A.C. Confidential: breve ma veridica storia di Antonio Colombo. Tra arte, acciaio e biciclette

Capita qualche volta di aprire un libro pensando di sapere più o meno che cosa ci troveremo dentro, e di accorgersi invece, dopo poche pagine, che il libro che abbiamo tra le mani parla anche, sì, in parte, di quello che immaginavamo, ma anche di molte altre cose, e soprattutto che quelle cose, apparentemente lontanissime tra loro, finiscono per comporre una storia sola. È quello che mi è successo con A.C. Confidential. La mia vita tra arte, bicicletta e design, l’autobiografia di Antonio Colombo scritta con Giacomo Pellizzari e appena pubblicata da Ediciclo: un libro che avevo cominciato a leggere soprattutto per curiosità verso il Colombo che conosco meglio, quello dell’arte, e che mi sono ritrovato a divorare come un romanzo d’avventura. Del resto, forse, avrei dovuto capirlo già dal titolo. A.C. Confidential è un omaggio fin troppo trasparente (almeno per chi sa riconoscerlo) a L.A. Confidential, il magistrale, denso, meraviglioso romanzo di James Ellroy, autore che per chi, come me, ha una passione quasi patologica per il noir, appartiene a una personale mitologia letteraria. E qualcosa del romanzo, in effetti, questo libro ce l’ha davvero: non naturalmente del noir alla Ellroy, ma di quella capacità di trascinarci da un ambiente all’altro, da un personaggio all’altro, facendo continuamente comparire sulla scena incontri, avventure, svolte impreviste, mentre una storia familiare diventa anche storia dell’industria italiana, poi del design, della bicicletta, dell’arte, e in qualche maniera un po’ di tutta la Milano degli ultimi sessant’anni.

La bici, prima di tutto. Certo, la bici. Io, lo confesso, vado in bicicletta praticamente da sempre. Anzi, la bicicletta è diventata negli anni quasi un’estensione del mio modo di stare e di muovermi in città: la cavalco, la bistratto, ci salto le rotaie del tram e il pavé, ci corro sotto la pioggia, ogni tanto naturalmente finisco anche per terra (specie se piove), anche se, per fortuna, quasi fossi fatto di gomma, non mi sono mai fatto (facerndo le corna) davvero male. Ma proprio per questo il mio rapporto con la bicicletta è sempre stato molto fisico, quotidiano, perfino un po’ sconsiderato: la uso, la consumo, la vivo, la amo (la amo moltissimo), ma non ho mai avuto il culto della bicicletta come oggetto, non conosco a memoria telai, gruppi, tubazioni e rapporti, né sono mai appartenuto a quella curiosa religione laica che porta certi appassionati a pronunciare il nome Cinelli con la stessa devozione con cui un bibliofilo pronuncerebbe quello di Aldo Manuzio. E questo è il motivo per cui Antonio Colombo, per me, è sempre stato innanzitutto un gallerista, un ottimo gallerista. E, va detto, uno dei galleristi milanesi che ho apprezzato e seguito di più, perché nelle sue mostre e nel suo approccio all’arte e agli artisti incontravo esattamente l’arte che mi interessava e mi appassionava: l’underground americano, la street art italiana e internazionale, pittori appartenenti alle nuove generazioni, artisti eccentrici rispetto ai canoni più fighetti del contemporaneo avanzato. Insomma, uno di quei galleristi che non potevo che sentire affini, prima ancora che per le singole mostre, per la curiosità che le muoveva. Naturalmente sapevo che dietro quel gallerista c’era Cinelli. Quello che non avevo mai messo davvero a fuoco era quanto le due storie fossero in realtà la stessa storia.

Il biglietto da visita di Marcel Breuer. Courtesy Colombo’s Archive

Per capirlo, bisogna allora fare un passo indietro. Molto indietro: ovvero da un pomeriggio d’inverno del 1933, quando un certo Angelo Luigi Colombo, di professione industriale, si trova a Berlino, seduto ad aspettare nell’ufficio pieno di fumo di Marcel Breuer. Il nome, naturalmente, oggi dice tutto: Bauhaus, architettura, design, e soprattutto quella celeberrima sedia Wassily che Breuer aveva inventato pochi anni prima, trasformando un tubo d’acciaio piegato in una delle forme destinate a cambiare per sempre il nostro modo di pensare i mobili e gli oggetti. Ma Angelo Luigi Colombo non è andato fin lì per parlare di storia del design, che del resto deve ancora essere scritta. È andato a vendere tubi. O meglio, a raccontare a Breuer che cosa si può fare con quei tubi d’acciaio trafilati a freddo che produce nella sua azienda milanese. Breuer lo interroga: vuole sapere quanto ne produce, come li lavora, quali caratteristiche abbiano, fino a dove possa arrivare la produzione. Colombo risponde. Poi, alla fine dell’incontro, l’architetto prende un proprio biglietto da visita, vi scarabocchia sopra poche parole e un indirizzo di Zurigo e glielo consegna. È quello della Wohnbedarf, l’azienda svizzera nata da poco attorno alle idee di Sigfried Giedion, Werner Max Moser e Rudolf Graber, uno dei luoghi nei quali il nuovo design europeo sta cercando di trasformarsi da utopia d’avanguardia in qualcosa capace di entrare davvero nelle case.

Pubblicità dei mobili razionali Columbus, Courtesy Colombo’s Archive

Angelo Luigi prende il biglietto, parte per Zurigo e da lì, in qualche maniera, comincia tutto. O quasi tutto, perché la storia dei Colombo e dell’acciaio era naturalmente cominciata prima. Ma quell’episodio, raccontato nelle prime pagine di A.C. Confidential, possiede qualcosa di irresistibile: sembra una di quelle piccole coincidenze sulle quali i romanzieri costruiscono intere genealogie, salvo che qui è tutto vero.

Poltrona elastica 1Fa, 1933, produzione Columbus, designer Ercole Faccioli, foto Pier Maulini. Courtesy Colombo’s Archive

Un industriale italiano, un maestro del Bauhaus, un biglietto da visita e un tubo d’acciaio. Basta questo perché una materia nata per rispondere innanzitutto a esigenze tecniche cominci a scivolare da un mondo all’altro: dalle applicazioni industriali ai “mobili razionali”, dalle sedie e dalle poltrone all’aeronautica, dalle automobili alle biciclette. L’acciaio può essere duro, resistente, quasi brutale, ma può diventare anche leggero, luminoso, elegante; soprattutto può essere piegato, trasformato, portato altrove. E forse non è del tutto arbitrario pensare che Antonio abbia ereditato dal padre, prima ancora di un’azienda, proprio questa idea.

Antonio Colombo nel 1969. Courtesy Colombo’s Archive

Antonio, però, prima di diventare l’Antonio Colombo che noi conosciamo deve naturalmente fare di tutto per allontanarsi da quel mondo. Ed ecco che il romanzo cambia scena, epoca e colonna sonora. Siamo nella Milano degli anni Sessanta e l’acciaio lascia per qualche pagina il posto a Radio Luxembourg, ascoltata di nascosto, magari sotto le coperte, cercando nell’etere quella musica che la radio italiana ancora non trasmette: Beatles e Rolling Stones, Who e Yardbirds, James Brown, Cream, Dylan, Animals. C’è Fabio Treves, compagno di banco al liceo Carducci e futuro grande bluesman, con la sua armonica; ci sono le cantine, le chitarre elettriche, i concerti inseguiti tra Milano e l’hinterland; c’è soprattutto quella sensazione, che chi ha attraversato quegli anni conosce bene, che da qualche parte stia accadendo qualcosa e che sia assolutamente necessario esserci. Poi arriva il Sessantotto. In classe, racconterà Colombo, il Che prende il posto del crocifisso dietro la cattedra, la sorella Rosa Paola è assai più politicizzata di lui, ma ad Antonio, più che la lotta di classe, interessa ciò che sta succedendo ai comportamenti, alla musica, alle immagini, al modo stesso di stare al mondo. “In quell’atmosfera, meno politica e più carica di fermento, percepisco subito la potenza creativa della provocazione. Quella scintilla dissacrante che è per me il seme dell’arte e dei movimenti artistici”. Gli interessa, più che la lotta politica strettamente intesa, la possibilità di infrangere le convenzioni semplicemente facendo qualcosa che fino al giorno prima nessuno avrebbe pensato di fare. A contagiarlo è quella “voglia di libertà e sovvertimento dei costumi, che in quegli anni sono quelli della cultura bigotta e cattolica”. E nel 1970, quando Christo arriva a Milano per il decennale del Nouveau Réalisme e impacchetta prima il monumento a Vittorio Emanuele II in piazza Duomo e poi quello a Leonardo in piazza della Scala, Colombo assiste divertito ed elettrizzato a uno spettacolo quasi perfetto: l’arte riesce a far infuriare i benpensanti, a scandalizzare la destra e a irritare persino una parte della sinistra, che la considera ancora una sovrastruttura borghese. Il secondo impacchettamento verrà addirittura incendiato dai neofascisti. Antonio, invece, ne rimane folgorato. Non tanto da Christo in sé, quanto da quella capacità dell’arte di uscire dalle regole, di sottrarsi alle appartenenze, di cambiare significato alle cose semplicemente guardandole e facendole guardare in un altro modo. È una lezione che, senza saperlo, si porterà dietro anche quando entrerà in fabbrica.

Eddy Merckx, Angelo Luigi Colombo e Antonio Colombo con il telaio del record del 1970. Courtesy Colombo’s Archive

Prima, però, c’è ancora Londra, dove passa lunghi periodi respirando la British Invasion, i Beatles e gli Stones, gli Who e i Mods, Sgt. Pepper, Hendrix, i Cream, Clapton; poi la Bocconi, scelta forse più per destino familiare che per autentica vocazione; un servizio militare brevissimo e piuttosto rocambolesco; e infine, nel 1973, Contemporanea a Villa Borghese, la grande mostra interdisciplinare curata da Achille Bonito Oliva, dove arte, architettura, cinema, fotografia, musica e design sembrano potersi finalmente parlare senza chiedersi prima a quale disciplina appartengano. Ancora una volta, mondi che si mescolano.

Quando Antonio torna davvero nell’azienda di famiglia, dunque, non torna semplicemente come il figlio dell’industriale dell’acciaio. Dentro la fabbrica si porta dietro tutto questo (anche se non lo sa ancora): Radio Luxembourg e il blues, Londra e il Sessantotto, Christo e il design radicale, la cultura pop e le avanguardie, e soprattutto la convinzione, ancora confusa forse ma già tenacissima, che le cose diventino interessanti proprio quando escono dal posto che era stato assegnato loro. Del resto, anche nel ciclismo Antonio aveva già cominciato a capire che produrre il miglior tubo possibile non bastava, se poi nessuno sapeva chi lo aveva prodotto. Quando nel 1972 Eddy Merckx stabilisce il leggendario record dell’ora a Città del Messico, la bicicletta che lo porta oltre i quarantanove chilometri è costruita con speciali tubi Colombo; e Antonio si preoccupa che quella paternità non rimanga nascosta dietro il nome del costruttore, ottenendo una dichiarazione che la certifica. “Dobbiamo farci valere, mettere il nostro naso là fuori, nel mondo, far sapere che nella periferia di Milano c’è una fabbrica speciale che conosce e sa modellare i tubi d’acciaio, rendendoli adatti alle sollecitazioni più estreme, come nessuno. Altri brand, infatti, vogliono appropriarsi di quel record dell’ora, saltando sul carro dei vincitori, rivendicando ciò che invece non appartiene affatto a loro. I tubi trafilati a freddo sono Columbus”. Così, telefona a Merckx, che sta festeggiando assieme a Ernesto Colnago, sulla cui bici Eddy aveva realizzato l’impresa. I due sono in hotel, entrambi brilli per i festeggiamenti, quando arriva la telefonata del giovane Colombo. “Quella telefonata non la dimenticherò mai: ‘Sì sì, bici italiana… Sì sì, tubi Columbus!’, gridano in coro Eddy ed Ernesto, mentre gozzovigliano in preda all’ebbrezza del festino improvvisato”. Più tardi, se lo farà mettere nero su bianco. “Conservo ancora la lettera battuta a macchina, su carta dorata e il logo Columbus, con le firme autografe di Merckx e Colnago”. È una piccola storia, ma contiene già un’altra delle sue future ossessioni: le cose non basta farle bene, bisogna anche saperle raccontare.

Poi, nel dicembre del 1977, Angelo Luigi muore. Antonio si ritrova improvvisamente con un’eredità che non è fatta soltanto di aziende, tubi d’acciaio, macchinari e responsabilità. E pochi mesi dopo quella storia familiare incrocia quella di un altro uomo, diversissimo da lui, che con la bicicletta aveva invece trascorso praticamente tutta la vita. Quest’uomo si chiama Cino Cinelli. Toscano, settimo di dieci figli, Cino aveva cominciato ad andare in bicicletta quasi di nascosto da un padre produttore di vino che di ciclismo non voleva sentir parlare; la prima bici se l’era costruita praticamente da solo, arrangiandosi persino con ruote e forcelle di legno, poi era diventato corridore professionista e aveva vinto il Giro di Lombardia, la Milano-Sanremo, le Tre Valli Varesine. Era uno di quegli uomini per i quali la bicicletta non era un oggetto né tantomeno un feticcio, ma una faccenda terribilmente concreta, fatta di gambe, mani, fatica, esperienza. In una Gran Fondo di oltre cinquecento chilometri, partita da Milano a mezzanotte, si era presentato con un paio di occhialoni da motociclista chiusi lateralmente da pezzi di stoffa e, siccome dentro non passava aria, per non fari appannare, aveva risolto il problema bruciando con una sigaretta un piccolo foro per la ventilazione. E quando correva, raccontano, per rimettersi in forze beveva birra. Nel 1949 aveva fondato la Cinelli, portandosi dietro quella stessa concretezza: biciclette e componenti costruiti come dovevano essere costruiti, uno per uno, senza troppe concessioni alle mode. Sul marchio campeggiavano un elmo cavalleresco, il giglio rosso di Firenze e il biscione verde della Milano adottiva. Era un artigiano nel senso più nobile e anche più ostinato del termine, e da anni lavorava con i tubi prodotti da Angelo Luigi Colombo. Ma, alla fine degli anni Settanta, quel mondo stava cambiando e Cino, ormai vicino ai sessant’anni, cominciava a fare fatica a seguirne il passo. Antonio, invece, aveva fretta, ma soprattutto aveva curiosità, energia e idee innovative.

Pubblicità Ciao Ciclismo!, Courtesy Colombo’s Archive

I due si incontrano, parlano, e nel 1978 Colombo rileva Cinelli. È quasi un passaggio di consegne tra due Italie che non si contraddicono affatto, ma parlano linguaggi diversi: da una parte la sapienza artigianale, l’esperienza del corridore, la perfezione quasi maniacale del pezzo fatto come si deve; dall’altra un trentenne che arriva con in testa Londra, Christo, il rock, la grafica, la comunicazione, il design e una gran voglia di rimescolare le carte. Antonio non vuole cancellare ciò che Cino ha costruito: vuole capire fin dove può portarlo. E comincia dal marchio. Quello storico, con l’elmo, il giglio e il biscione, gli sembra appartenere ormai a un’altra epoca; chiama Italo Lupi e gli chiede di ripensarlo. Cino guarda il risultato e non è affatto convinto. Antonio sì. E in questa piccola divergenza tra i due c’è già molto di quello che accadrà dopo, perché Colombo ha una certa insofferenza per tutto ciò che viene conservato soltanto in quanto antico, e ancora di più per la nostalgia: “Contaminare, spostarsi, pensare lateralmente”, dirà. Il passato gli interessa se può essere usato per costruire qualcosa che prima non c’era. E allora la Cinelli comincia a cambiare faccia. Alla tecnica, che rimane fondamentale, si affiancano il design, la grafica, la comunicazione e soprattutto una cosa che nel mondo serissimo del ciclismo di quegli anni sembrava quasi sconveniente: il gioco, il divertimento. A una fiera milanese del ciclo, ecco che Colombo si presenta con gigantesche teste di cartapesta di Francesco Moser, Giuseppe Saronni, Roger De Vlaeminck, Freddy Maertens e Felice Gimondi, commissionate a un artigiano del Carnevale di Viareggio e piazzate accanto alle biciclette. In mezzo a stand che magnificano telai, prestazioni, vittorie e campioni, quelle enormi caricature fanno l’effetto che si può immaginare: la gente accorre, guarda, si diverte, ne parla. Poco dopo, su un cartellone pubblicitario ecco comparire uno slogan: “Ciao ciclismo!“. Due parole allegramente irriverenti che non vogliono affatto congedare il ciclismo, ma semmai liberarlo da una parte della sua stessa mitologia. Per Colombo, la bicicletta può essere molto più di una macchina da gara: può attraversare le città, viaggiare, scendere dall’asfalto, entrare nella moda, nel design, nella cultura giovanile. Può perfino diventare qualcosa che ancora non esiste. E infatti, di lì a poco, arriva il Rampichino, la prima mountain bike italiana prodotta in serie. Il nome è già tutto un programma: niente inglesismi eroici, niente retorica della prestazione, ma un termine quasi infantile, buffo, immediatamente memorabile. Una bicicletta nata per andare dove le biciclette da corsa non andavano, per uscire dalle strade già tracciate. E conoscendo Colombo, a questo punto, non poteva quasi chiamarsi altrimenti.

Bozzetto Rampichino, Courtesy Colombo’s Archive

Ma intanto un’altra passione, coltivata da anni, sta prendendo sempre più spazio. Antonio compra arte, frequenta gallerie e artisti, guarda soprattutto a quei mondi nei quali ritrova la stessa energia che lo aveva attirato nel rock, in Christo, nella Londra degli anni Sessanta: immagini immediate, cultura urbana, irriverenza, contaminazione tra alto e basso. E nel 1984, a Milano, incontra un ragazzo americano di ventisei anni, che il gallerista Salvatore Ala esponeva a Milano, e che sta disseminando New York di omini radianti, cani che abbaiano, corpi intrecciati e segni neri che sembrano non riuscire mai a stare fermi. Quel ragazzo, l’avrete intuito, si chiamava Keith Haring. Haring, però, non è ancora l’icona planetaria che diventerà di lì a pochissimo. Colombo mette gli occhi su un suo lavoro importante e vuole comprarlo, ma Ala, che lo ha portato a Milano e ne ha intuito evidentemente il talento, all’inizio è piuttosto restio a lasciarglielo. Antonio insiste, Ala alla fine si convince, l’opera cambia proprietario e da quell’acquisto nasce anche una conoscenza destinata a continuare. Sono ancora anni in cui certi incontri possono avvenire così, con una libertà e un’immediatezza che oggi sembrano quasi incredibili, e Colombo si ritrova anche ad assistere a un altro incontro destinato a entrare nella piccola mitologia culturale milanese: quello tra Haring ed Elio Fiorucci. Fiorucci arriva in galleria, vede quel giovane americano all’opera e gli propone di dipingere il suo negozio di Galleria Passerella. Ne nasce uno degli happening che chi ha vissuto la Milano di quegli anni difficilmente può aver dimenticato: Haring che per giorni disegna e dipinge praticamente ovunque, sulle pareti, sugli arredi, sulle superfici del negozio, mentre attorno si raduna gente, si guarda, si fotografa, si partecipa; l’arte che esce definitivamente dalla galleria e si mescola alla moda, alla musica, alla strada, alla città. La Milano degli anni Ottanta, nel bene e nel male (quella raccontata da Pier Vittorio Tondelli nel suo indimenticabile Un week end postmoderno), era anche questo. Poco tempo dopo, è Colombo a mandare a Haring, ormai tornato a New York, uno dei primi esemplari di Rampichino. E Haring gli risponde con una lettera che, riletta oggi, conserva la semplicità meravigliosa di quel mondo: “I have been thinking about the bike“, ho pensato alla bicicletta. Vorrebbe dipingerne una per Antonio in cambio di quella che ha ricevuto. E così una Cinelli Laser finisce nelle mani di Keith Haring. A quel punto, quasi senza bisogno di aggiungere altro, tutto ciò che aveva attraversato fino ad allora la vita di Colombo si ritrova dentro lo stesso oggetto: l’acciaio del padre, la bicicletta di Cino, il design italiano, Milano, New York, la cultura underground, l’arte. La Laser di Haring, vista oggi, sembra quasi rendere visibile qualcosa che nella vita di Colombo era già accaduto da tempo: l’impossibilità di tenere separati l’oggetto, il progetto, l’immagine, il desiderio, l’immaginazione (al potere).

Eric Clapton e Antonio Colombo. Courtesy Colombo’s Archive

Del resto sono gli anni Ottanta, e attorno a Colombo sta succedendo di tutto. Il design italiano ha mandato definitivamente in soffitta il vecchio precetto modernista secondo cui la forma dovrebbe docilmente seguire la funzione; Memphis e Alchimia hanno riportato negli oggetti il colore, l’ironia, l’ornamento, persino una certa salutare sfrontatezza. Colombo frequenta quel mondo, lavora con Alessandro Mendini e Studio Alchimia, continua a cercare forme nuove per le sue biciclette e nel frattempo porta avanti una ricerca tecnica che non ha nulla di decorativo: la Laser, con le sue forme aerodinamiche e quasi scultoree, diventa uno degli oggetti simbolo di quella stagione e nel 1991 conquista il Compasso d’Oro, prima bicicletta nella storia a riceverlo. Sono anni in cui attorno a Colombo sembra passare un pezzo intero della cultura internazionale. Nel 1989, ad Aspen, si ritrova a discutere con Steve Jobs in un panel dedicato alla bicicletta come oggetto da reinventare e come strumento di comunicazione: due uomini provenienti da mondi lontanissimi, ma accomunati dall’idea che anche l’oggetto tecnicamente più definito possa essere ripensato da capo attraverso il design. Nello stesso anno Eric Clapton, uno degli eroi musicali ascoltati dal ragazzo di Radio Luxembourg, vuole una Cinelli Supercorsa personalizzata con la scritta “Slowhand” sul telaio; e nella fotografia che resta di quell’incontro, accanto a Colombo e Clapton, c’è proprio Fabio Treves, il vecchio compagno di scuola con l’armonica. A volte le storie, senza bisogno di forzarle, hanno una curiosa tendenza a chiudere i propri cerchi.

Colombo conb Steve Jobs, ad Aspen, Colorado, nel 1989, Courtesy Colombo’s Archive

Ormai il dado è tratto. I contatti con gli artisti si fanno quotidiani, stringenti, i progetti nascono e si accumulano. Arriva Mario Schifano, arrivano, negli anni, artisti come Futura 2000, Barry McGee, Mike Giant, Massimo Giacon, Russ Pope e molti altri; biciclette, telai, caschi, maglie, nastri da manubrio diventano superfici sulle quali intervenire, mentre quello che nascerà poi come Cinelli Art Program finisce semplicemente per dare un nome a una pratica che Colombo aveva cominciato molto prima, seguendo più la propria curiosità che un programma. La bicicletta entra nell’arte e l’arte entra nella bicicletta con una naturalezza che oggi, nell’epoca delle collaborazioni programmate a tavolino tra brand e artisti, appare quasi commovente. A quel punto, dopotutto, mancava forse soltanto una cosa: una galleria. Arriva nel 1998, a Milano, e porta il suo nome: Antonio Colombo Arte Contemporanea.

Antonio Colombo

Da qui in avanti, almeno per noi che il mondo dell’arte milanese lo abbiamo frequentato tanto in questi trent’anni, la storia è nota: è quella delle tante, tantissime mostre, delle fiere, dei viaggi, delle scoperte, di una curiosità che non ha mai sentito la necessità di scegliersi un territorio esclusivo, passando dall’underground alla street art internazionale, arrivando alla pittura italiana, al fumetto, al design, all’architettura, con nomi che vanno da Gary Baseman ad Eric White, da El Gato Chimney a Ryan Heshka, da Fulvia Mendini a Nicola Caredda, da Russ Pope ad Arduino Cantafora. Nel frattempo anche le altre storie hanno continuato il loro corso. Cinelli e Columbus, dopo oltre quarant’anni con Antonio Colombo, sono passate definitivamente di mano nel 2022; la galleria, invece, è ancora lì, in via Solferino, e dal 2026 ha cambiato nome, diventando Colombo’s Gallery.

La storia dell’imprenditore, delle sue contaminazione con l’arte e col design è invece confluita nel Colombo’s Archive: biciclette, opere, prototipi, fotografie, lettere, documenti, oggetti, frammenti di una vita che, rimessi uno accanto all’altro, mostrano forse ancora meglio ciò che li teneva insieme. Non una collezione costruita a posteriori per dare ordine al passato, quanto la traccia materiale di una curiosità che per decenni ha continuato a passare con assoluta disinvoltura dall’acciaio a un quadro, da una macchina utensile a un artista, da una corsa in bicicletta a un progetto di design.

Antonio Colombo e Alessandra Cusatelli, sua moglie oltre che stretta collaboratrice da moltissimi anni, con il quadro di Keith Haring Last Dance e la bici dipinta dall’artista, 2023. Courtesy Colombo’s Archive

E forse è anche per questo che, dietro la storia personalissima di Antonio Colombo, se ne può anche intravedere un’altra, più grande e molto italiana: quella di un paese che, almeno nei suoi momenti migliori, ha saputo mettere insieme industria e arte, sapienza artigianale e tecnologia, gusto e impresa, senza preoccuparsi troppo di dove finisse una cosa e ne cominciasse un’altra. Un’Italia irregolare, trasversale, curiosa, qualche volta persino incosciente, capace di partire da un tubo d’acciaio e, passando per una bicicletta, arrivare fino a Keith Haring, fino all’arte undergound, fino alle migliori esperienze del design e dell’architettura italiana, fino alla nuova pittura internazionale e alle nuovissime leve della scena artistica di casa nostra.

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Alessandro Riva
Alessandro Riva, critico d’arte e curatore, è nato a Milano nel 1964. Tra le sue mostre principali, ricordiamo: Sui generis - la ridefinizione del genere nella nuova arte italiana (PAC. Padiglione d’arte contemporanea, Milano, 2001), Totemica (Casa del Mantegna, Mantova, 2001), Italian Factory, The New Italian art scene (Biennale Internazionale d’arte, Venice, Strasburg and Turin, 2003), Street Art Sweet Art (PAC. Padiglione d’arte contemporanea, Milano, 2007), Crossover (Venezia, Arsenale, 2013), Pop Up Revolution! (Milano, 2015), Unknownmonk (Mosca, 2015), Pop Up Italian Show (Hubei Museum of Arts, Wuhan, China, 2015). Ha collaborato con artisti italiani e stranieri nella realizzazione di progetti sia in Italia che all’estero, curato festival internazionali, libri e monografie su artisti. Tra gli ultimi ricordiamo il volume “Primary Form in Re-idol” di Yue Minjun e “Nicola Samorì” per Liaoning Fine Arts Publishing House. Ha collaborato con Rai2 e Rai3 con il programma “Blu Notte”, e con diverse radio e web tv come giornalista culturale e conduttore di programmi dedicati all’arte. Come giornalista d’arte, ha collaborato con molte testate nazionali, specializzate e non, e ha diretto riviste di settore, come “Italian Factory Magazine” e “Arte In”.

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