Abitare il suono, indossare il silenzio: dialogo con Daniela Pes e Alessandra Mura

Un’artista della voce e una creatrice di forme si incontrano nel tempo, e da quel tempo nasce uno spazio scenico che è materia viva, trasformazione continua, esperienza immersiva. Daniela Pes e Alessandra Mura condividono da oltre un decennio un legame profondo, fatto di ascolto reciproco, intuizioni condivise e una tensione comune verso il linguaggio dell’essenziale. La loro collaborazione non nasce da un progetto, ma da un percorso: da una vicinanza umana prima ancora che artistica, che negli anni si è fatta sempre più complice, intima, necessaria.

Daniela Pes è una delle voci più originali e inafferrabili della nuova scena musicale italiana. Musicista e cantante sarda, ha costruito un linguaggio che fonde canto tradizionale, elettronica sperimentale, sound design e poesia fonetica, sfuggendo a ogni definizione di genere.

Con il suo disco Spira, prodotto da Iosonouncane, ha catturato l’attenzione della critica e del pubblico internazionale, portando la sua musica in luoghi simbolici come il KEXP Studio di Seattle e i più importanti festival italiani. La sua ricerca parte dalla voce come strumento e si estende verso una dimensione performativa totale, in cui il corpo, lo spazio e il suono dialogano in una forma unica e in continua trasformazione.

Alla Biennale Teatro di Venezia, questo sodalizio ha trovato una nuova espressione in Spira, un lavoro che attraversa i confini tra musica, teatro, danza, installazione, e che pone al centro una domanda silenziosa ma insistente: cosa accade quando la voce incontra il corpo, e quando il corpo si lascia abitare da un suono che non è parola, ma materia sensibile? In questo contesto, l’abito non è ornamento ma estensione, parte attiva della partitura scenica. È uno spazio da abitare e da offrire, che respira, si muove, accoglie e trasforma.

Nel loro dialogo, Daniela e Alessandra raccontano cosa significa creare insieme, costruire una presenza scenica che sia fedele a sé ma anche aperta all’altro, e come, in un’epoca dominata dalla fretta e dalla sovraesposizione, il gesto artistico possa ancora essere un atto di autenticità, di ricerca e di libertà.

DANIELA PES

Come vi siete incontrate artisticamente tu e Alessandra? C’è stato un momento preciso, una visione comune, una parola chiave che ha fatto nascere il desiderio di lavorare insieme?

Con Alessandra ci conosciamo da oltre dieci anni, unite da una sintonia profonda, umana e artistica, che col tempo si è trasformata in un dialogo continuo. Non c’è stato un momento preciso in cui tutto è iniziato, ma una serie di affinità che ci hanno naturalmente portate a collaborare.

Quando ho iniziato a calcare palchi importanti, ho sentito il bisogno di riflettere su come presentarmi, su quali abiti potessero rappresentarmi davvero. I suoi vestiti mi hanno sempre parlato, come se sapessero qualcosa di me. Così le ho chiesto di pensare insieme a come costruire la mia immagine scenica, affidandomi al suo sguardo, capace di tradurre il mio mondo interiore in forme, colori e volumi.

Recentemente hai portato il tuo live al KEXP Studio, una vetrina che spesso consacra artisti internazionali. Che esperienza è stata per te? Ti sei sentita esposta, celebrata, in dialogo con un pubblico diverso?

Portare il mio live a KEXP è stato profondamente emozionante. È una delle vetrine più autorevoli per la musica indipendente, che ho sempre seguito con ammirazione. Arrivarci dalla Sardegna, con Spira, è stato quasi surreale — qualcosa che non avrei mai immaginato.

KEXP è uno di quegli spazi dove parla la musica, libera da ogni artificio. Essere stata invitata ha significato sentirmi ascoltata e riconosciuta da chi ha colto l’essenza del mio lavoro, oltre a rappresentare un’opportunità unica per raggiungere un pubblico ampio e internazionale.

Negli ultimi anni hai costruito un linguaggio musicale che sfugge alle definizioni: elettronica, tradizione, sperimentazione, canto sardo. Se dovessi raccontare il tuo suono a qualcuno che non ti ha mai ascoltato, da dove partiresti?

Partirei dalla voce, che per me è il primo strumento e il punto di partenza. Il suono di Spira nasce dal dialogo creativo con Iosonouncane e da un radicamento che evoca, senza mai definirsi esplicitamente, alcune suggestioni della mia terra. Attraverso la sperimentazione, cerco costantemente di “trovarmi” e di esprimermi in equilibrio tra dimensione acustica ed elettronica. 

La lingua che usi nei tuoi brani sembra spesso una lingua altra: c’è l’italiano, c’è il sardo, c’è il suono puro delle parole. Che rapporto hai con la parola e con il significato quando scrivi e canti?

Per me la parola è suono, ritmo e materia viva. Quando scrivo e canto, cerco un equilibrio che mi emozioni. Il sardo e l’italiano sono radici profonde, ma spesso uso la voce come uno strumento che va oltre il linguaggio convenzionale, plasmando suoni e fonemi che evocano atmosfere e sensazioni. Il mio rapporto con la parola è fluido ed è un aspetto che mi regala grande libertà.

Nella tua musica il tempo sembra sempre sospeso, ipnotico, mai lineare. È una scelta estetica o rispecchia anche un tuo modo di vivere il tempo, la creazione, la quotidianità?

Spesso, nella quotidianità, il mio sguardo è rivolto al futuro. Trovo un grande equilibrio nel presente quando mi fermo a curare i dettagli durante i momenti di creazione: scegliere con attenzione i passaggi armonici, definire con precisione l’andamento di una melodia, lavorare sulle sfumature timbriche o modulare i silenzi all’interno del brano. Sono questi momenti di profonda immersione e di dialogo con me stessa che mi regalano quiete.

ALESSANDRA MURA

Come vi siete incontrate artisticamente tu e Daniela? C’è stato un momento preciso, una visione comune, una parola chiave che ha fatto nascere il desiderio di lavorare insieme?

Io e Daniela ci siamo incontrate diversi anni fa, lei mi chiese timidamente se potevo realizzare un abito per lei..e così poi, nel tempo, non ci siamo più “lasciate”.

Daniela ha sempre seguito con curiosità e attenzione il mio lavoro di coreografa, regista e creatrice di abiti, e naturalmente negli anni ha capito quanto tutto ciò che faccio è strettamente connesso.

Spira ci ha unito molto profondamente, il dialogo è diventato più intimo tra noi, ed è nata la voglia di creare un luogo dove incontrarci e questo luogo è diventato il palco del teatro alla Biennale di Venezia. Insieme abbiamo fatto un viaggio che desiderava essere un esperienza sensoriale e spirituale, un invito ad esplorare il mondo che ci circonda ma anche quello che si nasconde dentro di noi.

I vestiti in Spira sembrano quasi prolungare o assorbire la voce di Daniela. In che modo hai pensato il costume come parte attiva della partitura scenica? 

Credo fortemente che Daniela senta visceralmente che ogni abito-costume che realizzo , invento, assemblo per lei sia sempre un invito a sentirsi libera, così come libertà, per me, vuol dire comodità, spazio, respiro ampiezzA.

Io provengo dal mondo della danza e tutto ciò che creo nuota li dentro, per poter fare questo per lei è stato necessario conoscerci, e piano piano negli anni siamo entrate un po’ una nella vita dell’altra, condividendo pensieri, immagini, sogni, colori, per dare vita ad un immagine che potesse riflettere il suo modo di essere nel mondo, con la sua personalità, come donna e musicista. Essere lei sempre, autentica, questo credo sia davvero importante nella vita di un artista.

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Mattia Casanova
Mattia Casanova
Laureato in Economia e Gestione degli Eventi Culturali, il suo percorso lo ha portato a specializzarsi in Content Management e Web Design per il settore Artistico. Ha vissuto a Venezia, Londra e Cagliari.

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