A Venezia c’è anche l’Italia. Breve guida alla scoperta degli artisti nostrani in laguna

A dispetto di tutte le (giustissime!) polemiche, sono tanti gli artisti italiani presenti in Laguna in questi giorni anche se fuori dalla rassegna ufficiale. Artuu ti guida alla scoperta delle mostre più interessanti.

Per settimane non si è parlato d’altro che della pressoché totale assenza di artisti italiani alla Biennale Arte 2026, letta da molti come il segnale della crescente marginalità del sistema dell’arte del nostro Paese nel cuore di quello che dovrebbe essere il palcoscenico naturale dell’arte contemporanea globale.

Per di più, in casa nostra. Una polemica legittima, che ha avuto almeno il merito di compattare un’opinione pubblica spesso frammentata e raramente così unanime su questi temi. Anche su Artuu abbiamo affrontato a lungo la questione, dando spazio a analisi, opinioni e punti di vista differenti. Ma basta uscire dai confini ufficiali della manifestazione centrale per accorgersi che la realtà è molto più articolata e, soprattutto, molto più viva.

A Venezia, gli artisti italiani non mancano affatto! Sono semplicemente altrove: diffusi, trasversali, spesso protagonisti di progetti indipendenti, fondazioni private, mostre collaterali e interventi pubblici che, negli ultimi anni, hanno progressivamente ridefinito la geografia stessa della città durante la Biennale. Il punto, allora, non è tanto l’assenza, quanto il cambiamento di paradigma. Se un tempo il riconoscimento passava quasi esclusivamente attraverso i canali istituzionali, oggi molti artisti costruiscono traiettorie autonome, spesso più libere e sperimentali. È qui che si gioca una partita interessante: tra grandi nomi già affermati e una nuova generazione che lavora su linguaggi ibridi, pratiche partecipative e relazioni con il territorio.

Accanto ai progetti più strutturati — fondazioni, spazi espositivi indipendenti, palazzi storici restituiti all’arte contemporanea — emerge una costellazione di interventi che attraversano la città in modo meno visibile ma non meno incisivo. Mostre temporanee, installazioni site-specific, performance e programmi pubblici costruiscono una rete diffusa che intercetta pubblici diversi e amplia il raggio d’azione della Biennale ben oltre i suoi confini ufficiali.

In questo scenario, gli artisti italiani occupano una posizione tutt’altro che marginale. Al contrario, sono spesso al centro di queste dinamiche: protagonisti di nuove istituzioni culturali, invitati in progetti internazionali, oppure promotori di iniziative che mettono in discussione le stesse logiche del sistema dell’arte. E allora, dove trovarli davvero? Non tra Giardini e Arsenale, ma nei palazzi meno battuti, negli spazi indipendenti, nelle fondazioni appena inaugurate o in trasformazione.

È lì che si costruisce una mappa alternativa, e forse più aderente al presente, della presenza italiana a Venezia. Questa guida nasce proprio da qui: un percorso tra grandi progetti e giovani promesse, tra nomi consolidati e pratiche emergenti. Perché, al di là delle polemiche, la scena italiana non è assente. È semplicemente cambiata. E, forse, è proprio in questa trasformazione che si possono scorgere aspetti interessanti.

Gondola carrying passengers gliding on a canal past historic pale buildings with arched windows under a clear blue sky.”] ,
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KUNSTHAUS PARADISO

PALAZZO MOLIN QUERINI (Calle del Traghetto, 2179) 

Dal 4 al 31 maggio, negli spazi di Palazzo Molin Querini, affacciato sul Canal Grande, una casa abitata si trasforma in piattaforma culturale condivisa tra mostra, incontri e momenti di convivialità. È KUNSTHAUS PARADISO. abitare Venezia, un progetto ideato e curato da Caroline Corbetta e promosso da Venice International Foundation in collaborazione con Havas Arte e Cultura, che riunisce circa 50 artisti italiani e stranieri – Giorgio Andreotta Calò, Carolina Raquel Antich, Thomas Braida, Michele Bubacco, Daria Dmytrenko, Silvia Giordani, Lorenzo Vitturi, Qi Zhang tanto per citarne alcuni – che hanno scelto di vivere e lavorare in laguna. Una sorta di ritorno a casa per Caroline Corbetta, che nel 2013 aveva curato Padiglione Crepaccio, appendice veneziana di Crepaccio, felicissimo progetto ideato da Corbetta (2012–2016) nelle vetrine del ristorante Il Carpaccio situato nel quartiere multietnico di Porta Venezia a Milano.

L’idea alla base di questo nuovo progetto in laguna è dare visibilità a una scena veneziana contemporanea viva ma spesso invisibile, mettendo al centro chi la città la abita davvero. In una Venezia segnata dall’overtourism, il progetto ribalta la prospettiva e attiva un ecosistema multidisciplinare fatto di ricerca, artigianato e relazioni, restituendo centralità al tessuto umano e culturale della città. Non una semplice mostra, ma un’istituzione temporanea e conviviale che fa dell’abitare una pratica culturale condivisa. In contemporanea con un’edizione della Biennale Arte attraversata da tensioni geopolitiche e da una sorprendente assenza italiana, KUNSTHAUS PARADISO disegna una mappa alternativa: radicata nella città, aperta al mondo, capace di trasformare Venezia da sfondo a presenza attiva.

Gallery installation: seven vertical fabric banners hung from the ceiling in a brick-walled room
The Human Safety Net_Marinella Senatore_We Rise by Lifting Others

WE RISE BY LIFTING OTHERS: MARINELLA SENATORE

La Casa di The Human Safety Net Piazza San Marco 105, Venezia

Nella lunga intervista che abbiamo realizzato con Marinella Senatore abbiamo parlato anche del progetto che presenta alle Procuratie Vecchie di Piazza San Marco, negli spazi di The Human Safety Net, in contemporanea con la Biennale Arte 2026. Un appuntamento che non poteva mancare nella nostra guida. Con “We Rise by Lifting Others”, Senatore costruisce un lavoro corale, nato da un processo partecipativo fatto di laboratori, incontri, scrittura, movimento e ascolto, che ha coinvolto famiglie in condizioni di vulnerabilità tra Varsavia, Mestre e Palermo. Il progetto affronta temi come inclusione e fragilità, trasformando le storie personali in materia visiva e condivisa.

L’opera si configura così come uno spazio collettivo, in cui le esperienze individuali entrano in relazione tra loro. Il risultato prende forma in una grande luminaria e in sei arazzi, che raccolgono parole, immagini e pensieri emersi durante il processo, restituendo una narrazione stratificata e profondamente umana. Puoi leggere l’intervista a Marinella Senatore per saperne di più. 

Three white tulips in pots sit atop a white decorative cabinet, with a blue floral panel, a vinyl record on the floor, and a long-haired doll beside it.
Maria Cristina Crespo, Altare Pop – Dalida bang bang, 2009. Polimaterico, 68×30. Courtesy l’artista

INFINITO CABINET: MARIA CRISTINA CRESPO

Castello 2145 (Riva San Biasio) – Venezia

Tra gli Eventi Collaterali della Biennale Arte 2026, “Infinito Cabinet” di Maria Cristina Crespo, a cura di Giusy Caroppo e organizzata da Eclettica Cultura dell’Arte, è un viaggio stratificato nella cultura occidentale, tra letteratura, mito, religione e filosofia. Pensata come una Wunderkammer contemporanea, tra il museo immaginario di André Malraux e la biblioteca cosmica di Jorge Luis Borges, l’installazione raccoglie opere polimateriche che dialogano con il tema della Biennale. “Come curatrice di “Infinito Cabinet”, mi racconta Giusy Caroppo, “vedo questo progetto come l’incontro tra realtà marginali ma affini: un’artista “clandestina”, una curatela e un’organizzazione che operano dalla periferia del sistema dell’arte, in dialogo con “In Minor Keys”. La micro-narrazione di Crespo, tra art brut e poesia visiva, costruisce un percorso controcorrente che rivendica la complessità dell’identità occidentale, senza intenti ideologici. In questo senso, il progetto suggerisce che proprio da una posizione autonoma e fuori mercato possa emergere un’arte italiana capace di un “sentire” dell’arte globale e non globalizzata”.

Il percorso si sviluppa come un teatro iconografico in cui convivono Ovidio, Dante Alighieri, Novalis, Pier Paolo Pasolini e Antonin Artaud, accanto a miti, santi e geografie simboliche che attraversano Oriente e Occidente. Tra vasi antropomorfi, scenografie pittoriche e costumi in stoffe riciclate, Crespo costruisce una micro-narrazione della Storia che interroga anche il dibattito sulla Cancel Culture, rivendicando la complessità dell’identità occidentale come risorsa. L’inaugurazione, il 7 maggio, sarà accompagnata dalla performance della coreografa Maria Strova, che evocherà una moderna Mata Hari.

Art installation: grid of pink-framed screens on a pale pink wall displaying mixed images and color bars, with tangled cables on the floor.
Ciclica 2026_Venezia_ Courtesy Jacopo Di Cera

CICLICA: JACOPO DI CERA

Padiglione Nazionale Sierra Leone, Campo dei Carmini, 30123 Venezia 

Tra i progetti più immersivi della Biennale Arte 2026, nel Padiglione della Sierra Leone, Ciclica di Jacopo Di Cera, a cura di Rebecca Pedrazzi, trasforma la crisi climatica in un’esperienza visiva e sensoriale. “Come curatrice, ho seguito la nascita di Ciclica”, mi racconta Pedrazzi, “un’opera che attraversa la nascita, la vita e la morte di Gea, dea primigenia e origine del vivente, qui incarnata da Lidia Carew in una forma di bellezza armonica. È però lungo il suo percorso che questa continuità si incrina: interferenze improvvise si innestano nella danza, rivelando la crisi climatica come forza perturbante. Ciclica si impone così come un monito necessario, richiamandoci alla responsabilità di ciò che stiamo compromettendo”.

L’installazione si configura come un trittico digitale di 36 schermi upcycled, articolato in tre atti — nascita, vita e morte di Gea — in cui il mezzo coincide con il messaggio: dispositivi tecnologici riconvertiti diventano parte integrante della narrazione, evocando il ciclo vitale della materia e mettendo in tensione obsolescenza e urgenza ecologica. Accompagnata dalla colonna sonora di MKDB, l’opera costruisce una cosmogonia contemporanea in cui luce, ombra e visione zenitale danno forma a una riflessione sulla crisi ambientale come processo già in atto. Inserita nel progetto Worlds of Today dei curatori Sandro Orlandi Stagl e Willy Montini, Ciclica dialoga con il tema In Minor Keys di Koyo Kouoh, proponendo una visione in cui ogni fine contiene una potenziale rinascita.

Blue night photo of a waterfront building illuminated in blue with glowing neon cursive words across its façade.

MARCO NEREO ROTELLI

Padiglione della Repubblica di Guinea, Isola di San Servolo, Venezia

Con un omaggio a Pier Paolo Pasolini, il Padiglione della Repubblica di Guinea, a cura di Carlo Stragapede, celebra la sua prima partecipazione ufficiale alla Biennale Arte di Venezia con un intervento di forte impatto visivo firmato da Marco Nereo Rotelli e sostenuto dalla Fondazione Cavaliere del Lavoro Alberto Giacomini. Sulla facciata del Padiglione prende forma “LA GUINEA PER PPP”, una grande installazione luminosa visibile (che peccato!) solo durante i giorni del vernissage, dal 6 all’8 maggio 2026, dalle ore 20.00 alle 24.00.

L’opera ruota attorno alla poesia “La Guinea” di Pasolini, reinterpretata come gesto visivo che trasforma l’architettura in una superficie viva, attraversata da proiezioni di luce e scrittura. Il testo diventa così un ponte simbolico tra culture, capace di connettere geografie e sensibilità differenti, mentre l’intervento di Rotelli restituisce alla facciata una dimensione dinamica, in continuo dialogo con lo spettatore. La luce si afferma come linguaggio universale, in grado di unire spazio, parola e memoria in un’unica esperienza immersiva. Interessante la scelta della Guinea che, al suo esordio, invita un artista italiano ad animare il suo padiglione, aprendo nuove prospettive di scambio culturale tra la Guinea, l’Italia e la comunità artistica internazionale.

Blue-lit jellyfish hologram suspended inside a clear cylindrical tank or display case.
THETIS4_Courtesy of the artist

FABBRICA H3: ANDREA CRESPI

Isola della Giudecca, C. S. Cosmo, 624, 30133 Venezia 

Nella mitologia greca, la Medusa è divenuta nel tempo un simbolo di resistenza e forza, capace di trasformare il trauma in potere. È proprio questa tensione tra vulnerabilità e metamorfosi a risuonare in “Thetis”, un’opera olografica di Andrea Crespi site specific e inedita, presentata tra gli affreschi dell’ex Chiesa dei Santi Cosma e Damiano all’interno di “As Above, So Below” negli spazi della Giudecca, oggi sede di Fabbrica H3. Unico artista italiano selezionato da One Ocean Foundation e ZEITGEIST19, Crespi prosegue la sua ricerca intrecciando immaginario classico, mitologia e linguaggi digitali.

L’opera, una medusa olografica sospesa tra biologia e mito, rende omaggio alla ninfa Teti, figura primordiale che incarna le profondità marine e la dimensione invisibile del vivente. Tra scienza e mito, emerge come una “coscienza liquida”, simbolo di un ecosistema di memoria che custodisce insieme l’origine e il futuro della vita. Curato da Elizabeth Zhivkova e Farah Piriye Coene, il progetto espositivo riunisce artisti e collettivi internazionali chiamati a confrontarsi con l’oceano come sistema vivente e spazio di interdipendenza. La collaborazione tra Crespi e One Ocean Foundation si inserisce in un percorso condiviso che coniuga pratica artistica e impegno ambientale. “Thetis” si configura così come una riflessione poetica e tecnologica sulla fragilità e la complessità degli ecosistemi marini.

DEPOSITO 2235 – MARTINA BIOLO 

Calle del Rosa, 2235 Venezia, fino al 17 maggio 2026

Deposito 2235, spazio artistico indipendente inaugurato nel 2025, nasce con l’obiettivo di valorizzare giovani artisti italiani e internazionali, configurandosi come piattaforma di ricerca e sperimentazione.

In contemporanea con l’opening della Biennale Arte 2026, Deposito 2235 presenta al pubblico la mostra “Apnea” di Martina Biolo. L’esposizione mette in scena pause, arresti e silenzi in cui vita e lavoro finiscono per sovrapporsi. Una continua apnea intesa come sospensione del respiro e del tempo. In linea con la pratica di Biolo che indaga il confine tra controllo e abbandono, tra presenza e assenza, quello che emerge dalla mostra veneziana è una dimensione intima, in cui il tempo non è più lineare ma scandito da un ritmo interiore. Le opere si presentano come ologrammi della realtà, trasposti in una dimensione altra attraverso una gestualità rituale. Lo spazio espositivo si trasforma così in un ambiente sospeso, carico di tensione e attesa. Alcuni oggetti, provenienti dallo studio dell’artista, vengono compromessi e dissezionati, perdendo la loro funzione originaria. Il risultato è un’esperienza che invita lo spettatore a confrontarsi con il tempo come percezione soggettiva e instabile.

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