Banksy, Teresa Margolles, Cristina Donati Meyer, Tania Bruguera, Ai Weiwei. Che cosa hanno in comune questi artisti contemporanei? L’arte non è solo bellezza, ma responsabilità. (Nell’articolo trovate alcuni libri significativi per approfondire questi grandi artisti e attivisti contemporanei) 

Prendere posizione. Non restare a guardare. Protestare. Rispondere. Azioni come queste e non solo, nel mondo contemporaneo, vengono comunemente decodificate con il termine “attivismo”. Quest’ultimo prevede la messa in atto di uno sguardo attivo nei confronti del mondo che ci circonda. Ma cosa succede se lo strumento della protesta diventa l’arte stessa? L’arte contemporanea, in quanto tale, non è già in se stessa una domanda, una critica, un tentativo di sovvertire il presente?

Ai Weiwei

Difficile rispondere univocamente a questa domanda. Sappiamo però dell’esistenza di artisti che, ogni giorno, combattono una battaglia che si estende oltre lo spazio della critica; il loro operato è azione, un gesto di responsabilità e protesta per il popolo al quale appartengono o nei confronti del mondo intero. La loro arte vive soprattutto con l’obiettivo di offrire una voce a chi, normalmente, non ce l’ha. C’è una parola in lingua inglese  che esprime a pieno questo tipo di tensione artistica: “Artivism”, diffusasi pian piano anche in Italia come “Artivismo”. Essa risulta molto efficace in quanto coniuga linguisticamente due macrotermini, come se fossero nati per essere parte dello stesso insieme. Se l’attivismo è infatti una voce che rompe il silenzio degli oppressi, l’arte è la cassa di risonanza più potente che possa trovare. La parola “Artivism” viene utilizzata per la prima volta nel 1997, negli Stati Uniti, in riferimento a gruppi di artisti di origine messicana. Diventa però popolare nella contemporaneità, chiamando alla responsabilità molti artisti del panorama globale.

Essere artivista oggi significa schierarsi, in particolar modo contro la guerra, la violenza e la discriminazione. La presa di coscienza è il primo passo che gli artisti compiono, prima di mettere in atto delle concrete azioni in risposta a temi caldi del presente quali, per esempio: diseguaglianze sociali, le morti in mare, ambientalismo, censura, femminicidi e molto altro. L’artivismo punta la luce dell’arte sull’oblio nel quale normalmente si trovano le persone che vengono ignorate e strategicamente escluse dalla società. L’ombrello semantico che racchiude tutti gli artisti che possiamo definire “artivisti” è però molto ampio e corposo. Ecco, dunque, una selezione di cinque artisti/e della scena contemporanea che colpiranno sicuramente la vostra immaginazione e vi permetteranno di comprendere meglio in che modo opera un “artivista”.

Tania Bruguera (Avana, 1968)

Artista cubana, conosciuta anche come l’ideatrice del collettivo artistico “Arte de Conducta”. Ha partecipato, tra le altre, a Documenta 11 e a diverse edizioni della Biennale di Venezia.  Migrazioni, censura, controllo politico sono i principali nodi della sua poetica artistica, le questioni urgenti per le quali mette al servizio la sua arte. L’arte di Bruguera si è talmente orientata verso l’educazione a un certo comportamento, da non essere più ormai solo uno strumento, ma la protesta che si fa azione. Le sue opere, che spaziano nell’utilizzo di medium diversi, invitano infatti a una fruizione dell’arte che travalica il visuale, invitando piuttosto gli spettatori a sentire, partecipare e a comportarsi come “cittadini attivi”.  Secondo Tania Bruguera, infatti, “le cose succedono, nella società, solo quando le persone intervengono e partecipano”.

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Teresa Margolles (Culiacán, 1963)

Artista messicana, fondatrice del collettivo artistico SEMEFO, opera come artivista a partire dalla sua personale esperienza di vicinanza alla morte, come medico forense. Questo tema risuona nelle sue opere, nelle quali la morte è sempre violenta e interconnessa al narcotraffico, che caratterizza in particolare la città messicana di Ciudad Juarez, principale centro della sua critica artistica, vista la violenza che rende la città una delle più pericolose al mondo. Femminicidio, discriminazione di genere, responsabilità governative,  il peso della criminalità: temi forti, crudi, reali sono offerti allo spettatore delle opere di Margolles senza alcuna barriera o sconto. Si tratta per lo più di fotografie e installazioni realizzate con materiali prelevati dai luoghi dove avvengono sparatorie e morti, come i vetri delle pensiline degli autobus forati dai proiettili nella città di Ciudad, per esempio. Tutto viene traslato nei musei, ma la loro natura di denuncia è forte come una scena del crimine. L’artivismo di Teresa Margolles è prepotente sul piano visivo e ideologico e non permette alcuna via di fuga. L’artista ha esposto di recente al PAC di Milano, nel 2018, con la personale curata da Diego Sileo, “Ya Basta hijos de puta” e alla Biennale di Venezia nel 2019.

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Ai Weiwei (Pechino, 1957)

Ai Weiwei è un artista cinese, molto conosciuto nel mondo dell’arte contemporanea, ma non solo. Alcune sue affermazioni e pensieri in merito alla pandemia di Coronavirus, contro gli italiani in particolare, l’hanno fatto balzare di recente agli onori della cronaca. La sua protesta nei confronti della società si serve dunque della sua arte, ma anche dei social networks e del suo blog. D’altronde, tutto quello che Ai Weiwei fa è arte. Come riporta il giornale La Repubblica, l’artista ha infatti affermato in un’intervista:  “Non separo mai la mia arte dalle altre mie attività. C’è un impatto politico nelle mie opere e non smetto mai di essere artista quando mi occupo di diritti umani. Tutto è arte, tutto è politica”. Ai Weiwei si distingue in particolare per il suo operato artivista in costante tensione tra senso di appartenenza e rifiuto nei confronti della sua nazione natia, la Cina. Si è schierato più volte contro la censura  che nel suo paese ha chiuso il suo blog, limitando la sua libertà di espressione, principio per il quale si batte con la sua arte. Celebre il suo “Sunflower seeds”, progetto artistico del 2010, che prevede il riempimento di un ambiente (in origine la Tate Modern Turbine Hall), con tonnellate di semi di girasole di porcellana. Questa azione artistico-politica è intrisa di più significati, uno dei quali è una riflessione sul consumismo e la produzione di massa e al contempo un rimando alla fame e alle difficoltà patite dalla popolazione cinese durante il regime e il culto di Mao, definito, appunto, “Sole”.

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Banksy

Le generalità biografiche del famoso artista sono volutamente avvolte da un alone di mistero. L’artista non svela la sua identità e il suo operare è profondamente interconnesso alla sua identità nascosta, utile alla riuscita della protesta. L’artista realizza graffiti su muri attraverso la tecnica dello stencil, adottando una delle forme più diffuse di artivismo. Il muro infatti, in quanto luogo pubblico risulta essere il più funzionale per la riuscita di una critica sociale. Banksy è un artivista in quanto tutto il suo operare artistico è rivolto a un tentativo contro egemonico di rottura. I principali oggetti di contestazione di Banksy restano sempre: il modello consumista capitalista, la guerra e le barriere che impediscono la libertà. Quest’ultimo tema risulta essere molto interessante poiché il principale mezzo espressivo della street art è proprio il muro, che in questo caso assume però un’accezione positiva, in contrasto con i muri ideologici e fisici eretti come barriere della libertà individuale, contro i quali l’arte di Banksy è votata.

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C’è dunque una costante interconnessione tra arte e protesta nelle opere di Banksy, una resistenza visiva che però, il più delle volte, cade nella stessa trappola contro la quale si scaglia. Se il modello consumista per esempio è uno dei temi caldi dell’artista, è però vero che, diventando celebre, le sue opere siano state inglobate nel mercato dell’arte attraverso stampe e serigrafie. Ma questa non totale riuscita della protesta è in se stessa la protesta, una tensione continua alla quale l’artista non si sottrae mai.

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Cristina Donati Meyer (Milano, 1985)

L’artista milanese di origini tedesche si dichiara in prima persona come artivista, rivendicando l’identità che, in effetti, le appartiene senza dubbio. Fondatrice dello spazio M’Arte in zona Brera a Milano, fa parte di associazioni attiviste nell’ambito umanitario e ambientale, ma è soprattutto la sua arte che parla da sé.  Si serve di diversi supporti, come fotografia, pittura ma, soprattutto è conosciuta dai milanesi per la sua street art politicamente e socialmente impegnata a favore di cause contemporanee, quali razzismo, femminicidi, pandemia, le morti in mare dei migranti nel Mediterraneo, per citarne alcune. Molti graffiti hanno fatto scalpore, riuscendo perfettamente nel loro fine provocatorio, come la rappresentazione dell’allora vicepremier Matteo Salvini dipinto come un gerarca fascista. O, ancora, attuale e forte nella sua connotazione antirazzista e contemporanea, la rappresentazione di una bambina cinese affiancata dalla scritta in inglese “lei non è il Coronavirus”.

 

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“I Tagli di #Fontana…alla Sanità” L’arte di strada deve dare il proprio contributo per indurre alla riflessione. I vertici regionali lombardi continuano ad assolversi da una gestione inprovvisata e incapace dell’emergenza Corona virus, nella regione più martoriata dal #Covid, dove governano ospedali e cliniche private, retribuiti con fondi pubblici. I tagli di Fontana erano arte innovativa, di pregio e concettuale. I tagli di Attilio Fontana e dei suoi predecessori alla sanità pubblica hanno causato il dramma che tutti conosciamo, soprattutto a danno delle persone più anziane, povere e fragili. 21 milioni di euro per curare 25 pazienti. L’ospedale in Fiera a Milano ha già chiuso i battenti, con grande sciupio di soldi donati da privati. Il Presidente della Regione. Attilio Fontana, continua a difendere il sistema sanitario lombardo, nato con Formigoni e rinvigorito con Maroni, tutto proteso verso i privati a scapito della medicina del territorio e della sanità pubblica. Se la Lombardia ha pagato il prezzo più alto in Italia a causa della pandemia, è anche per colpa dell’impostazione della sanità lombarda, con i continui tagli agli ospedali pubblici e la chiusura dei poliambulatori sul territorio. Il Policlinico San Matteo di Pavia, governato dalla Regione, è sotto inchiesta dalla Corte dei Conti per aver appaltato direttamente ad una azienda i test sierologici. La magistratura sta indagando sulle migliaia di morti nelle case di riposo per anziani, causate dalla delibera della Giunta regionale lombarda sul trasferimento dei malati Covid in quelle strutture. La Giunta regionale appalta, per oltre 500 mila euro, la fornitura di dispositivi di protezione individuale, ad un’azienda del cognato di Fontana, con azioni possedute dalla moglie dello stesso presidente lombardo. Tutto ciò avviene nel quadro disastroso della sanità pubblica in Lombardia, dove, per ottenere un esame occorre attendere mesi, quando non un anno intero e dove i privati fanno la parte del leone, con i fondi pubblici (convenzioni e rimborsi).

Un post condiviso da CDM (@cdonatimeyer) in data:

Come emerge dall’intervista di Cristina Donati Mayer rilasciata a Elisabetta Barbadoro su Repubblica, l’arte di protesta non è sempre apprezzata da tutti, ma nasce appunto con questo intento che esclude di proposito la fermezza del pensiero e abbraccia invece lo spazio aperto della critica, il dubbio. Questo discorso vale sia per l’arte della Donati Mayer, ma è estendibile a tutto ciò che è artivismo, se non all’arte contemporanea in generale. L’artivismo raggiunge dunque il suo obiettivo anche nella non accettazione della protesta messa in atto, generando una risonanza che permette una discussione e, soprattutto, di comprendere a fondo la contemporaneità nella quale viviamo, con i suoi angoli bui e le sue contraddizioni.