Dal 12 aprile al 15 settembre la Collezione Peggy Guggenheim di Venezia ospita Maria Helena Vieira da Silva. Anatomia di uno spazio, a cura di Flavia Frigeri. Attraverso una selezione di circa settanta opere disposte in undici sale, la mostra presenta l’evoluzione del linguaggio artistico di Maria Helena Vieira da Silva. La coesistenza di astrazione e figurazione, i riferimenti alle avanguardie storiche e l’uso del colore sono alcuni dei temi significativi nel lavoro dell’artista, indagati e raccontati attraverso un percorso espositivo tematico. Protagonista della mostra è lo spazio, in tutte le sue forme e rappresentazioni: dall’architettura alla città – reale o immaginaria – fino al labirinto e alla dimensione spirituale.
La mostra si apre con una prima sala dedicata al rapporto tra la donna e il marito, Arpad Szenes, anch’egli pittore. L’esposizione prosegue poi con la seconda stanza, Anatomia di uno spazio. Maria Helena Vieira da Silva frequenta nel 1926 il primo corso di anatomia presso la Escola de Belas Artes di Lisbona. Lo studio del corpo umano diventerà essenziale per la sua produzione successiva e per il suo approccio alla spazialità, come dimostrato in Le tessitrici del 1936. Lo spazio viene spogliato del superfluo, mostrato nella sua struttura, ridotto a uno scheletro.

Da linee strutturali ed essenze plastiche, le composizioni di Maria Helena Vieira da Silva si evolvono in griglie, scacchi, spazi finiti e infiniti. Il gioco delle carte (1937) presenta un ambiente differente dove contenuto e contenitore si fondono, i soggetti sono parte dello spazio che si trasforma in un mosaico. È evidente qui il riferimento dell’artista alle scacchiere – quindi anche al gioco – e agli azulejos, nella costruzione di luoghi-non-luoghi che diventeranno sempre più labirintici.
Il percorso espositivo prosegue dedicando uno spazio alle opere prodotte dall’artista a Rio de Janeiro. Nel 1940, infatti, Maria Helena Vieira da Silva e il marito lasciano Parigi per scappare dalla Seconda Guerra Mondiale: dopo aver tentato invano di rifugiarsi a Lisbona saranno costretti a salpare oltreoceano. Qui l’artista dipingerà quadri tetri, ispirati nella forma e nei colori a grandi maestri rinascimentali come Paolo Uccello (del quale ha probabilmente esperienza nel “Grand Tour” compiuto in Europa nel 1928). Le opere esprimono un senso di tragedia universale, di sconforto collettivo. Nonostante la distanza fisica dal conflitto, Maria Helena Vieira da Silva traduce, attraverso il riferimento del linguaggio classico, la sofferenza percepita, tenendosi costantemente informata sullo sviluppo della Guerra.

Il ritorno a Parigi nel 1947 è segnato da una prospettiva positiva e da ulteriori sperimentazioni e rimodulazioni nello spazio pittorico. L’evoluzione nella rappresentazione risente della sua formazione di scultrice: inizia con una ricerca della tridimensionalità, prosegue con l’indagine e l’annessione di figure nella composizione. Ora lo spazio è la città. È Parigi, è Lisbona ma anche l’idea di questi luoghi. La città è reale perché vissuta ma anche immaginaria, ripresa dalle cartoline. I riferimenti reali si perdono nell’astrazione.
Dalla città Maria Helena Vieira da Silva passa alla singola costruzione che si trasforma in un gioco tra interno ed esterno. La rappresentazione e la ricerca dello spazio si perdono, vengono portate all’estremo nel labirinto, soggetto prediletto della produzione tra gli anni Sessanta e Settanta. Dedalo (1975) è metafora di esperienze e svolte nella vita dell’artista. L’espediente visivo del labirinto sfonda la terza dimensione trasformandosi in un’indagine anche sul tempo. La relazione tra tempo e memoria non può che rompere un’ulteriore barriera mostrando “un presente che rimane presente”.

Maria Helena Vieira da Silva. Anatomia di uno spazio è una mostra che riesce nel racconto di uno spazio in continua trasformazione: uno scheletro, un reticolo di linee, una griglia, un mosaico, poi ancora una città, un labirinto. Il percorso espositivo tematico non abbandona mai davvero la cronologia, senza però esplicitare grandi eventi nella carriera dell’artista. Se la selezione di opere consente di vedere chiaramente l’evoluzione nella ricerca artistica, la scelta di sale tematiche come quella d’apertura – dedicata al rapporto tra Maria Helena Vieira da Silva e il marito – e quella conclusiva, che raccoglie tutte le opere di colore bianco, spezzano il ritmo cronologico offrendo approfondimenti che non convincono appieno. L’amore tra i pittori è davvero un punto d’inizio e la spiritualità del bianco un punto d’arrivo non esplicitato? Maria Helena Vieira da Silva. Anatomia di uno spazio accenna, sfiora, accarezza la superficie senza entrare in profondità.
Il “contatto” tra l’artista e Peggy Guggenheim (grazie a Exhibition by 31 Women organizzata da Peggy Guggenheim nella galleria-museo newyorkese Art of This Century nel 1943) sembra quasi passare in secondo piano. In un’esposizione che riduce al minimo i riferimenti e i contesti, la casa della collezionista non sembra avere ragioni di ospitare la retrospettiva dell’artista.





