Conosco Enrico Lombardi da una vita intera. Non è un modo di dire: ci siamo conosciuti nella sua città natale, Meldola (che è anche la città natale dei miei nonni), in una calda sera d’estate, sulla piazza principale, dedicata all’eroe eponimo di Medola, quel Felice Orsini, patriota risorgimentale, che tentò di uccidere (non riuscendoci) Napoleone “il piccolo”, come lo chiamava Victor Hugo. Eravamo entrambi adolescenti, io ed Enrico: lui poco più grande di me, l’aria da giovane hippy, capelli lunghi e una barba bionda che faceva molto Gesù Cristo, una chitarra in mano, suonava, se non ricordo male, De Gregori. È lui, va detto, ad avermi iniziato all’amore per l’arte. Lui, coi suoi quadri ai tempi ancora inevitabilmente immaturi, che tuttavia a me bastarono per scoprire in me quella passione irrefrenabile, quella tensione struggente e insopprimibile per la pittura, linguaggio misterioso, non codificabile e non paragonabile a nessun’altra tecnica, che ha segnato una gran parte della mia vita. E fu proprio allenandomi, quasi come un esercizio di stile, sui quadri di Enrico, che cominciai a scrivere. Scrivere d’arte, non ancora da critico, ma da scrittore e compagno di strada di artisti, di pittori e di scultori, come in gran parte sono e rimango tutt’ora.

Ho fatto questa premessa così personale, che parla di pittura ma anche di amicizia, perché la mostra di cui voglio parlare si intitola proprio “Amicizia. Vita e pittura. Vita è pittura”, allestita alla Galleria Forni di Bologna fino al 6 giugno, e racchiude i lavori di tre artisti (Enrico Lombardi, Giorgio Tonelli e Stefano Gattelli), tutti e tre amici tra di loro da decenni, e tutti e tre, seppure in diversi gradi, amici anche miei. Che, insomma, conosco mi sembra da sempre, e dei quali da sempre seguo, e amo, il lavoro.
Enrico Lombardi: paesaggi come archetipi

Il primo è appunto Enrico Lombardi. Enrico dipinge da sempre paesaggi che potremmo definire immaginari, pur mantenendo con la realtà un forte legame simbolico e non di rado anche alcune corrispondenze dirette. Nato, come dicevo, a Meldola, in provincia di Forlì, nel 1958, Enrico ha sempre mantenuto con la sua terra d’origine un solidissimo legame anche dal punto di vista della trasfigurazione metaforica del reale, attraverso una pratica pittorica fortemente evocativa, dai risvolti fantastici e non di rado magici, che sembra sempre scavare nel nucleo delle memorie profonde del proprio immaginario infantile. Così, le case, le colline, i campi, gli alberi, i cieli che hanno riempito gli occhi del bambino fin dalla prima infanzia, tra le colline e i borghi dei primi Appennini romagnoli, si sono piano piano trasfigurati in un luogo magico, ancestrale, fantastico e utopico, che sembra aver fatto del meraviglioso, del magico e del labirintico, attraverso artifici pittorici compositivi e formali (geometrie impossibili, ombre che rincorrono altre ombre, case volanti, immensi spazi cosmici primordiali), la sua legge e la sua stessa ragione d’esistenza. Quelli di Lombardi sono così, allo stesso tempo, luoghi della memoria e dell’immaginario, in un gioco a rimpiattino con i posti che ha visto e nei quali è vissuto (i borghi della Romagna, le sue colline, le sue strade) e l’arte che ha amato (la geometria della pittura tre e quattrocentesca, la lezione del gotico, dei suoi fondi oro e delle sue immagini votive). Sono insomma dei metaluoghi: spazi che rimandano all’idea di altri spazi che la sua memoria ha conosciuto in passato, e che di questa idea, o di questo ricordo, conservano insieme l’idea del luogo chiuso e del viaggio, dell’ordine e del caos, della logica ferrea e del gioco irrazionale degli spazi impossibili, della realtà e dell’utopia.

Spesso, le forme architettoniche che predilige – l’archetipo della casa e dell’abitare, il portico, la collina – diventano pure forme evocative, architettura dell’anima e della memoria (reale e pittorica), elementi astratti, sovente dalle forme labirintiche e dalle atmosfere ambigue, all’interno delle quali sembra trovarsi la chiave per leggere un segreto iniziatico, misterioso, principio della visione, del vedere il mondo e del disvelarne i misteri nascosti, i fili segreti e misteriosi che legano le cose del mondo l’una all’altra.
Giorgio Tonelli: la pittura è cosa mentale

Il secondo è Giorgio Tonelli. Classe 1941, bolognese doc, Tonelli lavora da sempre sul paesaggio urbano, ragionando sulla visione della città come struttura geometrica, quasi matematica verrebbe da dire, più che come luogo della quotidianità. “Avevo cominciato a dipingere paesaggi urbani dopo il soggiorno londinese, al mio ritorno in Italia”, mi raccontò tempo fa l’artista. “Evidentemente, avevo dovuto far sedimentare dentro di me ciò che in quegli anni avevo raccolto nel mio sguardo. Così sono nate quelle città fredde, solcate da una luce nordica, tagliente, forte, che hanno contraddistinto il mio lavoro in tutti questi anni. Del resto”, aggiungeva, “la pittura è soprattutto un fatto mentale, mediato dalla memoria e dal ragionamento”. E proprio il ragionamento, la riflessione e la memoria sembrano costruire la struttura dei quadri dell’artista. “Anche se”, precisa lui, “la memoria non deve mai interferire nel lavoro come fatto personale, individuale, che condizioni eccessivamente il quadro. Io ho talmente paura del raccontino, cioè dell’immagine naturalista, che tendo ad eliminare tutto ciò che ritengo inutile al senso dell’immagine. Per cui cerco di geometrizzare, di toccare solo i sentimenti della testa e non quelli del cuore o della pancia. Il mio sforzo è quello di creare delle immagini che ci appartengano, ma nello stesso tempo che appartengano un po’ a tutti, senza il racconto sentimentale di un’esperienza individuale che non interessa a nessuno. Non a caso, nella storia dell’arte sono attratto da tutti quegli artisti in cui il rigore della pittura fa diventare il quadro una specie di teorema matematico. A cominciare da Piero della Francesca”.

Eppure non è tutto calcolo matematico e luce fredda, nella pittura dell’artista bolognese: sembra sempre esserci la presenza del tempo, un tempo profondamente umano, benché l’uomo non vi si veda mai. I suoi quadri sono tutti scanditi, quasi geometricamente, dal taglio della luce sui palazzi e sui tetti a seconda dello scorrere delle ore del giorno e della notte, creando così una sorta di diario visivo della città che attraversa l’intera giornata, dal mattino presto a notte fonda. Un escamotage che, se da una parte sembra, a prima vista, accentuare un po’ il lato sentimentale del lavoro, dall’altro non fa che aumentare quello strano senso di vertigine, di spaesamento geometrizzante che colpisce sempre lo spettatore guardando i suoi quadri.

Del resto, che sia proprio la luce, la sua qualità e la sua intensità, a costruire l’impianto del quadro è evidente da sempre nei suoi lavori. “La luce è fondamentale”, mi raccontava il pittore. “Quello che fa l’uomo è un manufatto, la luce è Dio. La luce è ciò che fa trascendere le cose dalla loro banalità. Girando, io sono colpito da paesaggi urbani che magari ho visto mille volte, e che però, improvvisamente, assumono un’altra atmosfera, persino un altro senso, grazie alla luce che li colpisce da una direzione particolare, in una determinata ora del giorno, tale per cui anche la cosa più banale assume una fortissima valenza quasi spirituale”.
Stefano Gattelli: la nostalgia dell’origine

Il terzo pittore della combriccola è Stefano Gattelli. Originario di Forlì, classe 1962, Gattelli è anch’egli un pittore di paesaggi. I suoi sono paesaggi rarefatti al limite della sparizione, giocati su una pittura tonale che, a prima vista, sembrano dover molto alla pittura morandiana. La sua è sempre stata una ricerca volta alla sintesi più estrema, una pittura che sembra indagare se stessa prima ancora di indagare le forme della rappresentazione. Gattelli, come scriveva Enrico Lombardi in un tempo che oggi possiamo giudicare remotissimo della sua pittura, cogliendone il nocciolo già in tempi non sospetti, “lavora di cesello i luoghi comuni, li strania, li precipita in quella sua follia tutta particolare che i suoi estimatori hanno imparatio a conoscere; ci mostra quanto è ‘estranea’ la realtà. Apparentemente così liminare all’oleografia, Stefano la nobilita con una pittura sempre sapiente nel tono e nella luce, mostrandoci (in faccia a tutti i divieti del moderno) che non vi è luogo in cui la pittura non possa accadere”.

Che si trattasse dei “luoghi senz’ombra” di una ventina d’anni fa, paesaggi sintetizzati fino alla prospettiva di una miniatura medioevale o di un tappeto persiano, dove le figure (case, alberi, fiumi, montagne) erano “raffigurazioni solo in superficie (esse”, ha scritto a riguardo il filosofo Rocco Ronchi, “tendono all’astrazione del motivo ornamentale o della cifra, come nel secondo Capogrossi, in Klee e in Mondrian, perdendo nella composizione ogni semanticità”, quasi come in una “scrittura matematica”; o dei quadri di paesaggio dell’ultimo periodo, scheletri del paesaggio ridotto alla sua pura essenza simbolica in una luce tenue e rarefatta che la colloca fuori da ogni tempo e da ogni spazio reale, i quadri di Stefano Gattelli tendono sempre alla sintesi più estrema, alla ricerca di un punto di congiunzione tra la forma perfetta, pura, e il carico di nostalgia dell’origine che ogni visione di paesaggio porta con sé.
Perenne inattualità della pittura

Questa triade, oggi, è stata messa insieme, come dicevamo inizialmente, per spontanea volontà dei tre pittori (l’idea è di Giorgio Tonelli), ed esclusivamente (o perlomeno così dicono i tre) sulla base dell’amicizia, e non dell’affinità o nelle concordanze del loro lavoro. “Questa mostra non ha bisogno di alcun pretesto estetico per esistere”, scrive Enrico Lombardi nel testo che accompagna la mostra; “l’unico tema vero, non retorico, che ha fatto nascere il desiderio di realizzarla è “l’amicizia”. E il fatto che questi tre amici siano anche pittori (pittori che si guardano, si stimano e si confrontano) serve solo a rafforzare il suo senso. Quindi, almeno per questa volta, nessun testo criptico per arrampicarsi sugli specchi e cercare di dire ciò che quasi sempre sarebbe superfluo dire, ma la semplice testimonianza etica ed affettiva di un lungo percorso fatto insieme: un cammino di affinità ed anche di differenze, di dialoghi serrati sul senso del dipingere, di conversazioni interminabili senza tema e senza meta, di confronto sulla storia dell’arte, sugli amori artistici e non solo, sulle predilezioni e sulle afflizioni, sulla chimica di un colore, sulla marca dei propri colori preferiti, su come realizzare meglio l’ombra piuttosto che la luce, sull’atmosfera del quadro, sulla qualità del vino consumato sempre con grande piacere, del cibo che lo accompagna, sul libro che si sta leggendo o sull’ultimo film visto, sulla filosofia che spesso sostiene il linguaggio della pittura o su quella che proprio non lo comprende e così via…”, chiosa il pittore. “Un farsi compagnia, dunque, dignitoso , senza enfasi, sincero e rodato dal tempo… Il fatto, poi, che tutti e tre possiamo definirci, senza tema di smentita, pittori ‘inattuali’, ha certamente, nel tempo, rafforzato il legame e reso evidente un destino comune”.

Una mostra, dunque, che vuole parlare solo con le opere, e con la testimonianza di una frequentazione che è il vedersi e parlarsi, al di là dell’occasionale, per discutere, ragionare, guardarsi a vicenda, nel proprio dipingere e nel proprio trovare ogni volta gli strumenti giusti per dire quel che la propria ricerca li ha portati a dire, unicamente con i colori, al di là delle tendenze via via imperanti nel sistema dell’arte e nel mondo: “Abbiamo sempre saputo”, scrive ancora Lombardi, “che dipingere, come stavamo facendo noi, non aveva che rare corrispondenze nella contemporaneità, e che quelle poche che riuscivamo a vedere erano anch’esse condannate ad un destino di orgogliosa marginalità, di inattualità, di libera resistenza. Ecco, forse sta proprio qui il discrimine fra una sconfitta subita a capo chino e la coscienza che nella libertà di fare ciò he si vuole, di portare a termine il proprio mandato estetico, di compiere sino in fondo il proprio destino formale, non è contemplata alcuna idea di sconfitta… Per noi la libertà è legata indissolubilmente all’inattualità. L’opera sarà, dunque, sempre frutto di ricerca e sperimentazione all’interno del proprio percorso, coi tempi necessari al suo sviluppo completo, senza assecondare mai, in nessun modo, i tempi della merce e del mercato, che hanno esigenze completamente diverse”.

“La storia dell’arte, scritta oggi, va da tutt’altra parte?”, si chiede Enrico, consapevole della persistenza di leggi non scritte e di diktat sotterranei che hanno spesso relegato la pittura (specie quella di figura) in un limbo di “inattualità”, per poi tornare a riscoprirla periodicamente e apoditticamente: “Bene! Poco importa: noi si va a mangiare un ‘pescetto’ al mare e, con un ottimo vino di accompagnamento, si ritorna a parlare del cielo di Piero della Francesca nella ‘Flagellazione’, delle sublimi scelte di colore della pittura trecentesca, del fascino delle sproporzioni nella pittura primitiva, dei cieli neri di Sironi, della semplicità complessissima di Donghi e di Casorati, Carrà, Morandi; si torna a discutere della luce nel Bellotto, in Giorgione, in Antonello da Messina e così via. Trovando sempre, nel tepore confortevole di una perfetta convivialità, nell’amore per la grande pittura e nella loro condivisione l’immensa consolazione garantita dall’amicizia: non essere irrimediabilmente soli nel proprio arduo sentiero di uomini e di pittori”. Vita e pittura, dunque: ma, è proprio il caso di dirlo, per questi tre pittori, per questi tre amici, ancora una volta, vita è pittura.



