La Fondazione MAST di Bologna inaugura la mostra monografica Living, Working, Surviving (7 novembre 2025-8 marzo 2026) del fotografo canadese Jeff Wall, parte integrante della Biennale di Fotografia e Industria del Lavoro (7 novembre-14 dicembre) giunta quest’anno alla settima edizione.
L’abitare è il concetto intorno al quale si concentrano le 10 mostre del percorso della Biennale, sviluppato nelle sedi del centro storico bolognese, oltre alla personale di Wall, ospitata dalle Galleries di MAST. Il tema viene declinato, interpretato e rappresentato in relazione alla società e alla sua complessità che da sempre ne orienta il significato e il valore: lo sguardo di ogni fotografo ci parla di “case” differenti, luoghi familiari dialogano con non luoghi onirici entrambi teatro di storie, gesti, incontri che l’occhio non è in grado di catturare e custodire.
«If art can look like anything, art can be anything», Jeff Wall, conferenza stampa apertura Living, Working, Surviving.
Living, Working, Surviving raccoglie una selezione delle opere più significative e impattanti di Jeff Wall nel periodo compreso tra il 1980 e il 2021 sotto la curatela di Urs Stahel, che riesce a far emergere i tratti distintivi del suo stile, lasciando la parola alle immagini e ai supporti che hanno accompagnato l’artista nel suo percorso creativo. Il quotidiano negli scatti di Wall è evanescente, aperto a letture e sospeso tra il “qui e ora” e il “per sempre”; la società è la protagonista e con essa tutto ciò che la compone, dagli esseri umani ai paesaggi naturali e urbani, in una composizione dal sapore nettamente pittorico.

Titolo:
Housekeeping
Anno: 1996
Tecnica: gelatin silver print
Dimensioni:
200 x 262 cm
©: Jeff Wall
Courtesy: Hauser & Wirth
La classicità dei tableaux di Delacroix e Manet diventa contemporanea, inquadrata dentro dei lightbox che delimitano e illuminano la scena, richiamando l’attenzione al soggetto in una dimensione dedicata, ovattata e coinvolgente. Le 28 opere esposte raccontano la metodologia e lo sviluppo della carriera di Wall: dall’utilizzo appunto dei lightbox a partire dagli anni ’80, in concomitanza a diapositive di grandi dimensioni, fino alla sparizione del colore della fine degli anni ’90, l’artista non rinuncia a riportare la sofferenza in tutte le sue forme, mosso da un’analisi teorica e etica sul mondo occidentale e i suoi disequilibri. Lo spazio neutrale delle Galleries accoglie le immagini a tutta parete come un set cinematografico, con frammenti di pellicole isolati alle pareti, parte di una storia più ampia che non si conosce e si può solamente immaginare.

Titolo:
Weightlifter
Anno: 2015
Tecnica: silver gelatin
Dimensioni:
239 x 300,5 cm
©: Jeff Wall
Courtesy:
Gagosian
La Fondazione si espande fuori dai suoi spazi con la Biennale FOTO/INDUSTRIA con un fitto programma di mostre ospitate in 7 luoghi storici e simbolici della città (Palazzo Bentivoglio, Palazzo Vizzani, Collegio Venturoli, MAMbo, Pinacoteca Nazionale di Bologna, Fondazione Del Monte, Spazio Carbonesi).
La kermesse diretta da Francesco Zanot sceglie la casa come tema del percorso fotografico, in virtù della sua essenza ancestrale che la porta a essere parte dell’uomo oltre che sua creazione. I significati e i simboli legati alla casa si evolvono a pari passo con la società, mettendo in evidenza le criticità dell’abitare contemporaneo. Gli 11 artisti internazionali chiamati a dare la propria interpretazione condividono con il pubblico la ricerca legata alla casa, mettendola in relazione con i principali nuclei del presente (economia, politica, psicologia, architettura e cambiamento climatico).

Titolo:
Cârlig
Anno: 2017
Tecnica: archical inkjet print
Dimensioni: 50 x 60 cm
Edizione: 1/5+2AP
©: Matei Bejenaru
La casa può essere vista come un paesaggio, un luogo di appartenenza, come nel lavoro di Matei Bejenaru, che racconta il progetto work in progress Prut narrando la storia degli ultimi vent’anni del fiume, confine naturale dell’Europa politica ma anche simbolo di una quotidianità lenta e rurale che l’artista ben conosce. Un’analisi urbana e politica anima anche gli scatti di Alejandro Cartagena e le ricerche del collettivo inglese Forensic Architecture: entrambi analizzano la degenerazione di due terre, segnate da contraddizioni e soprusi che cambiano il loro volto e quello di chi le abita. Se il Messico della mostra A Small Guide to Homeownership di Cartagena emerge come un territorio estremamente frammentato con evidenti conseguenze sulle generazioni dei suoi abitanti, i villaggi palestinesi del progetto Looking for Palestine vengono indagati attraverso documenti, testimonianze diretti e strumenti tecnologici per conoscere la storia che precede il presente e riattivare nel visitatore un coinvolgimento attivo e immediato.

Titolo:
Top Zinto
Anno: 2021
Tecnica: differenti ritagli incollati su carta
cotone fine art
Dimensioni: 77 x 58 x 4 cm (incorniciato)
Serie: Popihuise
©: Vuyo Mabheka
Courtesy: Afronova Gallery
La casa è anche il posto della famiglia e degli affetti, come emerge nella toccante esposizione Popihuise dell’emergente Vuyo Mabheka, nel materiale di archivio di Sisto Sisti in Microcosmo Sinigo che ripercorre le origini e gli eventi legati alla storia italiana e ai luoghi cari al fotografo, o ancora nella narrazione personale di Moira Ricci, Quarta casa, una retrospettiva che porta alla luce un corpus di opere dedicate alla memoria e alla tradizione italiana nella sfera privata e in quella collettiva.
La casa è anche risultato di un insieme di codici, visivi e architettonici, dai quali dipendono relazioni e innovazioni che vedono essere umano e spazio in costante confronto: l’esplorazione dei modelli svedesi di Mikael Ollson investe l’arredo e le geometrie domestiche di un respiro vitale, mentre il lavoro di archiviazione e ricerca di Julia Gaisbacher, testimonia l’efficacia dell’approccio radical dell’architetto Eildried Huth, pioniere di una metodologia collaborativa e morale che si tende a ignorare a favore delle imperanti logiche commerciali.
L’eterogeneità delle abitazioni nel mondo, dei loro simboli e della loro evoluzione è immortalata dalla macchina fotografica di Ursula Schulz-Dornburg in Some Homes: usanze millenarie evidenziano la reattività della casa in risposta ai repentini cambiamenti morfologici, sociali e psicologici che il tempo porta con sé. Sfumatura non sempre valorizzata dello spazio domestico, quella del lavoro e del carico emotivo che si cela dietro al suo mantenimento; al centro della mostra di Kelly O’Brien c’è la donna, la figura che dopo decenni di lotte di genere viene ancora relegata a un unico ruolo definito dalla famiglia e dalle mura domestiche, spesso gabbie dorate di pericolose tensioni e disparità.





