“Al mio paese”: Serena Brancale e questa estetizzazione del Mezzogiorno che, francamente, ci ha stancati

L’uscita di Al mio paese di Serena Brancale con Levante e Delia ha riaperto una frattura che in Italia non smette mai davvero di richiudersi: quella tra rappresentazione e realtà del Sud.

Il brano si muove all’interno di coordinate ormai riconoscibili, fatto di nostalgia, ritorno, dialetto, immagini popolari – e proprio per questo ha generato reazioni opposte. Da una parte c’è chi lo legge come un omaggio affettivo alle origini; dall’altra, invece, c’è chi riconosce l’ennesima estetizzazione del Mezzogiorno, confezionato come luogo sospeso nel tempo, disponibile allo sguardo esterno ma che sembra incapace di raccontarsi fuori dal folklore.

Il problema non è l’uso degli immaginari popolari, né tantomeno il recupero di una lingua, di una musicalità o di simboli legati alla memoria collettiva. La questione si riattiva quando questi elementi diventano superficie, quando la cultura territoriale viene ridotta a scenografia emotiva. È una dinamica sempre più presente nell’industria culturale italiana: il Sud trasformato in atmosfera. Un dispositivo estetico immediatamente riconoscibile, fatto di processioni, sedie di plastica, panni stesi, devozione religiosa, mare assolato e malinconia familiare. Tutto perfettamente fotografabile, condivisibile, esportabile.

Crowd of smiling partygoers with hands raised, a bride in a white dress and gold veil in the foreground.

C’è una forma di violenza culturale che non passa attraverso la cancellazione dell’identità, ma attraverso la sua imbalsamazione. Rendere un territorio “iconico” significa spesso sottrargli conflitto, complessità e contemporaneità; il Sud raccontato in molta musica italiana recente non è quasi mai uno spazio produttivo, politico o urbano. È invece un luogo emotivo: si torna al paese, si fugge dal caos, si ritrovano le origini. Ma ci si torna quasi sempre da altrove, dove accade la vita vera.

In Al mio paese questo immaginario si concentra soprattutto nell’idea del ritorno. Le ferie iniziano quando si rientra nella terra d’origine: una frase apparentemente innocua che però contiene una visione precisa – il Sud come pausa, come parentesi sentimentale rispetto al centro economico e produttivo della vita. Una geografia dell’intermittenza, dove i territori meridionali sembrano esistere soprattutto come luoghi di vacanza, memoria o rifugio identitario.

Per chi vive nel Mezzogiorno questa narrazione rischia però di diventare alienante in quanto cancella la quotidianità concreta di chi studia, lavora, costruisce imprese, produce cultura o semplicemente tenta di restare. Restare oggi al Sud significa confrontarsi con infrastrutture carenti, precarietà, fuga dei giovani, salari bassi e scarsità di opportunità. Ma significa anche inventare nuove forme di lavoro culturale, aprire spazi indipendenti, costruire reti, immaginare alternative alla desertificazione sociale. Tutto questo raramente entra nelle rappresentazioni mainstream.

La cultura pop contemporanea sembra preferire un Sud immobile, perché l’immobilità è più facile da consumare, rassicurante e trasforma il territorio in un marchio estetico. La stessa dinamica si ritrova nel turismo esperienziale, nella pubblicità, nella moda e perfino nella ristorazione: il Mezzogiorno come autenticità pronta all’uso per uno sguardo urbano e metropolitano che cerca emozioni “vere”, purché non troppo contraddittorie.

Close-up of a woman wearing a black lace veil and layered gold necklaces, looking upward with warm, bokeh lights in the background; logo reads 'SACRO' and 'SERENA BRANCALE' below.

Questa operazione può apparire innocua, persino affettuosa, eppure produce effetti concreti perché quando una cultura viene raccontata solo attraverso il passato, diventa difficile immaginarla nel presente. Quando un territorio viene associato esclusivamente alla nostalgia, smette di essere percepito come luogo possibile per il futuro, ed è qui che la retorica delle radici rischia di trasformarsi in gabbia.

Negli ultimi anni il Sud è diventato un grande archivio estetico da cui attingere. Dialetti, sonorità tradizionali, religiosità popolare e simboli locali vengono continuamente recuperati e remixati in chiave cool. In molti casi si tratta di operazioni interessanti, capaci di creare nuove contaminazioni. Ma esiste una linea sottile tra reinterpretazione e sfruttamento iconografico. Il punto critico arriva quando l’identità territoriale smette di essere esperienza vissuta e diventa semplicemente texture culturale.

La turistificazione sonora funziona esattamente così: prendere elementi complessi e trasformarli in atmosfera. Il rischio è che la musica finisca per confermare lo stesso sguardo stereotipato che per decenni ha schiacciato il Sud tra arretratezza e romanticismo. Cambia l’estetica, non il meccanismo. Prima il Mezzogiorno veniva raccontato come problema sociale; oggi viene raccontato come paradiso emotivo. Ma entrambe le narrazioni condividono una caratteristica: raramente ascoltano davvero chi quei luoghi li attraversa ogni giorno.

Questo non significa chiedere alla musica il compito di rappresentare fedelmente la realtà sociale – l’arte non è obbligatoriamente un reportage sociologico – ma la cultura pop costruisce immaginari, e gli immaginari hanno conseguenze. Continuare a raccontare il Sud come spazio del ritorno eterno finisce per consolidare un’idea precisa: che il presente appartenga altrove e che qui resti soltanto la memoria.

Forse è proprio questa la stanchezza che molti avvertono davanti a operazioni come Al mio paese. Non tanto il brano in sé, quanto la sensazione di trovarsi davanti all’ennesima replica di uno stesso repertorio visivo e narrativo. Un Sud fermo, caloroso, malinconico, spirituale, pittoresco. Un Sud che raramente appare industriale, tecnologico, conflittuale, contemporaneo o banalmente normale.

Eppure esiste un’intera generazione che sta tentando di sottrarsi a questa semplificazione. Artisti, musicisti, scrittori e lavoratori culturali che cercano linguaggi capaci di raccontare il Mezzogiorno senza trasformarlo in souvenir. Non un luogo da contemplare, ma uno spazio da vivere politicamente. Non una cartolina, ma un territorio attraversato da contraddizioni reali.La domanda allora non è se sia legittimo cantare le proprie radici. La domanda è: chi beneficia di certe immagini? Chi si sente rappresentato, e chi invece si sente ridotto a scenografia? Perché dietro l’apparente innocenza del folklore contemporaneo si nasconde spesso un meccanismo più profondo: rendere il Sud desiderabile solo nella misura in cui rimane fermo.

Poster for 'No Curves' solo show with a Mona Lisa portrait wearing neon yellow virtual-reality style goggles, set in a vivid geometric collage; includes dates and venue details (free admission).
CYFEST 17 poster announcing the International Media Art Festival: Natura Naturans—Human Beings, Nature, Landscape; May 8–Aug 31 at CREA Cantieri del Contemporaneo, Venice.

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Alessia Luigetti
Alessia Luigetti
Alessia Luigetti (Catania, 2001) è un’artista e ricercatrice visiva con base a Milano. Si è laureata in Pittura e Arti Visive presso la NABA, dove sta concludendo la magistrale in Arti Visive e Studi Curatoriali. La sua ricerca si concentra sul rifiuto del lavoro, il riposo e l’ozio come pratiche di critica alla performatività contemporanea. Collabora con riviste e progetti indipendenti, approfondendo le connessioni tra arte, teoria critica e forme dell’abitare.

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