certi versi — lo schema mentale di un videogame: una mappa spirituale da decifrare, in continuo movimento. Mi interessava la possibilità di creare una forma di armonia tra elementi distanti, di riscrivere delle costellazioni di senso visivo. In fondo è un tipo di pittura che ha le sue radici nei miei interessi giovanili: l’astrattismo spiritualista, Kandinsky, Kupka, ma anche certi riferimenti più sotterranei alla tradizione esoterica occidentale. Solo che allora non trovavo la mia voce in quel territorio. Con “Remix Hermeticum” ho sentito di poterci rientrare da un’altra porta, con più libertà e profondità.

Tu hai sempre avuto una forte curiosità e interesse per la spiritualità, giusto?
Sì, fin da ragazzo. A 15-16 anni leggevo testi esoterici e mistici, soprattutto orientali. Ma non ho mai voluto aderire a una dottrina. Mi interessava riscoprire le radici spirituali dell’Occidente: pitagorismo, neoplatonismo, mistica cristiana. A diciott’anni pensavo che la mia strada fosse un cammino spirituale. Poi ho messo da parte tutto per molti anni, finché intorno ai 40 è riemerso l’interesse. Oggi medito quotidianamente e pratico forme di preghiera simili ai mantra, ma nella tradizione cristiana. La chiamano Centering Prayer.
Anche nei tuoi quadri più recenti si percepisce questo aspetto spirituale.
Sì, li sento come vere e proprie preghiere visive. Dopo i lavori geometrici, ho voluto sperimentare anche una pittura sempre astratta, ma più fluida, come quella di Arshile Gorky, che è un pittore che ho sempre amato molto. Non ero pienamente soddisfatto del risultato (del resto non lo sono mai, sono sempre alla ricerca), così ho deciso di mutare nuovamente, facendo confluire la mia vocazione astratta in una nuova pittura, basata di nuovo su elementi figurativi ma con sfondi astratti. Ora sto ad esempio iniziando un ciclo di ritratti di nativi americani, con sfondi geometrici.
Io seguo il tuo lavoro da molti anni, e so che hai sempre cercato una sorta di equilibrio tra i due versanti della figurazione e dell’astrazione, e che in molti lavori hai cercato di unire questi due linguaggi…
Esatto. In passato, però, li univo in una maniera che oggi ritengo un po’ meccanica: bande, griglie, separazioni… Adesso sento invece che la fusione è più armonica. Del resto il mio lavoro è sempre stato leggermente schizofrenico, passa da un tema all’altro, spesso procede per cicli, apparentemente anche molto diversi tra loro… un giorno, spero che tutto possa confluire in un’unica opera, in un progetto unitario.
Come nei grandi progetti mistici tra Ottocento e Novecento: una visione totale dell’esistenza.
Sì, del resto la coincidentia oppositorum è sempre stata la mia guida.

Il trasferimento in Toscana, con quest’atmosfera di grande concentrazione e solitudine, sembra coerente con questa esigenza di unità…
Totalmente. Prima non mi sarei mai mosso da Milano, se non magari per trasferirmi in un’altra grande metropoli come New York o Berlino. Qui, invece, ho trovato una dimensione più intima, più raccolta. Con qualcosa di vagamente magico: pensa che proprio dove sorge oggi la mia casa, in epoca longobarda abbiamo scoperto che sorgeva un’antichissima comunità monastica: pare che, nel 700, proprio qui ci fosse infatti la prima abbazia fondata da un certo Walfredo della Gherardesca.
Come si svolge oggi la tua giornata?
Mi sveglio tra le 7 e le 8, medito, faccio un po’ di ginnastica, poi salgo in studio, a piedi o in bicicletta, e lavoro. La sera ancora meditazione, poi sto con mia moglie, tra film, letture, qualche cena fuori. Vita semplice, ma intensa. Quasi sempre vado in giro a piedi o in bici… tornare a casa di notte, nel buio, con la musica nelle cuffie, è un momento magico.

Che musica ascolti?
Molto indie rock, ma anche canti gregoriani, musica arcaica, spirituale: poco fa ad esempio stavo ascoltando una musica scritta da questa Hildegard von Bingen, una mistica del 300. Poi un po’ di musica etnica, e musica classica. Spotify mi ha cambiato il modo di ascoltare: più accesso, ma anche più superficialità. Una volta compravo CD, ascoltavo tutto di un artista… Ora è tutto più frammentario.
Il tuo isolamento è anche una forma di protezione?
Sì. Lavoro con più concentrazione e libertà. Non inseguo più l’affermazione, la corsa a fare mostre a tutti i costi… Grazie alla mia situazione (credo di potermi ritenere fortunato), posso permettermi di fare quello che amo. Se arriva una mostra, bene. Altrimenti continuo a lavorare, che per me è la cosa più importante.

Di recente hai esposto anche in India. Com’è nato quel progetto?
Un mio quadro era finito in asta, e la cosa di primo acchito mi era anche dispiaciuta, quando un collezionista si disfa di un tuo quadro è sempre un po’ doloroso. Poi mi ha scritto un collezionista indiano: l’aveva visto in asta, gli era piaciuto e l’aveva comprato. Ne ha voluti altri, e ha organizzato la mostra. Era legato a una buona galleria, la Black Cube Gallery di Sanya Malik, che lavora solo con artisti indiani: sono stato il primo occidentale a esporre con loro. L’ho considerato un grande onore. Il quadro era una reinterpretazione di una foto ottocentesca, con tre donne nude, dipinte a colori acidi. Pensavo fosse troppo particolare per piacere in India, e invece…

Come hai trovato l’India?
Ci ero già stato altre volte, e l’ho sempre amata molto, ma ultimamente ho trovato un paese che è cambiato tantissimo. C’è una borghesia urbana molto sofisticata, gente che ha studiato nelle migliori università del mondo, una grande vita sociale e una grande vivacità culturale. A volte, gli indiani possono sembrare un po’ caotici e molto creativi: un po’ come noi italiani. Una bellissima esperienza. Spero di tornarci presto.
E oggi, com’è il tuo rapporto con il paese, Monteverdi e i suoi abitanti?
Monteverdi è un piccolo paese, di 350 abitanti. Gente autentica, semplice, sincera. Non hanno avuto diffidenza, ci hanno accolti bene. Quando esco, incontro sempre qualcuno che mi racconta la sua vita, magari anche i suoi acciacchi, che vuole condividere il suo privato e scambiare quattro chiacchiere. Paradossalmente, da un certo punto di vista ho trovato più socialità qui che a Milano…

E gli abitanti del posto hanno curiosità per il tuo lavoro?
Sì, molta. Oggi collaboro anche con la rivista del comune, “La Ruga”, che è il nome che in Maremma si dà alle sue strade. Ogni sei mesi realizzo una copertina apposta per questa rivista. Sento che sono contenti, anche orgogliosi, di avere un pittore conosciuto in paese. E anche a me fa piacere avere intorno tanto calore e tanto interesse. Ormai mi sento uno di loro, amo il paese, i luoghi, le persone. Insomma, mi sento integrato, e lo considero davvero un privilegio.
Un’ultima domanda: sei felice?
Sì, molto. La felicità è una scelta, qualcosa che va costruita. Vivo in un posto spendido, ho una moglie amatissima a cui devo molto, e che non smetto mai di ringraziare: questa vita l’abbiamo costruita insieme, ed è stato grazie a lei se oggi ho trovato questa mia nuova dimensione e questa grande, nuova serenità. E poi, dipingo, lavoro, studio, faccio quello che amo senza preoccupazioni e senza stress. E questa è davvero una cosa impagabile.



