Sono diversi anni ormai che l’Istituto Europeo di Design di Roma ha attivato un filone di ricerca specifico, nato nell’ambito del corso di Product Design, ma sviluppatosi poi nel più generico Master in Design for Children, in modo da integrare le attività di ricerca tradizionali con le nuove sfide educative che stanno investendo istituzioni come la scuola, i musei e il mondo della cultura in genere.
L’obiettivo è quello di creare strumenti utili alla realizzazione di un’esperienza di apprendimento che, passando per la valorizzazione della sensibilità di ciascuno e per la consapevolezza delle molteplici potenzialità delle percezioni, possa amplificare l’esperienza di apprendimento e renderla nello stesso tempo a misura di tutti e di ciascuno, in modo da promuovere nel contempo un approccio integrale ed inclusivo alla conoscenza.
Sotto la guida del docente Mauro Del Santo, del coordinatore Gianfranco Bombaci e della designer e artista non vedente Lucilla D’Antilio, gli studenti e le studentesse IED si sono interrogati e hanno riflettuto insieme sui possibili modi di apprendere, dando vita ad una serie di proposte confluite nella raccolta corale “A occhi chiusi”, i cui prototipi – pensati per essere autoprodotti con una stampante 3D – sono stati anche realizzati e mostrati nell’edizione 2024 del MAKERFAIRE ), allo scopo di osservare le reazioni del pubblico e raccogliere feedback preziosi per migliorare i progetti, con l’obiettivo di renderli concreti, efficaci e presentabili ad aziende specializzate nel settore.
Interessante è come il progetto sia poi andato avanti grazie anche alla collaborazione scientifica del MUSE – Museo della Scienza di Trento che, oltre ad aver contribuito in materia di ergonomia e sicurezza degli ausili, ha poi pensato di declinare e adattare i possibili strumenti ludici per valorizzare i contenuti del suo stesso museo.
Sono nati così il gioco “Mani di Mare”, una scatola con della sabbia in cui esplorare bendati il materiale all’interno e capire attraverso il tatto se si tratti di plastica, e quindi estrarlo o meno, allo scopo di far riflettere sull’inquinamento dell’acqua e sui rischi per i pesci di incamerare plastica pensando possa essere cibo.
C’è poi il gioco dei “Bendadi”, ossia una serie di dadi le cui facce raccontano ognuna una caratteristica degli animali presenti al museo: pelo, denti, artigli, etc. Toccando il dado a seconda della faccia si può sia ricondurre la caratteristica all’animale che l’ha ispirata, sia inventare storie che vedano quelle caratteristiche protagoniste.

L’attività del “Tug Tag”, una sorta di gioco dello scalpo, prevede invece delle particolari pinne da attaccare ai vestiti sulla schiena dei giocatori, al cui interno è un apparecchio che emana suoni e/o versi propri degli animali presenti in natura e presentati nel museo. L’obiettivo è quello di afferrare la pinna dell’avversario per primi, acuendo l’udito e vivendo sulla propria pelle il modo in cui tramite i suoni gli animali marini si riconoscono e si cacciano.
E ancora un percorso tattile da seguire con i piedi per stimolare il senso del tatto corporeo e completare il tracciato, orientandosi, senza colpire gli ostacoli e nello stesso tempo scoprendo le forme dell’arte rupestre risalenti alla preistoria, a cui è dedicata parte del primo piano espositivo del museo.
Un ultimo esempio è un tappeto tattile con forme astratte che contiene invece le impronte di dinosauri, offrendo quindi lo spunto per parlare delle varie specie, delle loro abitudini alimentari, etc.
Non è la prima volta che IED si misura brillantemente con questi temi. Lo scorso anno anche il Palazzo delle Esposizioni a Roma aveva accolto una sperimentazione in cui gli autori e le autrici dei giochi hanno invitato i partecipanti a provare le loro creazioni, dai Block Match al gioco di carte Flug, e tanti altri ancora tutti da scoprire per lasciarsi coinvolgere attivamente in un momento di gioco e apprendimento e in un clima inclusivo aperto a tutti, non solo ai bambini.



