Simone Miletta, aka Míles, racconta la sua storia: dalla formazione presso l’Accademia di Belle Arti fino ai muri delle città.

mīlĕs

[mīlĕs], militis

sostantivo maschile III declinazione

1 soldato, soldato semplice, soldato a piedi

2 truppe, esercito, fanteria

3 veterano

Tra tutte le forme d’arte contemporanee, la street art è sicuramente una di quelle che maggiormente vive grazie e soprattutto ad un continuo scambio con l’ambiente circostante e le persone che si trovano a viverla nel quotidiano. Uno street artist è, prima di tutto, un interprete dei luoghi che lo circondano, un mezzo attraverso cui la sostanza delle cose prende forma e corpo per tradursi in azione creativa. Termini come site-specific e situation-specific appartengono al vocabolario della street art sin dalla nascita, diventandone fulcri cardine; imprescindibili per la sua buona riuscita. Mìles è questo. Un meraviglioso interprete del mondo. Osserva, coglie, comprende e dà forma. Con gli occhi scava l’anima dell’essere umano, con le orecchie ne ascolta il cambiamento e con le mani plasma abilmente la materia, deformandola e contorcendola, finché non sopraggiunge l’essenziale.

 

Miles ha un percorso artistico che parte da lontano. Come ti sei avvicinato al mondo dell’arte? Quali studi hai intrapreso? Inoltre so che hai vissuto anche un’esperienze di formazione all’estero, me ne vuoi parlare?

Non ho un ricordo ben preciso o un’esperienza mnemonica legata ad un evento principale da cui tutto è cominciato. Ho però il ricordo di quella fortissima sensazione di tradurre, plasmare e concepire la realtà circostante, in una ossessiva ed irrefrenabile concatenazione di immagini dettate dalla continua presenza della mia creatività. La mia famiglia era continuamente intenta a lavorare con le proprie mani. Mia madre dipingeva e cuciva, mio padre creava oggetti con il legno ed interagiva in mille modi con la materia. Penso che tutto questo, sommato probabilmente al fascino inquieto della mia terra, abbia smosso in me il desiderio di fare e creare. Sono stato coinvolto innumerevoli volte dal maestro di educazione artistica delle scuole medie a progettare, costruire e dipingere grandi scenografie per gli spettacoli di fine anno. Anche lui è stato uno dei tanti focolai legati al mio percorso. Successivamente il liceo artistico, dove iniziava lentamente a prendere forma la consapevolezza e l’importanza della tecnica. Ma il passo più intenso e decisivo che ha segnato la mia esperienza è avvenuto a Carrara, all’Accademia di Belle Arti sezione scultura. Questa ha aperto in me dei varchi creativi incentrati sul senso tridimensionale e plastico dello spazio, da dove ancora oggi attingo quando ho bisogno. Altro elemento significativo è stato il Giappone: quella strana, bizzarra e affascinante cultura mi ha attraversato da parte a parte lasciando, inevitabilmente, uno strato indelebile di estetica orientale nella mia linea.

So che nel tempo hai sperimentato più volte la pittura su muro ma, venendo da un percorso principalmente accademico, ti sei avvicinato al mondo della street art solo negli ultimi anni. Com’è avvenuto questo processo? Mi racconteresti di un lavoro fatto in strada a cui sei particolarmente legato e perché?

La strada è sempre stata per me fonte d’ispirazione. Ho sempre percepito una speciale connessione con sobborghi, palazzi, chiese, luoghi abbandonati o semplici strade. Le crepe, muffe e rovine sui muri regalano un enorme supporto comunicativo ed estetico, se le sai interpretare. Quando ho iniziato a percepire queste sensazioni ero molto giovane e le mie tematiche, la mia tecnica e lo stile erano ancora acerbi. Sentivo che dovevo aspettare per poter esprimere al massimo tutto il potenziale. Lentamente è emerso il contenuto estetico e morale della mia produzione, così pochi anni fa decisi di liberarlo in strada. Iniziando a dipingere sui muri ho avuto la conferma di tutte quelle percezioni, a volte lasciandomi trasportare da sensazioni suggeritemi direttamente dai muri. Come è avvenuto a Firenze circa quattro anni fa, nel parcheggio delle Murate. Mentre passeggiavo venni attratto da una strana sensazione e mi avvicinai a un muro, gli passeggiai attorno osservandolo insistentemente. D’istinto rientrai a casa buttando giù due schizzi su carta. Presi scala, pennelli, colori e corsi a dipingere la crocifissione di due ladroni incatenati, come fossero schiavi. Pochi giorni dopo scoprii che lì esisteva un carcere, dove vennero ammassati e trucidati ebrei durante la seconda guerra mondiale. Penso che quello sia il muro al quale sono più affezionato.

 

 

Visualizza questo post su Instagram

 

“Inchinati” . . . @b.eastgallery #urbanstyle #urbanwalls #streetart #painting #colors #contemporarypainting #contemporaryart #contemporaryartist #art #illustration

Un post condiviso da Míles (@miles_____eri) in data:

Ciò che dipingi è a metà tra il figurativo, l’onirico surreale e a volte l’astratto. È difficile incasellare la tua produzione e non penso sia neanche giusto farlo. Però ti voglio fare la domanda che non andrebbe mai fatta ad un artista cioè: cosa vuoi rappresentare con le tue figure e cosa comunichi?

L’istinto è uno dei principali fattori che caratterizzano le mie opere. La creatività trae ispirazione da qualsiasi evento accada nel mio campo sensoriale, dal variegato tessuto sociale, dall’ostentazione noiosa dell’IO umano, dal fortissimo desiderio di comprendere i sogni e i motivi che ci spingono ad agire in determinate maniere. Questi stimoli muovono i miei personaggi nella maggior parte dei casi, costringendoli ad un dialogo tra la nostra parte interiore, cioè l’istinto e l’inconscio, e quella esteriore, ovvero la cultura e la società che ci circondano. Questo connubio è il motore scatenante di tutte le mie visioni, che siano in strada o in studio.

Nell’ultimo anno hai avuto una crescita vertiginosa, sia da un punto di vista di ricerca artistica che stilistico. Quali fattori pensi abbiano influenzato questa presa di consapevolezza e quindi evoluzione? Inoltre so che da un anno hai aperto il tuo nuovo studio a Firenze, questo come ha cambiato ed influito nella tua produzione?

Mi sento sempre più consapevole di ciò che ho portato avanti fino a questo momento. L’osservazione degli eventi, i rapporti umani e le riflessioni sui miei fantasmi, si sono concretizzati sempre di più nel corso di quest’ultimo anno. Potenziando la fonte creativa si esalta quella estetica ed insieme creano un nucleo espressivo molto più efficace!

È fondamentale che le due cose si muovano di pari passo e, come succede solitamente, queste non avvengono mai per caso. Il destino ha voluto che entrasse a far parte nella mia vita uno studio fatto su misura per me. Questo, in qualche modo, ha influenzato positivamente il mio stile, amplificando le mie possibilità creative. Là dove ero limitato ora non vedo più confini!

 

 

Visualizza questo post su Instagram

 

“senza titolo” Firenze 2020 @b.eastgallery . . . #paiting #urbanstyle #urbanwalls #florence #tuscany #colors #illustration #illustrazione #art #artgallery #streetart

Un post condiviso da Míles (@miles_____eri) in data:


 Fino a che punto lo spettatore che si trova davanti ad una tua opera ha la facoltà di cogliere, interpretare, prendere parte e, in un certo senso, completare il significato del tuo lavoro? Come reagiscono le persone di solito?

Il pubblico è il prolungamento dell’opera perché non può esistere opera senza spettatore. Le immagini rimangono impresse in maniera indelebile dentro di noi, soprattutto se queste hanno un carattere forte ed espressivo! Mi viene in mente Platone quando formulò una condanna dell’arte come semplice e superficiale immagine, quasi fine a se stessa. Penso sia esattamente quello che, purtroppo, accade spesso oggi. Nella nostra frenetica cultura dell’immagine, le figure rappresentate non inducono alla contemplazione di una dimensione che le trascende. Questo è allarmante dal mio punto di vista perché non coinvolge lo spettatore oltre il puro livello dell’immagine. Così viene educato a esaltare piattitudini e a distaccarsi da elementi artistici che al contrario potrebbero chiedergli un coinvolgimento estetico e poetico maggiore. Le mie immagini non sono facili, richiedono un tempo in più, voglio riconoscere allo spettatore il diritto e confrontarlo al dovere del suo coinvolgimento estetico, per dare più valore all’esperienza artistica, che sia in strada, in galleria, nei musei etc.

 Tu padroneggi molte tecniche come il disegno, la pittura su tela, la pittura su muro, l’incisione e la scultura. Quale preferisci e quale risponde maggiormente alle tue esigenze creative?

Non esiste una tecnica alla quale dare maggiore o minore importanza; esistono però immagini che ne richiedono una piuttosto che un’altra. Per esempio, esistono immagini che se realizzate in scultura potrebbero risultare prive di valore o, addirittura, ridicole e banali. In merito Arturo Martini scrisse: “Perché la scultura che può fare una venere, non può fare un pomo? (pomodoro)”. Altre immagini invece si potenziano con la scultura, o magari hanno bisogno di un muro o della tela per esprimersi al meglio. Ma ciò che personalmente mi gratifica di più è il disegno, perché è la tecnica più veloce e fotografica che padroneggio. Disegno ovunque e questo è sempre all’origine di qualsiasi altra tecnica, che poi ne prenderà il posto.

 

 So che ti piace molto leggere. Quale libro ritieni ti abbia aiutato a crescere e perché?

Mi rifaccio alla terza domanda sul dialogo tra la parte interiore e quella esteriore di me. Per la prima parte cito “Fuochi blu” di James Hillman, uno psicologo analista junghiano considerato un artista della psicoanalisi. Ha alimentato in me tutte quelle percezioni legate all’inconscio e ai sogni, descrivendo così i nostri “fantasmi” o “mostri” come l’incontro più ravvicinato con la nostra anima. Per la parte esteriore ripenso invece a “Modernità liquida” di Zygmunt Bauman, sociologo Polacco. Nel libro reinterpreta ogni aspetto sociale, dall’amore all’occupazione, dall’economia ai rapporti individuali e collettivi, presentandoli non più in una condizione solida ma, appunto, liquida! In un continuo mutamento e stato di precarietà.

So che a breve hai in programma la tua seconda mostra personale. Me ne vuoi parlare? E quali saranno i tuoi prossimi progetti?

Sto preparando da alcuni mesi la mia seconda personale a Firenze. alla B.east Gallery. Una nuova galleria che vuole promuovere artisti, conosciuti e non, che si manifestano sia su muro che su tela. Con Il gallerista Yan Blusseau abbiamo in progetto di portare le mie opere anche a Parigi, attraverso incursioni in strada e non solo. Di più per adesso non posso dirvi.