Alla Fondazione ICA Milano, un autunno tra oscurità, sogno e memoria: tre mostre per riflettere sulla percezione e sull’identità contemporanea

Una sala appare come infestata da personaggi senza occhi che abitano un tempo sospeso; un’altra, invece, è bombardata dalla ripetizione dell’immagine di una bambina che dorme; e un’altra ancora ospita pezzi di metallo che, assemblati, si fanno scultura. La Fondazione ICA di Milano, fino all’8 novembre, appare così, accogliendo per la sua programmazione autunnale un trittico espositivo formato rispettivamente da Lewis Hammond, Oliver Osborne e Isabella Costabile, tre artisti che, ognuno con la propria sensibilità, riprendono il passato per riflettere sul presente in cui viviamo.  

La grande sala al piano terra della Fondazione accoglie le opere di Lewis Hammond (Wolverhampton, 1987). I suoi lavori risentono della biografia dell’artista, raccogliendo la sua eredità nera, ma anche la disaffezione e l’alienazione tipiche delle subculture skate e punk che Hammond ha frequentato crescendo. Questi elementi personali si mescolano al mito, al fantastico e al sogno, facendo eco a sensibilità surrealiste. Ma i rimandi alla storia dell’arte sono molteplici: da maestri come Caravaggio, Velázquez e Goya, al Barocco, Rococò e Simbolismo. «Mi piace l’interazione con la storia della pittura e come questa può essere utilizzata all’interno della mia pratica per parlare del tempo e dello spazio in cui esisto io» commenta Hammond. Ma l’artista esiste – come tutti noi – in un mondo in trasformazione, caratterizzato da insicurezza, ansia, inquietudine collettiva e allarmanti scenari socio-politici. 

Lewis Hammond_Bow Down_2024

Le complessità dell’esperienza vissuta si riversano nelle opere di Hammond, sia nella forma che nel contenuto. I quadri sono infatti bui e denotano una fascinazione per le tonalità scure e terrose. Le fonti di luce non sono identificabili: non ci sono lampadine, non c’è il sole. Anzi, non si sa nemmeno se sia notte oppure giorno. Lo spettatore si trova catapultato in una sorta di “vuoto temporale”, in un paesaggio cupo che non rimanda a nessun luogo in concreto. Piuttosto, lo scenario si fa rappresentazione di uno stato mentale, «una delega di un sentimento di apatia o una condizione in cui i personaggi sono stati forzati» chiarisce l’artista. Personaggi che non possono che apparire disorientati: «i loro corpi assorbono la violenza di un presente distopico, di spazi omogenei e riduttivi nei quali gli individui si trovano in una perpetua ricerca di identità» spiega Hammond. Non si tratta però di individui definiti, bensì, nelle parole dell’artista, di «archetipi più ampi, che diventano controfigure di persone spesso marginalizzate all’interno della società». Così i personaggi dalla pelle limpida e grigia sono sospesi tra la vita e la morte, non consapevoli e non vedenti: i loro occhi sono letteralmente vuoti e senza pupille. 

Courtesy Andrea Rossetti Archive

Tutti questi elementi tornano inevitabilmente nelle opere esposte alla Fondazione ICA: tornano quindi le atmosfere visionarie e surrealiste; i colori cupi e i corpi distorti; la fragilità corporea ed emotiva dei personaggi, che appaiono qui in uno stato riflessivo e trascendentale, e in ogni caso (quasi) sempre senza occhi. Però c’è di più: compare anche il motivo della maternità, rappresentata da due neonati che dormono vicini, e il rapporto con la fede, con chiari riferimenti all’iconografia cristiana. Probabilmente entrambi i temi sono possibili risposte alla domanda aperta alla base della ricerca recente dell’artista: in cosa riponiamo speranza oggi? Così, il titolo della mostra – “Black Milk” – cattura bene entrambe le anime da cui prende vita l’esposizione. Nelle parole della curatrice Chiara Nuzzi: «da un lato l’oscurità, la paura del vuoto e dell’ignoto; dall’altro il simbolo di un elemento nutriente e naturale – il latte – che allude a speranza, rinnovamento e cambiamento». Un elemento, quindi, che lascia intravedere uno spiraglio di luce in una produzione artistica e una visione del mondo altrimenti cupa.

Oliver Osborne
Untitled, 2021
Oil on linen
28 x 26 x 3 cm
OO.21.023

Al primo piano della Fondazione si trovano invece le opere di Oliver Osborne (Edimburgo, 1985). L’artista è stato soprannominato un “nuovo Vecchio Maestro”: egli riprende infatti la pittura di grandi artisti del passato, con le loro tecniche e i loro cliché, ma il canone e la purezza estetica non sono seguiti rigorosamente; Osborne, infatti, si muove sulla tradizione con una certa libertà per potere parlare di tematiche del suo – del nostro – momento storico, e riflettere sul rapporto tra l’immagine e l’era digitale. Così l’artista si rifà spesso alla Firenze Rinascimentale, e in particolar modo a Filippino Lippi. Osborne si appropria di alcuni personaggi del pittore quattrocentesco, li toglie dal loro contesto originale e li rivisita; altre volte ritrae i propri figli in stile classico; altre volte ancora, gli uni e gli altri sono giustapposti nella stessa opera. 

Oliver Osborne
Portrait of the Artist’s Son III, 2023
Oil on herringbone linen
65 x 55 x 3 cm / 72 x 62 x 6, with frame
OO.23.016

Verrebbe qui da chiedersi se ci sia una narrativa che colleghi personaggi vissuti a distanza di cinquecento anni, ma si tratta di un modo con cui Osborne gioca con la nostra percezione del tempo. Ma l’artista gioca molto anche con la ripetizione, da cui traspare la sua fascinazione per l’immagine digitale: alcuni soggetti si ritrovano in più opere, come se fossero stati copiati e incollati da versioni precedenti; al contempo, però, ci sono alterazioni che intervengono sulla composizione, sulla scala e sul chiaroscuro e che sembrano funzionare come filtri di Instagram: ogni resa infatti non è mai esattamente la stessa. Così, Osborne si rivela interessato a esplorare ciò che la pittura è ancora in grado di comunicare nell’era digitale, in una cultura visiva dominata dal flusso continuo e mutevole di immagini e significati.

Ritratti familiari e citazioni alla storia della pittura tornano nelle opere esposte alla Fondazione, con la curatela di Alberto Salvadori. Il titolo della mostra “The Sleeping Guard” è ispirato, appunto, a una guardia che dorme nell’affresco La liberazione di San Pietro (circa 1481) di Filippino Lippi. Nei quadri di Osborne, è la figlia di 7 anni, Alfie, a dormire nella stessa posizione della guardia quattrocentesca. E torna anche la ripetizione: come se la sala fosse un feed di Instagram, siamo bombardati dall’immagine della bambina che dorme e che appare nella maggior parte delle opere esposte. Un’immagine che però non è mai la stessa: a volte a Alfie vengono giustapposti altri personaggi femminili e/o maschili, o l’immagine di se stessa da sveglia; altre volte Alfie appare invece da sola, ora su sfondo verde, ora su sfondo nero. 

Oliver Osborne
The Sleeping Guard, 2025
Oil on herringbone linen
75.5 x 45.5 x 3 cm / 88.5 x 58.5 x 6, with frame
OO.25.011

Nella mostra, l’artista gioca di nuovo con il tempo ed è testimone del suo passare inesorabile. La pittura, invece, attraverso il dispositivo della ripetizione, può mettere in discussione le forme statiche della rappresentazione, riuscendo sì a catturare un istante, ma anche a mostrare il cambiamento attraverso la trasformazione dell’immagine nel tempo. Allora però le tele di Osborne non ammiccano solo al mondo digitale, ma assumono anche un taglio cinematografico, dove ogni opera è fotogramma del più ampio film della vita.

Oltre ad Osborne, al primo piano della Fondazione si trova anche la project room che accoglie le opere di Isabella Costabile (New York, 1991). Poco più di un secolo fa, il linguista Ferdinand de Saussure parlava del segno linguistico e di come esso sia costituito da un significante (la forma, l’insieme dei suoni nel parlato e delle lettere nello scritto) e un significato (il contenuto, il concetto mentale associato). Certo, a uno stesso significante possono corrispondere più significati, a seconda del contesto in cui ci troviamo (una “squadra” è un insieme di persone che collaborano o uno strumento per disegnare?). Ciò accade anche con gli oggetti. La stessa Costabile ci parla di come essi offrano informazioni: uno stesso oggetto può essere abbandonato a sé stesso per strada e comunicare che non è utilizzato da tempo; oppure può essere conservato bene in casa e «trasmettere la conoscenza delle relazioni e delle esperienze vissute nel corso di generazioni». Ma a questi due casi un centinaio di anni fa Marcel Duchamp con il ready-made ne aggiunse un terzo, quando la sottrazione degli oggetti dal loro contesto quotidiano li fece diventare opere d’arte. 

Riddim of the South, 2023
Mixed media on plastic funnel, wooden furniture parts, cloth lampshade, straw basket, wooden bowl, plastic scooter, wooden blocks, plastic pipes, aluminum fan, christmas decoration, bracelets, rope, beads, iron pipe holder
82 x 166 x 46 cm
Courtesy the artist and le vite, Milan
Photographed by Alessandro Zambianchi

Anche la ricerca di Costabile si basa su una risignificazione dell’oggetto attraverso lo spostamento in un contesto differente. La sua è una pratica artistica tra la scultura e l’installazione che si esprime attraverso l’assemblaggio di materiali di recupero. Questi vengono considerati come opportunità narrative e fanno riflettere sia sul senso di appartenenza che sulla temporalità. Da un lato, nel mondo consumistico l’accumulo di oggetti è associato all’espressione dell’individualità, ma man mano che le circostanze cambiano «le informazioni contenute in questi oggetti consumati finiscono per diventare sempre meno personali», spiega Costabile; dall’altro lato, l’interazione con gli oggetti usati può fare viaggiare attraverso generazioni di memoria. 

Nello specifico della mostra, sono esposte cinque opere realizzate attraverso l’assemblaggio di materiali di recupero – principalmente metallo – provenienti da stabilimenti industriali, garage, strade e cassonetti. Sono oggetti che hanno perso la loro funzione originaria e che hanno acquisito un nuovo significato. Torna così la riflessione sul senso di appartenenza, perché le opere si liberano dalla logica della proprietà per aprirsi a una dimensione relazionale; molto probabilmente viene da qui il titolo della mostra “Whose is this?”, perché gli oggetti non appartengono più a nessuno e appartengono a tutti . E torna anche il discorso sulla temporalità: «come reperti di un mondo oggettuale prodotto dall’uomo» spiegano le curatrici Chiara Nuzzi e Gabriella Rebello Kolandra «le sculture di Isabella Costabile compongono un’archeologia della memoria, dove gli oggetti sono carichi del peso del tempo e diventano, in mostra, dispositivi capaci di raccontarlo per immagini, registrando nella fisicità della materia un processo di trasformazione». 

Ma un processo di trasformazione, più in generale, lo ha subito anche l’edificio industriale degli anni Trenta che, ridotto a un’essenzialità primaria, è oggi sede della Fondazione ICA. Si capisce bene, quindi, la decisione di ospitare tre artisti – Hammond, Osborne e Costabile – che si rifanno alla tradizione e al passato, ricontestualizzandolo per indagare la contemporaneità. 

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