A che punto è il Presepe? Breve storia di un racconto religioso divenuto pop

In una grotta al freddo e al gelo: l’occhio di bue della natività è puntato su una scena misera e povera, fatta di stenti e scomodità. È un dato di fatto che da qui, nel tempo, il Presepe come palco prediletto del revival natalizio, si sia arricchito di una moltitudine di personaggi. Tante chiavi di lettura ed interpretazioni, come un racconto narrato nel corso degli anni, il cui percorso cattura un po’ qui e un po’ lì la propria complessa trama. Il Presepe o Presepio (dal latino Praesepium – semplicemente mangiatoia) è sicuramente legato all’evento scatenante che è il Natale, ma non è più unicamente solo una questione religiosa. Non se ne distacca, ma ha inglobato lentamente fermenti di tipo culturale e antropologico che ne hanno modificato e ampliato il linguaggio.

Attorno a questo simbolo popolare, infatti, è venuto a crearsi un intero mondo, fatto di tradizioni, mestieri, persino ispirazioni. A che punto è il presepe al giorno d’oggi e come possiamo definirlo?

Il primo in assoluto è stato creato nel 1223 da San Francesco d’Assisi a Greccio, in provincia di Rieti. Giotto poi ne fece un affresco, tutt’oggi visibile nella Basilica Superiore di Assisi. Fu messo in scena con persone e animali: nato sotto il segno della performance, il presepe tutt’oggi mantiene un’importante percentuale di intrattenimento, e tra favola e misticismo, la sua arte continua a prefiggersi come obiettivo anche quello di ammonire (ripetutamente) oltre che raccontare. Si tratta di uno spettacolo già visto ma che siamo sempre disposti a non farci raccontare, un appuntamento con la storia che ha sempre qualcosa di nuovo da insegnarci.

A Napoli, la tradizione presepiale affonda le proprie radici già nei secoli XV e XVI, ma è nel ‘700 che vive la sua epoca d’oro. Ed è in questo periodo che la scena cresce, si nutre da un lato di nuovi protagonisti, sentinelle di morali dimenticate, dall’altro di meravigliose scenografie, simbolicamente concettuali. Altri ruoli – non di secondaria importanza – rendono tutto molto più attuale, leggibile, coinvolgente: la sacra famiglia resta, ma in una location riconoscibile, attorniata da affollate casupole di un quartiere popoloso. L’oste è il diavolo tentatore, Stefania il motivo per cui festeggiamo Santo Stefano, Benino il pastorello dormiente il cui risveglio rappresenta la rinascita del mondo; una colonna corinzia spezzata può essere la fine del paganesimo, il pozzo collega la città sotterranea e il sopra, il mercato è un’allegoria per tutti i mesi dell’anno. 

Tra la sua natura spettacolare e l’anima artigianale, quindi, ad oggi il presepe è una vera e propria forma d’arte, che assorbe e processa (come il resto delle forme di espressione) le informazioni e gli input dell’ambiente circostante. Nel contemporaneo, Paolo di Capua ci presenta linee minimal e dal materiale ligneo: nella sua mostra a Longiano, al Polo Museale Fondazione Tito Balestra, Il Presepe della Speranza ha figure appena accennate che tornano ad essere umili spettatori di un’altrettanto umile scena, quella al centro di una monocroma tavola sferica inclinata, che restituisce alla natività la sua essenza più povera e significativa. L’artista, d’altronde, indaga nelle sue opere la percezione dello spazio come entità viva, ed è all’interno di questa dicotomia vuoto/colmo che ha inserito la narrazione per eccellenza, quella vicenda capace di canalizzare l’attenzione e poi spostarla su ciò che va oltre il qui e ora, e che vive nell’eternità di una fede costante, collettiva e laica: la speranza. La mostra sarà visitabile fino all’11 gennaio 2026. 

Ma non è l’unico esempio: a Jesolo, è possibile ammirare “Il Presepe di Ghiaccio: uno spettacolo di arte e luci diretto da un gruppo di scultori internazionali, più che una semplice natività. In un percorso pieno di magia e colori, alla scena tradizionale si affianca un paesaggio incantato popolato da orsi polari. Impossibile non menzionare, poi, l’incredibile quantità di Presepi creati con le più disparate tecniche: dai personaggi in tessuto imbottito, dal comfortevole aspetto visivo, alle architetture in cartapesta, per un’enorme libertà narrativa; dalle nuove scenografie dei contesti urbani, ai materiali di riuso, alla performance.

Insomma, il presepe come espressione simbolica dell’epoca contemporanea continua a scrivere la sua storia da più di ottocento anni. Ne ricicliamo avvertimenti e insegnamenti come un utilissimo reminder a cui segue un pedissequo aggiornamento della sua apparenza formale. Spesso, San Gregorio Armeno presenta alcune new entry,nel paradosso di un contesto religioso che continua a “sporcarsi” col pop. L’attesa è per il prossimo volto iconico della tv, dello sport, dello spettacolo a cui è concesso con ironia di entrare in una sorta di santo privé: se il presepe parlava di un evento passato, riflette e ingloba, ora, il nostro presente e futuro.

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Marina Piccola Cerrotta
Marina Piccola Cerrotta
Marina Piccola Cerrotta nasce a Napoli nel 1991. Studia Antropologia e Storia dell'arte, conseguendo la Laurea Magistrale presso l'Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Vince poi il concorso Generazione Cultura e frequenta la LUISS Business School. Dopo le esperienze di redattrice per Vesuviolive e Fanpage, cura nel 2018 la mostra "Forcella Reigns", di Francesca Bifulco e Alex Schetter, a Los Angeles. Ha collaborato al reparto cretivo e come art consultant delle gallerie d'arte Liquid art system. Nel 2023 pubblica il suo libro "Una limonata blu", edito da Guida Editori con la prefazione del Prof. Marino Niola.

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