Andrea Chiampo ad Art Basel Miami 2025: MATER NATVRA e il confine tra fisico e digitale

L’edizione 2025 di Art Basel Miami Beach segna un punto di non ritorno per il mercato globale con il debutto di Zero 10. Curata da Eli Scheinman, questa nuova sezione non è solo uno spazio espositivo, ma una piattaforma critica dedicata all’arte dell’era digitale: un ponte necessario tra la solidità del mercato tradizionale e l’avanguardia tecnologica di AI, robotica e blockchain.

Il nome stesso, “Zero 10”, omaggia la storica mostra 0,10 del 1915 di Malevič, suggerendo che ci troviamo di fronte a un nuovo grado zero del linguaggio artistico. In questo scenario, uno dei lavori più magnetici è stato MATER NATVRA di Andrea Chiampo, presentato da Asprey Studio.

Chiampo, artista italiano, con un passato nel concept design per giganti come Disney e Netflix, porta a Miami un’opera che sfida la dicotomia fisico-digitale. Attraverso una scultura in argento fuso, nata da un processo di modellazione digitale “dal vivo”, l’artista esplora il concetto di una natura indifferente, capace di generare simultaneamente vita e morte. In questa intervista esclusiva, Chiampo ci svela il simbolismo viscerale dietro la sua opera.  

Andrea, partiamo dal cuore del pezzo. Qual è l’archetipo che anima questo lavoro? Perché la scelta della placenta e di un simbolismo così primordiale? 

Nonostante l’estetica possa sembrare classica, quasi una replica del passato, ho cercato una nuova lettura di Madre Natura. Non volevo la solita figura materna rassicurante. Ho voluto mettere in scena il parto del bene e del male. Se osservi la placenta, vedi che sta vivendo una metamorfosi: si trasforma in un serpente, il simbolo biblico del male. La particolarità è che Madre Natura non interviene per salvare il bambino; è cosciente che il male è una sua creatura tanto quanto il bene. Distoglie lo sguardo con indifferenza, con una sorta di comprensione stoica perché sa che il serpente non può nuocerle.

È un concetto che richiama la “Natura Matrigna” di Leopardi, un volto spietato che però fa parte di un equilibrio necessario.

Esattamente. Il serpente che ho rappresentato è cieco e senza denti. La cecità è un simbolo del male che non guarda in faccia a nessuno mentre l’assenza dei denti significa che davanti a Madre Natura il rettile è impotente perché appartiene a un’altra dimensione. Per sottolineare questo aspetto ho raffigurato la donna che si volge dall’altra parte esponendo il collo, la parte più vulnerabile.

C’è poi un simbolismo legato alla struttura stessa: la base mantiene le tracce degli strumenti digitali, quasi fossero segni di rastrello sulla creta. È un richiamo al fatto che la nostra visione della natura è, in fondo, una sovrastruttura umana. Anche l’equilibrio della statua è precario: da davanti sembra centrata, ma di lato appare inclinata, pronta a crollare. Un equilibrio destinato a svanire nel tempo. 

Passiamo al processo. Tu nasci come scultore digitale. Com’è stato il passaggio dall’evanescenza del pixel alla solidità dell’argento di Asprey Studio? 

Il mio approccio al digitale è “antico”. Non copio fotografie; ho lavorato con una modella che posava per me, proprio come si faceva un tempo. C’è una relazione musa-artista che trasforma i poligoni in anatomia. Il mio artwork digitale si chiama infatti “Proof of Process”: è una testimonianza di questo percorso, dalle Z-spheres iniziali fino all’ultima pennellata virtuale. Mi piace che l’opera fisica riporti i “momenti migliori” di questo processo: la stanchezza della modella che cambia impercettibilmente la tensione di un muscolo, o dettagli come il ventre post-gravidanza che ho studiato appositamente. Nel fisico, l’esperienza occhio-oggetto è totale, senza le mediazioni meccaniche del visore. 

C’è anche un aspetto tecnico legato allo Smart Contract e alla conservazione dell’opera. Come convivono questi due mondi nel collezionismo?

Lo Smart Contract è fondamentale perché garantisce l’unicità, ma mi piace giocare con il concetto di possesso. Il collezionista ha in mano una serie di immagini, ma l’opera d’arte è la collezione stessa, non il singolo pezzo. Proprio per questo, nel digitale non mostro mai l’opera completa se non in un frame scurissimo, quasi in ombra: è una scelta precisa per rendere necessaria la coesistenza tra fisico e digitale. I due mondi devono vivere insieme.

Poiché la scultura non è in scala 1 a 1, l’occhio umano rischia di perdere certi dettagli; l’NFT diventa quindi come un catalogo esperienziale, un viaggio curato che porta l’osservatore dentro il processo creativo e il simbolismo. È come se mostrassi il significato complessivo senza però scriverlo esplicitamente. Oggi lo raccontando a te, ma sull’NFT non c’è nulla di scritto: voglio che tra cento o mille anni il messaggio venga intuito solo guardando, lasciando spazio all’interpretazione e alla cultura di chi osserva.

— 

L’incontro con Andrea Chiampo ad Art Basel Miami 2025 ci restituisce un’immagine dell’artista digitale molto lontana dal freddo tecnicismo algoritmico. Nel settore dell’arte digitale, che rischia spesso di farsi ammaliare dalla sola spettacolarità, l’opera di Chiampo si distingue per una profonda ricerca umanistica. MATER NATVRA non è solo un esercizio di modellazione virtuosa in argento, ma un “archivio di fotogrammi” di vita reale, un’opera nella quale il pixel si fa carne e il metallo si fa memoria. La forza di questo lavoro risiede proprio nel dialogo costante tra l’evanescenza del virtuale e la vulnerabilità della materia, ricordandoci che, anche nell’era della riproducibilità digitale più spinta, l’arte trova la sua massima espressione quando riesce a “fermare” l’indecifrabile mistero della natura.

Newsletter

spot_img

Follow us

Scelti per te

Kiefer torna a Milano: nella Sala delle Cariatidi nasce “Le Alchimiste”, il nuovo ciclo monumentale

È andata così, più o meno un anno fa, in una fredda giornata di gennaio. Il tedesco Anselm Kiefer, 80 anni compiuti, da molti ritenuto il più importante artista vivente, si muoveva con circospezione negli ambienti di Palazzo Reale, a Milano, apparentemente poco interessato alla storia del luogo.

Rebecca di Benni Bosetto abita gli spazi di Pirelli Hangar Bicocca, tra sogno e immaginazione

Rebecca è il titolo della mostra di Benni Bosetto (Merate, 1987) che nasce da queste suggestioni letterarie e da un evento personale, in cui l’artista resta temporaneamente senza casa, con la sua vita chiusa dentro scatoloni di cartone.
Domenico Fragata
Domenico Fragata
Domenico Fragata è filosofo di formazione, artista e autore. Da anni lavora all’intersezione tra tecnologia, simbolismo e arte, esplorando il rapporto tra umano e artificiale attraverso il progetto artistico THEM, che riflette sulle trasformazioni estetiche e culturali dell’era digitale. Le sue opere, spesso generate attraverso un dialogo diretto con l’intelligenza artificiale, combinano codici linguistici, riferimenti mitologici e immagini sintetiche per interrogare i confini tra naturale e artificiale, reale e simulato.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

spot_imgspot_img