Pedàso, con l’accento sulla seconda vocale, è l’Atlantide invisibile di Luigi Serafini. Architetto, artista e linguista visionario, immaginifico, portentoso sognatore di mondi, romano di nascita, con il cuore, ma lo spirito soprattutto, trapiantati a Pedàso. Il luogo esiste, anche se tale luogo pare, dal suono, evocare una delle isole mitiche narrate da Omero, oppure il nome di un monte sacro ai popoli nomadi dell’Anatolia, citato nel Deuteronomio dell’Antico Testamento. Invece Pedàso è sulla carta geografica italiana, un posto di mare lungo l’Adriatico, al confine di un confine: tra le Marche e l’Abruzzo. Ma se non ci si va con intenzione, questo luogo resta invisibile, come le città di Calvino. Ed è proprio qui, appunto, sospeso tra visibile e invisibile, il luogo dello spirito di uno dei massimi artisti – nel senso di quei portatori naturali delle visioni dell’eterno e di interpreti assoluti del paesaggio del presente – viventi in Italia. L’Italia di Serafini è un’idea totale, ancestrale, simbolica, metaforica, di nazione fantastica, introiettata a Pedàso e proiettata come un fuoco d’artificio urbi et orbi di immagini, rivelazioni, apparizioni e astrazioni straordinariamente realistiche, ancorché trasfigurate in una cosmogonia tutta sua, che da quasi mezzo secolo si aggiorna perpetuamente nell’immenso Codex Seraphinianus, arricchendosi a ogni nuova edizione di sempre nuove scoperte illustrate di antropologia, zoologia, botanica, storia naturale e artificiale, vita terrestre, extraterrestre, marina e sottomarina, celeste e siderale. L’intero, vastissimo conglomerato di fantastica restituzione a tutti noi di tutto ciò che digerisce e rimesta l’inconscio collettivo, dai più rimosso, è invece chiaramente esplorato, catalogato e ricordato dall’artista a ogni suo risveglio, al termine di quella avventurosa alborada che sono i sogni vigili dell’aurora. Ha origine nelle sensazioni fondative dell’infanzia (tutt’oggi scintillante e viva, ma culturalmente assai evoluta) di Serafini bambino. Così anche rivivono nelle pagine del Codex i ricordi infantili delle vacanze mitiche tra i saloni e le volte della Villa Passari, sottostante di qualche tornante il buen retiro serafiniano attuale, antica casa madre colonica dell’intero feudo di Pedàso, dove si trovava il Kakejiku, prezioso arazzo donato allo zio eponimo da monsignor Mario Giardini, che aprì la Nunziatura Apostolica in Giappone nel 1920 e la diresse fino al 1930. L’opera è ispiratrice dell’enciclopedia universale fantastica di Serafini, che scoprì in essa il segreto della scrittura dipinta. Chiamatelo pure Q.B. se vi pare, questo bambino prodigio, come lui preferisce chiamarsi ricordando se stesso e le eroiche gesta puerili nella Pedàso degli anni Cinquanta. Una sigla puntata che nei ricettari indica il “quanto basta”, per il pepe o per il sale, ma siccome non capiamo quanto c’entri, preferiamo assonanzare con il nome di Achab, il capitano coraggioso che sfidò il grande mostro degli abissi, l’eroe di Melville, le cui isole dei mari del Sud il nostro Serafini vedeva nelle sagome degli scogli antistanti la spiaggia di Pedàso. E siamo già nell’anomalia geologica che fa di Pedàso un luogo in cui lo spirito nasce e vive per sempre migrante, viandante, testimone di eventi prodigiosi e rari. Un giorno lontano della storia italiana, infatti, il borgo era arroccato sull’altura che protegge la costa dai flutti. Ma quella volta non fu protettiva, fu anzi distruttiva e letale. La montagna franò e le macerie del borgo precipitarono nel mare, con tanto di chiesa e castello, formando così il curioso arcipelago diroccato che ricorda i paesaggi visti anche dal Beagle, il brigantino di Charles Darwin. Un unicum della costa Est nazionale, che ha prodotto un unicum gastronomico che ha reso Pedàso ricca e prospera nei secoli: le cozze. Il mitile trovò albergo e ricetto tra le mura sgranate dell’Atlantide adriatica nostrana. Ancora oggi si celebra con una sagra dal delizioso aroma di mare. Perché Pedàso si chiama così? Non è difficile: ai piedi dell’Aso. Chi è l’Aso? Il torrente, rigagnolo, fiume impetuoso a tratti, attraversa il borgo da Est a Est. Come un sestante preciso regolato sulle vaghe stelle dell’Orsa osservate dal poeta marchigiano che decantò luoghi non distanti, la foce dell’Aso bacia la sorgente di un fiume gemello (ma su certi misteri non occorre insistere, è di una delle origini del mondo, del resto, che stiamo trattando). Le costellazioni leopardiane, se osservate e seguite con mitico rispetto, portano Pedàso, dai monti sibillini (la sede delle potenti indovine del mondo antico) fino al Giappone, attraverso un lungo, rettilineo cunicolo sotterraneo, immaginando che l’Aso si interri in una chilometrica scia carsica che non sgarra di un solo grado, lungo la via della Seta. Se, invece, si vuole ostinatamente seguire i precetti della scienza etimologica, paleontologica, Asu sarebbe l’etrusca “Alba”, ma anche la parola “Asia” proverrebbe da quella radice. E da quella radice, in effetti, nasce il sole, ogni giorno. Seguendo tali piste antiche e misteriose, tutte, con dimestichezza e ossequio, Luigi Serafini, il Q. B. pargolo della favola, ha visto e disegnato tutti i mondi possibili, senza escludere, come si sa, che infiniti altri mondi sono possibili. Ma l’immaginazione e la divinazione sono scienze più esatte delle scienze accademiche, il Codex è infatti l’enciclopedia viva di tutte le vite possibili, se avrà eredi continuatori capaci di nuotare senza boccaglio dalle sorgenti alla foce, e ritorno, del fiume che porta dal mondo sensibile ai mondi nascosti che ci accompagnano. Il bardo, il trovatore, il giullare marchigiano sta ancora di fronte a quegli scogli prodotti dalla civiltà e dalla storia che si fanno natura, come quando pescava anguille, rimembrando i grandi maggiori che lo hanno preceduto e avviato alla conoscenza: Carlo Crivelli, gran pittore quattrocentesco che da Padova sentì il richiamo delle Marche, Felice Peretti che dalle Marche salì al soglio di Pietro con il nome di Sisto V, Marco Polo che fu imprigionato sull’isola croata che sta ancora sulla direttrice orientale esatta di Pedàso, fino a Italo Calvino, che scoprì il Codex Seraphinianus e lo lodò presso i maggiori pensatori del secolo scorso, per arrivare a Federico Fellini, originario della stessa costa dell’autore del Codex, ma più a Nord, che attinse all’immaginazione fanciullesca di Serafini per l’immagine iconica della “Voce della Luna”. Egli, Serafini, osserva e dipinge il suo mondo, … Leggi tutto A Pedàso, nelle Marche, il paese magico di Luigi Serafini. Dove l’autore del Codex immagina nuove fantasmagorie
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