Ops, Alcova did it again. Fondata nel 2018 dai visionari Valentina Ciuffi e Joseph Grima, Alcova ha shakerato il panorama della Milano Design Week con progetti geniali che combinavano, in luoghi insoliti e poco convenzionali, il design e l’arte. Dopo un paio di edizioni “metropolitane” (a Varedo, in Brianza), Alcova è tornata in città (nel frattempo, la collettiva di ricerca è sbarcata con successo a Miami e dal prossimo anno sarà anche a Città del Messico). Alcova torna e fa il bis: due le sedi espositive. Una, al civico 2/4 di via Mogadiscio, in quella Villa Pestarini da sempre chiusa al pubblico perché di proprietà privata, che fu progettata tra il ’38 e il ’39 dal grande Franco Albini, che ne fece un capolavoro del razionalismo italiano. E poi l’Ospedale Militare di Baggio – location dove Alcova si era già avventurata nel ’22 – ma che qui riscopriamo sotto nuovi percorsi.
Premessa: di questa Alcova 2026 non diremo che è tutto il meglio possibile. Con due sole annotazioni: da quest’anno gli ingressi ai progetti sono a pagamento (a 25 euro, anche questa una rivoluzione: il Fuorisalone fino a oggi era tradizionalmente “free entrance”; in futuro qualcuno copierà il modello?). Inoltre, bisogna portare pazienza perché in una delle due sedi (Villa Pestarini), nonostante gli ingressi a prenotazione obbligatoria (dovete indicare lo slot orario), la ressa non manca.

Cominciamo allora da qui, da Villa Pestarini, l’unica che Albini – designer, urbanista e architetto del razionalismo – fece in città. Breve storia della Villa: a primo impatto da fuori, lo vedete anche dalle foto che vi proponiamo, appare come un parallelepipedo tutto bianco, affacciato su piazza Tripoli. Pare paracadutato chissà da dove, così diverso da tutto il contesto urbano circostante (siamo nella zona ovest della città). Dentro, appena entrati, si è subito colpiti dall’organizzazione quasi maniacale degli spazi: locali di servizio sul lato strada; piano terra per studio, cucina e bagno; piano superiore per zona notte, con le camere, la stireria e uno stretto corridoio.
A prendersi la scena, all’ingresso, è la zona giorno che si affaccia sul giardino e dove il salotto quasi si estende nel verde attraverso la terrazza, al di là delle ampie vetrate. L’occhio va subito sulla scala in marmo di Carrara: sospesa nello spazio che occupa, quasi “taglia” l’ambiente in modo originale. E qui, dentro, arrivano le sorprese di quel razionalista di Albini: se all’esterno tutto è bianco, la palette cromatica degli interni accoglie il rosa, il giallo, il nero, il verde. Sono colorati i cassoni delle persiane, i corrimani, gli infissi della cucina.

In questo contesto così connotato e (lo ricordiamo) mai visibile al pubblico perché la casa è stata comprata da una famiglia – peraltro impegnata da anni nel mantenimento “filologico” degli interni per cui tutto è stato lasciato come un tempo – Alcova ha chiamato alcuni designer a confrontarsi direttamente con l’eredità di Albini. Due interventi sono particolarmente legati a questa eredità: Haworth e Cassina presentano un’installazione di Patricia Urquiola che riunisce pezzi iconici di Albini rieditati in esclusiva da Cassina insieme a pezzi contemporanei di Alcova Shop e Atelier dell’Errore; mentre Boccamonte presenta la sua prima collezione di arredi che celebra il lavoro dell’architetta Luisa Castiglioni, che di Albini fu allieva. La casa, tra piano terra, primo piano, basement e spazi esterni, si popola felicemente dei progetti di designer e studi che la interpretano in chiave contemporanea, con nuove contaminazioni: Around the Studio; AtMa; Basetale; Elisa Uberti; ISSÉ x Sophie Dries; Playinghouse; Manon Viratelle; News & Coffee x St. Moritz; OOG Objects; Ryuichi Kozeki; Saridis of Athens, Kiki Goti x Marble Sachanas; Sema Topaloğlu Studio; Touch With Eyes; Worn Studio. Si esce incantati: il razionalismo duro e puro di Albini è una efficace chiave di lettura anche per le case di oggi.

Neanche dieci minuti di macchina da lì (nel caso, ci sono anche transfer organizzati) ed eccoci negli immensi spazi dell’Ospedale Militare di Baggio. Se a Villa Pestarini tutto si svolge in spazi domestici e piccoli, qui tutto è dilatato. Si cammina tra i vari padiglioni, immersi nel parco verde che negli anni ha “occupato” le aree dismesse di questo luogo: l’atmosfera è post-apocalittica, con un connubio riuscitissimo tra verde, graziosi punti ristoro, padiglioni délabré e progetti innovativi dei migliori designer in circolazione. Meglio dotarsi di una mappa, che potete prendere all’ingresso gratuitamente, per non perdersi in tutta l’area. Partiamo da uno degli spazi aperti per la prima volta in assoluto: la chiesa. Ospita Devices for Connection, una struggente installazione immersiva concepita da Leo Lague e Versa. Il sodalizio tra il designer brasiliano e la piattaforma ibrida, composta da architetti, curatori e designer, torna a concepire un progetto su larga scala per Alcova. Partendo dalla funzione originaria dello spazio, il progetto vede il design come mezzo di riconnessione con il bisogno profondo di spiritualità della società contemporanea: l’ambiente prende forma attraverso un sistema di dispositivi stratificati, tra tecnologia, suono, luce e materia. Da non perdere.

In uno dei due grandi hangar che entrano a far parte del percorso di questa edizione, Objects of Common Interest for Dooor presenta THRESHOLD, un’installazione che esplora come anche l’atto più minimale possa diventare architettura. Utilizzando le pareti mobili di Dooor come principale elemento, il duo composto da Eleni Petaloti e Léonidas Trampoukis costruisce lo spazio tramite sottili soglie che suggeriscono confini mai completamente chiusi. Nello stesso hangar, Seat in touch di Supaform indaga l’idea di spazio funzionale o di servizio, come quelli che troviamo nelle nostre città, dedicati ai trasporti e ad altre infrastrutture. Lo studio creativo fondato da Maxim Shcherbakov, in collaborazione con Esthetic Joys Embassy, riflette sulla capacità di questi spazi pubblici di creare forme di convivenza, trasferendo il loro senso di utilità, riconoscibile e familiare, in un sistema di sedute che invitino le persone a raccogliersi, ma per uno scopo diverso. L’installazione è arricchita da composizioni degli iconici mattoni Bloc di Mutina, elementi tridimensionali in terracotta progettati da Ronan & Erwan Bouroullec.

Da gustarsi con calma anche i progetti nella cosiddetta Canonica e soprattutto nella Casa delle Suore: interessanti in particolare i progetti del londinese Studio Ashby, i lavori dei creativi sloveni e la mostra Landscape, nata da un progetto tra il design giapponese, con Michele De Lucchi, e l’allestimento di Sten Studio. La sensazione, salendo i tre piani dell’edificio, che ogni volta stupisce per gli affacci sul giardino dalle finestre e dai balconi, è che la location moltiplichi all’ennesima potenza il valore degli oggetti presentati: segno, ancora una volta, che la curatela di Alcova non funziona solo per l’eccellente selezione dei designer stranieri invitati, ma per l’intuizione del luogo scelto. Bravi, ancora una volta.


