Nel sottosuolo del Colle Oppio, a pochi passi dal Colosseo, esiste una città dentro la città. È dipinta su una parete di circa dieci metri quadrati e mostra, osservata dall’alto, mura, torri, portici, edifici pubblici, un teatro e un porto. Non sappiamo quale centro dell’Impero rappresenti, ma la precisione della sua struttura urbana ne fa un documento eccezionale. Dopo decenni di studi e restauri, la cosiddetta Città Dipinta diventa finalmente accessibile all’interno del nuovo percorso museale delle Terme di Traiano.
L’intervento, realizzato nell’ambito del programma PNRR–Caput Mundi, collega la grande esedra sud-occidentale del complesso alla galleria sotterranea scoperta durante gli scavi avviati negli anni Novanta nell’area dell’antica Polveriera Pontificia. Qui, oltre all’affresco del I secolo d.C., si conserva il Grande Mosaico, una monumentale decorazione parietale articolata su diversi registri, con architetture, statue e figure disposte come sopra una scena teatrale.
Le Terme di Traiano furono progettate da Apollodoro di Damasco, inaugurate nel 109 d.C. e occupavano circa sessantamila metri quadrati. Non erano soltanto un luogo dedicato al bagno e alla cura del corpo: comprendevano portici, giardini, aree sportive e ambienti destinati alla lettura e alla cultura. La grande esedra, con un diametro di circa trenta metri e una serie di nicchie che potrebbero avere ospitato libri o documenti, restituisce proprio questa natura ibrida. Nel nuovo progetto potrà accogliere anche conferenze, concerti e incontri.
La vera novità, tuttavia, non riguarda solamente ciò che viene mostrato, ma il modo in cui il pubblico potrà accedervi. L’apertura comincerà il 12 e 13 settembre con visite guidate gratuite e su prenotazione. Dal 2 ottobre il percorso sarà visitabile dal venerdì alla domenica, attraverso sei turni giornalieri e con un massimo di quindici persone per ogni fascia oraria. A pieno regime significa non più di novanta visitatori al giorno.
Il limite non risponde alla logica dell’esclusività, ma alla necessità di capire come un ambiente rimasto protetto per secoli reagisca alla presenza umana. Ogni visitatore introduce calore, umidità, polvere e variazioni nella circolazione dell’aria. Quando le superfici sono fragili, aprire un sito significa alterarne l’equilibrio. Per questo l’afflusso verrà aumentato soltanto dopo aver valutato gli effetti prodotti sul microclima e sulle decorazioni.
Le Terme di Traiano diventano così un interessante esperimento museale. Il pubblico non entra in uno spazio semplicemente concluso e consegnato alla fruizione, ma in un sistema ancora sottoposto a osservazione. Accessibilità e conservazione non vengono considerate obiettivi contrapposti: il museo cerca di stabilire, attraverso l’esperienza, quale quantità di pubblico sia realmente sostenibile.

È un modello particolarmente significativo per Roma, dove l’enorme patrimonio sotterraneo non può essere gestito applicando ovunque le regole dei grandi musei di superficie. La capacità massima di un sito archeologico non dovrebbe essere stabilita soltanto dal numero di persone che riescono fisicamente a entrarvi, ma dalla quantità di presenze che le opere possono sopportare senza subire danni.
L’esperimento sarà davvero utile, però, se i risultati del monitoraggio diventeranno trasparenti. Andrebbero comunicati i parametri osservati, le variazioni registrate e le ragioni alla base di eventuali modifiche al numero degli ingressi. In questo modo il limite dei quindici visitatori smetterebbe di apparire come una semplice restrizione e diventerebbe uno strumento per spiegare al pubblico quanto costa, scientificamente e materialmente, rendere accessibile il patrimonio.
La Città Dipinta non rappresenta quindi soltanto una nuova attrazione archeologica. La sua apertura pone una domanda più ampia: fino a che punto un museo deve aumentare il proprio pubblico e quando, invece, deve proteggerlo da una fruizione eccessiva? Alle Terme di Traiano la risposta verrà cercata sul campo, visita dopo visita. Anche questo processo, se raccontato con chiarezza, può diventare parte dell’esperienza culturale.



