Palazzo Ardinghelli, completamente restaurato, distrutto dal terremoto de L’Aquila del 6 aprile 2009, lo stesso in cui persero la vita oltre 300 persone, tra le quali molti giovani studenti, è testimonianza del luogo storico e della memoria collettiva di una città che è stata in grado di rialzarsi dalle proprie macerie. Nell’anno in cui L’Aquila è Capitale Italiana della Cultura, l’edificio barocco ospita la mostra AI WEIWEI: AFTERSHOCK dell’artista, architetto, designer, regista, militante cinese, a cura del direttore del Design Museum di Londra, Tim Marlow, visitabile dal 29 aprile al 6 settembre 2026. Si tratta di una grande retrospettiva che attraverso installazioni, sculture, fotografie, video documenta mezzo secolo di carriera dell’artista, dagli anni ’80 al 2025, raccontando poli opposti: devastazione e ricostruzione, guerra e pace, disuguaglianze e diritti umani, ironia e orrore, che possono ricomporsi in una sola parola: speranza.
Così la guerra può essere una tragedia per alcuni, ma una forma di guadagno per altri, come si legge nell’opera al LED del cortile d’ingresso che riprende un proverbio ucraino. Allo stesso modo il gioco può dissimulare angoscia e dolore (come non citare la fortunata serie sudcoreana Squid Game del 2021, critica alla società moderna, alle disparità, manifesto di disperazione umana). Basta alzare lo sguardo nello spazio esterno e perdersi tra le immagini mimetizzate della stoffa velata dell’opera Camouflage Nets del 2025, un caleidoscopio di figure di gatti, animali amati dall’artista, che incarnano la dualità del bene e del male, la libertà, il mistero, la spiritualità, la sofferenza. Non è un caso che sia stato scelto il capoluogo abruzzese come sede dell’esposizione perché Ai Weiwei è innanzitutto attivista, cioè una persona che vuol sensibilizzare su temi come ambiente, diritti umani, uguaglianza, pace, politica, economia e lo fa sulla propria pelle, sperimentando, nel suo caso, la persecuzione del governo cinese e la prigionia per le critiche al regime.

Il tema sensibile del terremoto apre il percorso espositivo ed è affrontato nell’opera Straight (2008-2012) che recupera 150 tonnellate di tondini d’acciaio nelle scuole collassate della provincia cinese di Sichuan, vittima di un violento terremoto del 12 maggio del 2008 che costò la vita a più di 90.000 persone. L’imponente lavoro, che si snoda nelle prime tre sale, vede i tondini allineati e affiancati, come a formare un ornamento industriale, vicini a un enorme pannello con un dettagliato elenco degli oltre 5.000 studenti deceduti. Diviene così un potentissimo monumento commemorativo di denuncia rispetto alle inadempienze dell’edilizia e del governo e di memoria sociale, in continuo dialogo con i fatti occorsi a L’Aquila soltanto un anno dopo. Per rinforzare il ricordo delle vittime l’artista, tra i pezzi recuperati dalle rovine, ne ripete alcuni in materiali preziosi come il marmo, adagiandoli su basamenti in legno pregiato, a simboleggiare feretri (Rebar and Case, 2014). Oltre al marmo utilizza materiali rinomati come la porcellana o la giada, simbolo di purezza nella cultura cinese, per farne oggetti chiusi in eleganti teche in cui, tra artigianato, tradizione e innovazione, viene nuovamente messo in risalto il valore anticonvenzionale; è il caso di Dragon Vase del 2017, dei sex toys o del rotolo di carta igienica in marmo.
Per quanto riguarda l’uso del vetro, Ai WeiWei vanta da ormai 10 anni una sinergia con Berengo Studio sull’isola di Murano. Ma mentre i lampadari di Murano sono famosi nel mondo per essere trasparenti, brillanti, intrisi di luce, il suo lampadario nero assembla teschi, scheletri, ossa, divenendo crocevia di tragedie e calamità umane e naturali, sempre a sfondo civile, politico e di denuncia.
![Triptych: three-panel artwork of a man standing before a brick wall, posing with raised hands, mounted on a white gallery wall.]](https://www.artuu.it/wp-content/uploads/2026/05/MAXXILAquila_AIWEIWEI_Aftershock_FotoAllestimento@GiorgioBenni_CourtesyFondazioneMAXXI_06-1024x683.jpg)
Pensiamo anche a Twitter Bird del 2017, rappresentato con frammenti di vetro a terra e in rovina, icona decaduta del social, simbolo di libertà di espressione contro la censura, potente mezzo democratico con un enorme potenziale di condivisione (“Nei social media non ci sono confini”, afferma l’artista, “con i social media possiamo per la prima volta ridefinire l’essere umano come tale, nella sua identità”) o a Yu Niao del 2015, animale simile a un topo alato, capace, secondo l’antica mitologia cinese, di rigettare le armi. Distruzione e rinnovamento sono ancora tematiche alla base delle opere filmiche presenti in mostra (2004-2005) dove vengono registrati i cambiamenti delle città cinesi, soprattutto Pechino e scultoree, come nella sequenza delle tre fotografie Dropping a Han Dynasty Urn del 1995. Qui l’artista viene rappresentato mentre lascia cadere un’urna che si frantuma in parti di sculture in porcellana, disposte ai piedi delle foto, simbolo di demolizione di parte del suo lavoro e di uno dei laboratori di Pechino nel 2018 per mano dello stato cinese. Il gioco, l’ironia, la critica e l’opposizione al sistema vengono spesso descritti da Ai Weiwei con l’uso di mattoncini giocattolo, scoperti casualmente, composizioni scherzose e colorate che come pixel artigianali dal linguaggio universale e accessibile per chiunque reinterpretano gli originali.

Tanti gli esempi esposti: Fuck ‘Em All del 2024, rivisitazione del dipinto pop Hollywood dell’americano Ed Ruscha, Scream del 2020, rilettura del tormento esistenziale dell’ Urlo di Munch, Atalanta e Ippomene dipinto seicentesco di Guido Reni nel quale l’artista propone un nuovo equilibrio di linee e angolazioni, Thérèse qui reve del pittore francese Balthus arricchito con elementi moderni: un vaso con la scritta iconica Coca Cola (Han Dynasty Urn with Coca Cola Logo, 2015) e una scultura di arredo di completamento composta da due sgabelli in legno fusi in uno, una delle prime realizzate a partire dal 1997 (Stool). L’impiego di mattoncini giocattolo fa riflettere su temi centrali della contemporaneità, da sempre focus del lavoro e dell’impegno etico dell’artista, come la tragedia delle morti in mare che oltre ai mattoncini vede protagonisti giubbotti di salvataggio indossati dai profughi (Lotus, 2016), il senso della guerra e del ritorno in patria (Last U.S. Soldier Leaving Afghanistan, 2022), l’esasperazione dei concetti di Nazione e patriottismo (U. S. Flag in Black, 2024, richiamo all’americano Jasper Johns).
Dopo la sua visita al fronte di guerra in Ucraina contro l’irruzione russa Ai WeiWei realizza una serie di opere che attraverso gli oggetti narrano vicende antiche, moderne e collettive per giungere all’attualità politica espressa attraverso l’ambivalenza dei readymade: giacche mimetiche militari a struttura circolare, una imbiancata, l’altra ricoperta di ornamenti di bottoni, decorano le pareti e inchiodano lo spettatore a cercare nuovi significati della simbologia del cerchio, verso una totalità che vada oltre il tempo o i confini politici; ancora sedie della dinastia Qing, a testimonianza del suo amore per il collezionismo, su cui colloca nuovamente un giubbotto di salvataggio, una divisa militare mimetica, un vaso neolitico ricoperti di vernice bianca, quasi a voler cancellare il loro impiego precedente per approdare a nuovi catartici significati.

I bottoni sistemati a forma di fiori sono protagonisti dell’ultima sala e ornano due giacche mimetiche con motivo felino. L’opera a parete F.U.C.K. chiude il percorso di mostra. Realizzata nel 2024, è composta da quattro barelle militari della Seconda Guerra Mondiale con bottoni cuciti a mano. Nel corridoio adiacente alle sale e affacciato sul cortile esterno è possibile vedere tre video che toccano e riprendono i temi affrontati nell’esposizione: Floating del 2016 è una riflessione sulla solitudine e sull’abbandono delle imbarcazioni di rifugiati. Laziz del 2017 filma invece un maschio di tigre del Bengala in uno zoo di Gaza, vissuto in condizioni instabili, come gran parte degli animali dello zoo morti durante gli scontri tra Israele e il governo di Hamas a Gaza. Infine Dumbass del 2013, opera di forte impatto visivo e satirico, vede l’artista protagonista raccontare gli 81 giorni di reclusione segreta mai lasciato solo da due agenti.

C’è anche un Ai WeiWei fotografo che da giovane visse più di dieci anni a New York e la raccontò attraverso una serie di scatti casuali e spontanei realizzati tra il 1983 e il 1993, ritratti di persone e luoghi, registi e poeti, opere d’arte di Warhol e Duchamp che tanto ha influenzato il suo lavoro. Poliedrico, geniale, attivo nella politica e nella lotta dei diritti umani, con le settanta opere esposte in mostra Ai Weiwei prova che tutti i lavori nascono dalla necessità e dall’onestà intellettuale, come lui stesso afferma. La sua indagine analitica e critica della realtà, che spesso gli è costata cara, lo porta a collocarsi come una delle voci più influenti dell’arte contemporanea.



