La figura umana, insopprimibile presenza sulla tela pittorica come nell’immaginario onirico di chiunque aspiri a traferire un’idea simbolica nell’immanenza di un contesto quotidiano noto – e per certi versi famigliare – per forma, pregnanza materica, significato. Guardare al passato per interpretare il presente non è certo prerogativa di tutti gli artisti, ma a fine Millennio furono numerosi quelli che volsero indietro il loro sguardo, conciliando soggetti e stili d’antan con i codici della contemporaneità. L’“anacronismo” si manifesta dunque come tendenza ma le sue interpretazioni sono fra le più disparate. Certamente nell’ultimo ventennio del XX secolo, dopo arte astratta, concettuale e minimalista si era avvertita l’esigenza di riportare l’uomo – e in alcuni casi il mondo da lui “abitato” – al centro, con la consapevolezza di trovare rifugio e rassicurazione nel passato. Transavanguardia dunque, ma anche Postmodernismo, diffusosi negli stessi anni che videro il Secolo Breve giungere a maturazione in campo artistico, filosofico, architettonico, per aprire il varco al nuovo secolo in cui le rivisitazioni non hanno smesso di evolversi fino alla nostra epoca, contraddittoria quanto transculturale.
La mostra “Anacronismi e discronie. Arte italiana dagli anni Ottanta a oggi”, aperta a Trento a Palazzo delle Albere (fino al 6 settembre), tendendo un agile fil rouge fra passato e presente, punta l’attenzione sul ritorno al figurativo, ma anche sulla riflessione introspettiva in chiave nostalgica di chi applica stili pittorici più attenti alla reinterpretazione che alla creazione ex-novo. Curata da Ivan Quaroni e Margherita de Pilati, la rassegna include una cinquantina di nomi: i protagonisti della Transavanguardia a esempio, fino a toccare le frange più recenti della pittura, le ultime generazioni che oggi, senza legarsi in un gruppo strutturato – anche solo per regia critica –, giocano un ruolo di rilievo, come fossero tessere indispensabili a completare il grande mosaico della contemporaneità, rivelando “nicchie” di pensiero e creatività interconnesse.

Quaroni spiega a proposito di “discronia”: “Discronia, una disarticolazione in cui presente e passato si dissolvono reciprocamente”. Poi precisa: “… è la condizione temporale della postmodernità, in cui l’anacronismo è diventato una tendenza naturale”. Dunque, l’immedesimazione nel passato ma anche la sua rivendicazione più o meno consapevole: gli artisti della Transavanguardia, Sandro Chia, Francesco Clemente, Enzo Cucchi, Mimmo Germanà, Mimmo Paladino, che evocano a inizio anni Ottanta segni e cromie dei maestri fra Otto e Novecento, da Edvard Munch a Matisse, passando attraverso l’Espressionismo tedesco, il Fauvismo, il Gruppo Cobra, e il primitivismo profondamente radicato nella cultura mediterranea.
E ancora i Citazionisti, Carlo M. Mariani, Stefano Di Stasio, Alberto Abate, Ubaldo Bartolini, che esplicitamente rimandavano all’arte del passato già negli anni Settanta, amplificando e sviluppando l’opera dei loro modelli, quasi a far rivivere un tempo perduto, nell’illusione che il rispecchiamento, se non addirittura la completa identificazione con esso, spesso in chiave eroica, sia ancora possibile. Nonché Paola Gandolfi, che replica continuamente la stessa figura di donna – sé stessa –, trasformandola in un’icona novecentista, o Arduino Cantafora, che introduce note malinconiche e misteriose nelle visioni metafisiche dei suoi interni ed esterni architettonici. Ecco poi i Nuovi-Nuovi, capitanati da critici e storici dell’arte come Renato Barilli e Francesca Alinovi.

Fra i tanti, spiccano per diversità: Luigi Ontani, per l’ironia delle sue raffigurazioni, mixage di fabule antiche e di ibridismi linguistici in cui ogni dettaglio diventa allusione o metafora; Aldo Mondino, appassionato di cultura mediorientale e mediatore fra Surrealismo e mondo Pop; Salvo, con i suoi paesaggi affocati, che affondano le loro radici nell’atavico universo mediterraneo; Marcello Jori, esploratore di mondi minerali che lo conducono a un’archeologia tellurica di valenza ancestrale. Ma anche i Nuovi Futuristi, i quali mutuano la febbre della sperimentazione dal Futurismo storico per approdare a un’arte ludica, metropolitana, elettronica, coloratissima: Gianantonio Abate, Dario Brevi, Gianni Cella, Innocente, Marco Lodola, Plumcake, fra gli altri.

Con il nuovo Millennio altre voci si aggiungono al coro, alimentando scenari in cui un’ontologia spettrale, percorsa dai fantasmi del passato – secondo il concetto di hauntology introdotto da Jacques Derrida negli anni Novanta –, “si propone come la modalità attraverso cui l’arte realizza il fallimento del futuro e muove una critica diretta alla società capitalistica”, scrive Quaroni. Attingono a iconografie vintage, se non propriamente d’antan, Paolo Ventura, Gian Marco Montesano, Paolo De Biasi, Vanni Cuoghi, sedimentando luoghi, personaggi e atmosfere tipiche di un passato più o meno recente popolato dalle opere dei maestri della pittura di tutti i tempi. Vanni Cuoghi osserva: “Siamo tutti seduti sulle spalle dei giganti”. La sua installazione Salviamoci! (La messa in scena della pittura) propone la riproduzione del Polittico della Pentecoste del Bergognone incorniciandola di una selva di macroscopiche foglie di salvia, pianta “salvifica”, allusiva ad antichi significati e saperi. Ritagliate nel legno, le foglie si pongono come una sorta di quinta scenografica – sulla scia dei diorami per i quali l’artista ligure è assai noto –, accendendo una scintilla narrativa tra capolavoro antico e circostanze geopolitiche contingenti.

Presenti nell’esposizione anche opere di Francesco Vezzoli, contaminatore di miti e icone con interventi provocatori e corrosivi; Giulia Andreani, con acquerelli giocati su documenti e foto tratte da archivi novecenteschi; Nicola Verlato, artefice di prospettive imaginifiche, fra l’epico e il contemporaneo; Nicola Samorì, che esprime turbamenti e conflitti attingendo a volti e memorie del passato; o ancora, quanto a ultime generazioni, Christian Fogaroli che, con piglio da catalogatore di cose che appartengono a tempi lontani, annulla la presenza di persone o fatti, proponendo oggetti dal potenziale allegorico imperniato sull’assenza, sul sottinteso, sul non detto; o Martina Cinotti, nelle cui opere si intrecciano ambiente e corpo umano fino al dissolvimento di quest’ultimo, dando voce al sentimento panico della natura che dal mito classico giunge oggi a noi.




