A proposito della AI: davvero non serviremo più?

by Architrave

La maggior parte delle persone non ha paura dell’Intelligenza Artificiale. I giovani ne fanno un nuovo modello di comunicazione; ultimamente può anche capitarti che al termine di una riunione di lavoro, a volte anche prima che abbia termine, il giovanotto o la giovanotta di turno ti inviino il verbale dell’incontro, che riporterà passo passo ciò che il meeting ha determinato, dati, formule, definizioni e decisioni prese. Peggio di una determina governativa o di un atto notarile.

La minor parte delle persone ha però paura di questo nuovo passaggio epocale che qualifica l’AI come nuovo elemento decisionale sul destino degli individui. Beninteso, da buoni soggetti pensanti piuttosto spremuti, riusciamo a comprendere che ogni nostro dato personale rilasciato, da tempo serve a costruire un archivio nato per conoscere cosa venderci, oggetti o servizi o a tracciare le nostre gesta nello spazio geografico. Questo speciale impulso alla sorveglianza non nasce certo dall’AI ma è in atto da tempo; i complottisti vari, esseri infelici e privati dal gusto di delegare altri la conduzione di ciò che non sanno e che non sanno fare, lamentano forme di gestione delle nostre menti che partono dalla fantascienza per giungere alla realtà quotidiana. Non perderemo tempo qui per rievocare il disastro mentale che ha preso piede dal marzo 2020 generando schiere di nuovi revisori della tecnologia e della scienza. Intere schiere di professionisti dell’ignoranza hanno impugnato questa crociata dei microchip contenuti nei medicamenti nello stesso istante in cui cedevano i propri dati alla cassa del centro commerciale. Ogni acquisto o transazione che avviene in questo imprescindibile e irrinunciabile mondo capitalista serve ad alimentare un grande database che accumula informazioni apparentemente poco importanti ma che invece scavano un solco tra il cliente (noi) e l’universo finanziario. 

Il complottista e il tecnocrate ottimista

Forse, questo scettiscismo ha qualche base fondata ma con un distinguo. Il complottista indica nel suo non credere il proprio desiderio di sostituirsi all’apparato produttivo e scientifico già organizzati; in altre parole, lo scettico contemporaneo, sapendo di non sapere, crede di conoscere altro, buttando al vento secoli di studi (altrui). Davanti all’AI lo scettico non sa che dire, non sa cosa replicare e non riesce ad accusare alcuno.

Per contro, il tecnocrate ottimista, fautore della tecnologia e dell’apparato scientifico e quindi anche dell’AI, la sposa riconoscendole la capacità di replicare compiti che noi, vecchi umani, non abbiamo più voglia e tempo di fare. È tutto qui? No, l’AI ci aiuta (ci aiuterà) a effettuare calcoli che un tempo esigevano mesi di lavoro.

Massima fiducia allora? No di certo. Da dove nasce quindi la paura e il pessimismo nei confronti di queste nuove frontiere del pensiero? Forse dal fatto che sta avanzando il timore di venire sostituiti da un processo generato per diventare noi, per simulare le nostre capacità, i nostri impulsi e anche le nostre sensazioni.

Alla sera fa piacere dialogare con la sezione AI dei nostri telefonini (per carità: sono smartphone!) ponendogli domande di cui sappiamo già le risposte o incalzando questa nuova amica (amico?) per sfidarla a rispondere nel campo dell’arte e dello sport. O anche sondarla sulla sua conoscenza del calcolo immediato dei numeri fattoriali: provare per credere. La vecchia ragionevolezza del sapere mediante studio e approfondimento verrà strappata in un attimo dalle risposte ovviamente asettiche della nostra assistente digitale, che di sera è pronta e fresca come noi solamente al mattino.

E c’è di più. Mentre credevamo insuperata la capacità umana di creare bellezza, il freddo calcolo di questa intelligenza tecnologica, creata per sapere più che per fare, ci convince che sarà possibile replicare le fattezze di David Bowie o un paesaggio alpino alimentando il sistema di elaborazione con pochissime informazioni. Quindi questa amica ci regalerà un’immagine artistica, una fotografia dell’(ir)reale più veritiera del reale stesso. Bowie ci apparirà più David che mai, le crode dolomitiche saranno più reali di quelle di Dino Buzzati. Trump e Putin lavoreranno in una catena di montaggio e Freddie Mercury continuerà a roteare l’asta del microfono. John Lennon non uscirà dalla sua portineria per essere ucciso ma rimarrà al sicuro nella sua casa affacciata sul parco newyorchese.

Insomma, noi a chiedere di fare arte, noi chiamati poi alla contemplazione di una creazione che non sarà più giudicabile perché la perfezione sarà insita nel suo stesso atto creativo: la bellezza non sarà in quanto prodotto ma risiederà comodamente a monte, nei calcoli algoritmici che hanno generato i processi di elaborazione dei dati, non da noi immessi nel ricircolo delle informazioni.

Forse sta proprio qui il timore nei confronti dall’AI: la paura di diventare inutili.

Se l’AI può replicare le nostre immagini, le nostre forme, le nostre azioni, persino le nostre voci, se può ascoltarci e parlarci, se può creare nuove forme di arte e intrattenimento che sostituiranno le vecchie – pensiamo solo alla musica – il tutto senza conoscerci, allora è giustificato cercare un’alternativa e tornare ad approfondire il mondo che conosciamo, tornando a pensare che l’intelligenza naturale potrà continuare a disegnare un paesaggio.

Forse.

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