Ogni civiltà costruisce immagini per raccontare ciò che desidera essere e, spesso, anche ciò che teme di diventare. È da questa tensione che prende forma Antropìa, l’opera monumentale realizzata da Ale Senso a Castelnuovo di Porto, nella città metropolitana di Roma. Seicentotrenta metri quadrati di superficie industriale diventano un dispositivo narrativo dedicato alla natura umana, alla sua capacità di generare bellezza, conoscenza e legami, insieme alla forza opposta che incrina ciò che è stato costruito.
Il titolo nasce da un neologismo e contiene già l’intero programma dell’opera. Antropìa indica la qualità dell’essere umano inteso come insieme di possibilità, memorie e contraddizioni. Ale Senso sceglie quindi di lavorare sull’umanità come condizione culturale, costruendo un racconto corale che attraversa continenti, tradizioni orali e forme simboliche.
Il fulcro dell’intervento è un serbatoio antincendio: un cilindro d’acciaio alto dieci metri che assume la forma di una grande architettura dipinta. Lungo la sua circonferenza scorrono dieci storie provenienti da diverse aree del mondo. L’universo-conchiglia delle Isole della Società, l’Ombù argentino, la creazione dei deserti, i due lupi della tradizione Cherokee, il signore che amava i dragoni, Şahmeran, l’asino di Esopo, il vaso rotto, Mukuku e la danza del canguro compongono una sorta di atlante visivo della saggezza popolare.
Ogni racconto nasce in un contesto differente e affronta, attraverso immagini autonome, domande universali: l’origine, il desiderio, il conflitto, la responsabilità, il rapporto tra individuo e comunità. A queste voci si aggiunge La Statistica di Trilussa, unica presenza moderna e unico testo espresso in romanesco. La scelta stabilisce una continuità tra le narrazioni arcaiche e l’esperienza contemporanea. La cultura popolare emerge come materia viva, capace di produrre ancora oggi allegorie precise sulle disuguaglianze e sui meccanismi del potere.
A interrompere la sequenza compare una crepa dipinta che attraversa verticalmente il serbatoio. Il segno spezza il fregio geometrico incaricato di collegare le diverse storie e concentra il nucleo critico dell’intervento. La stessa umanità che crea connessioni porta con sé la possibilità della frattura. Il fregio esprime l’energia del costruire, mentre la crepa rende visibile la fragilità di ogni sistema culturale, politico e sociale. L’opera trova così il proprio equilibrio nel contrasto tra continuità e rottura.
Il secondo grande elemento del progetto è il prefabbricato tecnico adiacente, trasformato nell’Ara degli antenati. Sulle quattro facciate si sviluppa una danza collettiva popolata da figure ispirate a reperti e iconografie di epoche lontane: i graffiti rupestri della Valcamonica, il babbuino egizio associato a Thot, i Tiki delle Isole Marchesi. Il movimento dei corpi costruisce una genealogia immaginaria nella quale uomo, animale e natura appartengono allo stesso paesaggio simbolico.
Sulla facciata rivolta verso il serbatoio, la danza converge in un oculo che custodisce la visione di un universo. Da quel cerchio originario si sviluppano forme vegetali che avvolgono l’edificio, percorrono le tubazioni dell’impianto e raggiungono il cilindro principale. Le condotte industriali acquistano così un nuovo significato: diventano mappe delle migrazioni umane, reti di circolazione e tracciati capaci di collegare luoghi e culture.
Proprio nell’uso dell’infrastruttura risiede uno degli aspetti più efficaci del lavoro. Ale Senso integra pittura, architettura e funzione, trasformando serbatoi, pareti e tubazioni in parti attive della composizione. Il sito industriale diventa una macchina narrativa, mentre l’arte urbana supera la dimensione decorativa e interviene direttamente sulla percezione dello spazio.
Promosso e finanziato da Prologis nell’ambito del programma PARKlife™, il progetto introduce l’arte all’interno di un’area logistica quotidianamente attraversata da lavoratori e operatori. Antropìa dimostra come questi luoghi possano assumere anche una funzione culturale, costruendo nuove relazioni tra paesaggio produttivo, comunità e immaginazione.
Alle porte di Roma, Ale Senso consegna così all’arte urbana una delle sue funzioni più profonde: rendere leggibili le strutture che organizzano la nostra vita e trasformarle in immagini attraverso cui interpretare il presente.




