A Napoli due mostre per le tele “dilatate” di Darren Almond

L’opera d’arte multimediale come sintesi tra sentire creativo e necessità del mercato. É questo il segno che distingue la tendenza del dubbio gusto di questa epoca, in cui la tecnologia è del tutto affermata, partecipe a 360 gradi della nostra esistenza para-umana, ma che fatica dal punto di vista estetico a prendere pieno possesso dello spazio, come invece dovrebbe essere. Imponendo la propria esistenza virtuale, la tecnologia si sostituisce alla presenza fisica dell’opera con il suo peso specfico, la sua gravità che ne certifica il valore materiale, in una funzione meramente decorativa, all’interno di uno spazio già ricco.

Con una doppia mostra, Darren Almond, artista multimediale inglese, propone una riflessione sul tempo e la connessione con l’esistenza, tra spazio vivibile e vissuto. Le sue lunghe esposizioni fissano le luci in un tempo dilatato, congelato in una sorta di momento zero, come lo zero che traspare sugli sfondi della serie Songbirds and Willows, o come Rags, stracci fissati nello spazio abbandonato di uno studio d’artista, nell’attesa che il tempo imponga le sue trasformazioni.

Darren Almond RAGS Museo Cappella Sansevero

Songbirds and Willows, 22 gennaio – 8 marzo

Le tele esposte presso la Galleria Alfonso Artiaco offrono uno spunto di riflessione sul tempo, sulla memoria e sul nostro legame con la natura. Quella del salice (willow) è una simbologia che sia nella cultura occidentale quanto in quella orientale, richiama i cicli della vita che si rigenera nel momento stesso in cui termina, compiendo un movimento circolare come lo zero che traspare sullo sfondo di tutti i dipinti di questa serie, fissando il momento nullo in cui tutto finisce e tutto inizia contemporaneamente.

Dal punto di vista tecnico, le superfici sono effettivamente pittoriche, tradizionali, con interventi materici, come lo scotch di carta applicato mentre si usa il colore, a creare degli effetti di vuoto o di pieno che interferiscono con le macchie umide cromatiche, che scorrono dall’alto verso il basso trasportate da un flusso liquido, ricordano piante in una foresta pluviale. Sembra di poter sentire lo scorrere dell’acqua.

Nello stesso spazio della storica galleria napoletana, alcune tele della serie Rags, anticipano la seconda mostra allestita presso la Cappella Sansevero, poco distante.

Museo Cappella Sansevero_Rags di Darren Almond_Credits ph Andrea Salzillo per Rive Studio

Rags, 22 gennaio – 19 marzo

Ed è con questa seconda mostra che l’introduzione di questo pezzo critico ha maggiormente a che fare, sia sotto l’aspetto prettamente tecnico, che concerne la realizzazione delle opere, sia dal punto di vista del rapporto di fusione che queste dovrebbero instaurare con lo spazio che le ospita. Quelle stoffe fotografate, esposte su grandi dimensioni, intrise di quelle tonalità terra tipiche della pittura di Lucian Freud e al quale effettivamente sono appartenute, sono immagini che Darren Almond ha scattato nello studio del pittore tedesco naturalizzato inglese e scomparso nel 2011, immortalando gli stracci utilizzati da Freud e che inseriti in questo contesto barocco armonicamente si intrecciano, mimetizzandosi senza creare fastidio, con le decorazioni in marmo.

Il drappeggio ad alta definizione sulle grandi sei tele esposte nella navata della cappella, lungo gli spazi delle cappelle minori e sull’altare alle spalle del Cristo Velato, sembra appartenere a quel luogo, tramite un legame alchemico prendono bene confidenza con lo spazio barocco, generando vibrazioni artificiali, allucinazioni nel rapporto/confronto con le statue della scuola barocca napoletana, il Cristo e quel velo perfettamente aderente all’anatomia, scolpito da Giuseppe Sanmartino o l’uomo del Disinganno che si libera dalla rete del peccato abilmente lavorata da Francesco Queirolo, immobilizzati nel tempo, così, come immobilizzate sono anche quelle stoffe, nello stesso luogo zero.

Ma c’è un limite imposto e si vede, un blocco che Darren Almond riesce comunque, un minimo, a varcare con gli innesti di materia cromatica a tentare di rompere la staticità di questa mimesi. Così grazie all’aggiunta di pasta di colore quelle pezze sembrano tremare ad un primo sussulto di atmosfera, una tenue vibrazione spaziale che anela ad un nuovo inizio. Ma poi, tutto sommato, rimangono immobili. Probabilmente con molta più tecnologia, il gioco sarebbe stato ancora più profondo ed intrigante, forse così si resta un pochino freddi. Darren Almond del resto nel suo lavoro utilizza molto le tecnologie, foto e video. 

Forse la paura di far osare, lasciando l’artista esplorare l’oltre senza i limiti di una superficie tradizionale e statica, per il timore di rovinare la bellezza del preesistente, che comunque garantisce sicuramente un certo numero di visitatori l’anno, oltre che vendite per le gallerie, è un limite, perché così l’opera resta in un certo senso relegata al suo destino di oggetto decorativo, pendant di lusso aggiunto ad uno spazio già di per se ben arredato. 

E come un bene di lusso, a questo punto, funziona meglio in galleria, da Artiaco, con le opere esposte che anticipano la mostra Rags alla cappella, e che sembrano essere maggiormente a loro agio in quel contesto dalle pareti fredde, bianche, ma profonde, bellissime. Su di esse le grandi tele di stracci esplodono di energia inerme e non si perdono nel confronto con i marmi pregiati della cappella, in cui forse si scaricano di valore, oltre ad ostruire la visione di ciò che si trova alle loro spalle, come un’interferenza

Il white cube ha il suo perché e a mio parere resta la soluzione migliore per contestualizzare le opere dell’arte contemporanea che hanno una fisicità, non c’è dubbio. Un altro discorso potrebbe aprire invece il video digitale all’interno di questi spazi, ma bisogna essere coraggiosi per vedere cosa, senza la paura di dissacrare, può rompere la consuetudine. Del resto le proiezioni non hanno consistenza, sono fasci di luce che quando sono spenti non ingombrano né modificano la realtà, ma quando accesi trasformano, creano visioni, incantano lo sguardo, cosa che francamente, per quanto mi riguarda, non avviene con queste tele.

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Roberto Eduardo de Simone
Roberto Eduardo de Simone
Dopo aver conseguito il diploma artistico, nel 1996 si trasferisce a Bologna dova studia e si laurea presso il DAMS Arte. Nel 2007 comincia un lavoro di ricerca nell’ambito dell’arte contemporanea bolognese, in collaborazione con il prof. Luciano Nanni docente della cattedra di Estetica presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bologna. Il lavoro è durato due anni ed ha interessato tredici artisti attivi dal dopoguerra ai primi anni del 2000, ed è servito a raccogliere informazioni sulle tecniche artistiche utilizzate nella fase di produzione artistica. Tornato a Napoli si è specializzato in Grafica Pubblicitaria e negli anni a seguire ha lavorato in questo settore abbinandolo alla sua passione per le arti visive, tra pittura, disegno e fotografia. Dopo una breve parentesi ad Amburgo, è tornato a vivere a Napoli, dove continua a coltivare la sua passione per l’Arte contemporanea e le ultime tendenze.

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