C’è una parola che torna con insistenza nel lavoro di Andrea Chiesi, e quella parola è soglia. Non come metafora abusata, ma come dispositivo visivo e concettuale preciso: un punto di passaggio tra il visibile e l’invisibile, tra il mondo reale e la sua trasfigurazione pittorica. È attorno a questo nucleo che si costruisce Oltre la soglia, la mostra personale che Padova dedica all’artista modenese — uno dei pittori più rigorosi e riconosciuti della sua generazione — nelle sale di Palazzo Santo Stefano, sede istituzionale della Provincia di Padova in piazza Antenore 3. Curata da Marina Sonzini, la mostra sarà aperta dal 5 settembre all’11 ottobre 2026, ogni venerdì, sabato e domenica con orario 10.30–13 e 15–19, a ingresso libero. Il vernissage è fissato per il 5 settembre alle ore 10.30.
Palazzo Santo Stefano ha aperto le sue porte all’arte contemporanea nell’aprile 2024, inaugurando un ciclo di mostre gratuite ad alto profilo culturale. Le sue sale al piano nobile offrono una cornice densa di storia, e in questo caso la dialettica tra contenitore e contenuto non è affatto indifferente: le opere di Chiesi — pittore, disegnatore, incisore, titolare di cattedra di pittura all’Accademia di Belle Arti di Brera — abitano quegli spazi portando dentro un immaginario fatto di architetture abbandonate, strutture industriali, ponti d’acciaio, gasometri, giostre dismesse. Luoghi che l’artista cerca, fotografa, poi ricostruisce nel silenzio dello studio: prima a matita su tela di lino, in un processo lento e quasi meditativo, poi ad olio, con una precisione tecnica che pochi sulla scena contemporanea possono vantare.
La ricerca di Chiesi, che dura da oltre 35 anni con una coerenza rara, ha attraversato diverse fasi ma ha mantenuto una tensione di fondo costante: lo studio del paesaggio contemporaneo come luogo interstiziale, spazio di confine tra presenza e assenza umana. Negli ultimi anni, alle rovine post-industriali si è affiancato lo sguardo sulla natura che riconquista i luoghi abbandonati: le piante che fendono il cemento, i rovi che avvolgono le strutture metalliche. Uno sguardo tra il poetico e il neogotico, in cui la natura non è sfondo ma forza generatrice, depositaria di una legge di causa ed effetto che lega ogni forma organica e inorganica. Da questo percorso è emerso il ciclo dedicato all’hortus conclusus — all’orto botanico come luogo di custodia e missione — che viene presentato qui a Padova in assoluta anteprima. La scelta della città non è casuale: Padova ospita l’Orto Botanico più antico del mondo, e l’incontro tra questa radice storica e la visione di Chiesi diventa parte integrante del senso della mostra.
Sul piano formale, Chiesi lavora con una cromia ridotta all’essenziale: atmosfere notturne dominate dal blu, crepuscoli in toni di grigio, viraggi verso il seppia o il magenta portati all’assoluto. I punti di fuga vengono moltiplicati, le architetture esasperate, le strutture specchiate per produrre straniamento e immersione simultanei. Ma in fondo a ogni composizione, oltre il punto di fuga, c’è sempre una luce. Non una consolazione retorica: piuttosto una struttura logica della visione, quasi una regola ottica interiore. Accanto alla pittura a olio su lino, da qualche anno Chiesi ha ripreso il disegno su carta e l’incisione calcografica: un intreccio fittissimo di segni neri tracciati con pennarelli indelebili, su cui sovrappone velature di inchiostro di china diluito, su carta Rosaspina Fabriano. Opere che rivelano un maestro del disegno capace di costruire mondi con la sola densità del segno.
Le figure umane, che nei taccuini giovanili affollavano le pagine, sono progressivamente scomparse dalla superficie pittorica per diventare presenze invisibili: osservatori della propria vicenda esistenziale, testimoni di un tempo umano che si misura dentro un tempo molto più lungo, quello della natura e dell’universo. Chi guarda i dipinti di Chiesi non trova personaggi con cui identificarsi, ma si ritrova proiettato dentro lo spazio raffigurato, nella posizione di chi si trova sulla soglia. È una meccanica del tutto intenzionale: l’opera non racconta una storia, costruisce un’esperienza. E l’esperienza è quella dell’attraversamento, del coraggio di varcare ciò che sta oltre il conosciuto. Padova, con questa mostra, offre l’occasione di confrontarsi con una delle voci più serie e meditate della pittura italiana contemporanea, in un allestimento gratuito e aperto a tutti.


