SoCoD-19 è un progetto artistico creato dalla collaborazione tra Biancoshock e Rolenzo che riflette sull’emergenza sanitaria in modo assolutamente inedito.

La condizione di reclusione forzata che stiamo vivendo ha influenzato non poco il mondo dell’arte, costringendo molte istituzioni culturali a spostare la fruibilità delle proprie collezioni sul web. Svariati artisti, fortemente suggestionati dal momento, hanno creato opere che tentino di raccontare le emozioni e stati d’animo che maggiormente caratterizzano questa situazione; come la paura, l’ansia, ma anche la speranza nel futuro. Un progetto fra tutti ha particolarmente colto la mia attenzione, per originalità ed efficacia nel raccontare quell’aspetto più intimo dell’animo umano che, adesso più che mai, accomuna tutti quanti. Si tratta di SoCoD-19, un progetto artistico creato dalla collaborazione tra Biancoshock e Rolenzo.

I due artisti raccontano questo particolare momento storico attraverso un flusso di pensieri ed emozioni che danno vita a quello che definiscono un ‘blackout emotivo’. Il sistema globale si è ammalato, rallentando drasticamente i propri ritmi e restituendo alle persone il tempo per fermarsi ed ascoltarsi: in una società basata sulla frenesia, gli stati emotivi vengono soffocati. Il distanziamento sociale imposto per limitare il contagio virale diventa un veicolo per scatenare un blackout emotivo altrettanto contagioso.

In cosa consiste SoCoD-19? In quanto tempo lo avete sviluppato? C’è stata una versione beta e in caso, quali problemi avete riscontrato e quali modifiche apportato?

SoCoD-19 è un racconto aperto, creato dalle stesse persone che stanno vivendo un momento unico per la nostra generazione, parla di un mondo in quarantena, costretto a confrontarsi con sé stesso. Il progetto è stato sviluppato in tempi record, abbiamo iniziato a pensarlo intorno al 19 marzo, per andare online il 25 dello stesso mese. La particolarità del progetto è quella di catturare un’immagine nel momento stesso della partecipazione dell’utente, dare la possibilità di caricare una foto avrebbe cambiato completamente il messaggio, in quanto le persone avrebbero potuto applicare filtri, mettersi in posa, o caricare scatti fatti in altri periodi “felici”. Proprio questo dettaglio ci ha posto degli ostacoli, in quanto i browser integrati nei social network non ne permettono l’uso, così come accedere con un computer senza webcam non permette di completare la procedura. Abbiamo quindi creato dei messaggi ad hoc, facendo capire agli utenti come comportarsi in ogni evenienza, e a quanto pare sta funzionando, visto gli ottimi risultati ottenuti fino ad ora. Le foto alterate non vengono inoltre visualizzate su alcuni browser (poiché, effettivamente il loro codice è danneggiato), dobbiamo quindi farle processare da un altro programma che le rende consone agli standard, pur rimanendo danneggiate nell’output visivo. Il progetto è stato pensato, strutturato e testato in una settimana di lavoro circa, era essenziale presentarlo per tempo, per cui alcune modifiche sono state fatte in corso.

Come nasce la vostra collaborazione e quale è stata la rispettiva divisione dei ruoli nella creazione di SoCoD-19?

Per rimanere a tema, la nostra collaborazione è nata online. Da tempo ci scambiavamo pareri e commenti sui rispettivi lavori e ognuno di noi era molto affascinato dalla ricerca artistica dell’altro. La scintilla si è accesa su un progetto che prevedeva proprio l’uso del databending. Biancoshock aveva un progetto embrionale a cui mancava un tassello finale per vedere la luce, Rolenzo aveva il tassello. Il progetto si è poi evoluto in una direzione del tutto diversa, ci sono voluti diversi giorni per mettere in linea le idee, fino ad arrivare a SoCoD-19. Quello che ci rende pienamente soddisfatti è il fatto che questo progetto è un perfetto connubio delle nostre pratiche artistiche, senza forzature.

Le foto che gli utenti si scattano e le emozioni che digitano sulla tastiera si mixano, dando origine ad una nuova immagine che è la somma dei rispettivi codici sorgente. Mi potreste raccontare come avviene questo processo e spiegare in un linguaggio comprensibile da un pubblico non specializzato, cos’è il databending e perché avete deciso di utilizzarlo?

Il databending altro non è che la manipolazione di un file multimediale tramite un software che non è pensato per farlo. È un po’ come suonare uno spartito scritto per piano, ma con una fisarmonica: l’effetto può essere sorprendente. Quindi ecco cosa facciamo: modifichiamo una fotografia con un programma di editing di testo. Questo processo è poi stato automatizzato con un algoritmo (che abbiamo battezzato come SoCoD-19) che, di volta in volta, viene calibrato su ciascuna foto e va ad inserire dentro il suo codice sorgente, una o più volte, il pensiero dell’utente. L’algoritmo viene calibrato perché le foto sono tutte diverse: l’altezza degli occhi, la posizione della testa o della bocca sono elementi chiave. L’alterazione che otteniamo è qualcosa che ne deformi i lineamenti pur rimanendo d’impatto e che lasci l’utente riconoscibile.

Mi sembra di capire che la parola chiave di tutto questo progetto sia “contaminazione”. SoCod-19 esiste solo nel momento in cui le persone vi interagiscono ed il risultato che ne scaturisce è un mix di immagini, stati d’animo e processi digitali. Fino a che punto ritenete che la partecipazione delle persone sia essenziale per il progetto?

La partecipazione è il cuore di SoCoD-19, in primis per la forza e l’autenticità dei contenuti inseriti, ma lo è anche in un secondo step: riceviamo decine di messaggi ogni giorno, di persone che si dicono “incantate” dal flow generato, dalla forza degli sguardi che fanno capolino dai glitch della foto e dai messaggi che scorrono. Siamo convinti che “l’output” di questo progetto sia una chiara testimonianza di questo momento storico. Ha un forte significato adesso ma lo avrà soprattutto un domani, quando riguardandolo ci ricorderemo delle fragilità e delle paure che l’isolamento e un virus incomprensibile hanno fatto emergere.

L’algoritmo gioca sulla randomizzazione dei dati, ma fino a che punto il risultato è veramente casuale e quanto invece è comandato? E se inserissi nel programma più volte le stesse informazioni, ovvero la stessa foto e lo stesso testo, il risultato sarebbe lo stesso o cambierebbe, conservando in sé anche l’unicità del momento?

Il risultato è del tutto imprevedibile, per quanto all’algoritmo venga indicato approssimativamente come agire, il risultato è casuale. Modificare la posizione del testo da inserire nel codice sorgente della foto, anche di pochi caratteri di distanza, può significare l’oscuramento di una porzione eccessiva del volto. Questo è il motivo per cui l’alterazione viene spesso ripetuta fino ad ottenere un risultato esteticamente vincente. Così come scrivere un testo breve o più lungo, significa alterare diversamente l’immagine. Ciò che avviene a livello informatico è perfettamente associabile a ciò che avviene a livello umano: una stessa paura o uno stesso stato emotivo, può modificare in modo diverso una persona, a seconda di come è fatta.

Mi è piaciuto molto ritrovare nella descrizione del progetto la parola flow, che è molto comune nel mondo dei graffiti dal quale Biancoshock proviene. Flow per indicare un flusso di ritratti contaminati e la modalità con la quale questi compaiono sullo schermo. SoCoD-19 resterà come una capsula del tempo fatta di dati, uno spaccato temporale di questo preciso momento storico. Qual è il motivo che vi ha spinti a creare SoCod-19? E quale sarà l’utilizzo che ne farete?

È un po’ forte da dire ma SoCoD-19 si è creato da solo. Durante i giorni di brainstorming iniziale, abbiamo tirato giù i punti che riflettevano lo stato del momento e il parallelismo tra “codice sorgente di una foto” e la paura dentro ad ogni persona, hanno portato a questo risultato; abbiamo soltanto dovuto unire i punti. Volevamo creare un progetto che parlasse di questo momento ma in modo maturo, riflessivo e partecipativo. La chiave del databending è quella che serviva per dargli un tocco di originalità e che potesse restituire al partecipante una fotografia artistica del suo blackout emotivo che un giorno potrà riguardare. Solo il partecipante conosce la frase che ha alterato il suo stato emotivo in quel particolare momento storico. Stiamo lavorando per portare il progetto in sede espositiva. Ci immaginiamo già pareti ricoperte di volti e flussi di testo proiettati in un loop infinito, ma per adesso è tutto, ovviamente, in progettazione.

In un’epoca dove il tema della privacy online è estremamente dibattuto e per nulla scontato, trovo sia curioso promuovere un progetto che metta in piazza i sentimenti e le paure più intime delle persone. Come sta reagendo il pubblico a questa cosa? Vi andrebbe di condividere, in forma anonima, alcuni pensieri che le persone vi hanno scritto in questi giorni?

È stata la nostra più grande scommessa, le persone si metteranno veramente a nudo? Il risultato è sbalorditivo. L’anonimità dei contenuti è preservata, in quanto la frase scorre nel suo flusso completamente scissa dalla foto del suo autore, l’immagine è quindi alterata da una frase che soltanto il suo autore conosce, diventando una cartolina ricordo intima. Eccone alcune che ci hanno particolarmente colpito:

  • Le cose lasciate in sospeso si sono rivelate concluse.
  • Talking more to my Friends than before.
  • Diventare papà in quarantena. Incertezza e speranza.
  • Ho paura di aver paura.
  • È difficile liberarsi di sé stessi chiusi in quattro mura.
  • Ridefinire i propri obiettivi. Guardare alle piccole cose in modo diverso. Sentirsi grati per un raggio di sole. Aspettare. Contemplare. Riflettere. Scoprire.
  • Freedom is not defined by social distancing.

  

Questa è una domanda per Rolenzo. Sono stato a visitare il tuo sito www.rolenzo.it e trovo la tua ricerca interessante. Ti muovi nella contrapposizione tra digitale ed analogico con estrema disinvoltura. Come nasce questa tua evoluzione? Da chi hai preso ispirazione? Quanto è necessaria un’idea di collettività in ciò che fai e quanto, invece, sei un artigiano del codice?

Ti ringrazio Matteo! La mia ricerca si basa essenzialmente sul raccontare il mondo digitale e la tecnologia, questo può avvenire tramite codice (HTML, PHP, Javascript o altro), una tela dipinta a olio o un quadro battuto a macchina da scrivere. Credo fermamente che nella tecnologia si nasconda un’anima profonda, un universo fatto di passione, paure ed emozioni, trappole ed opportunità. Chi meglio di un programmatore per raccontarne l’essenza? Da sempre sono stato affascinato dalla padronanza di Fabrizio De Andrè nella composizione dei testi. Mi sono sempre chiesto se la programmazione e la tecnologia potessero mai arrivare ad un tale livello di bellezza e perfezione da entrarti nel profondo e offrirti degli spunti di riflessione importanti, riscattando per sempre l’immagine stereotipata che si ha di loro: fugaci, fredde, piatte. Faccio il programmatore da 12 anni e sono abituato a lavorare in team, il che significa spesso portare avanti idee non pienamente condivise o imposte dal cliente. È il motivo per cui fino ad oggi le mie opere sono state realizzate in solitaria, per un pubblico soltanto spettatore anziché partecipante. Tuttavia adoro anche cambiare idea e provare cose nuove; motivo per cui sono a raccontarvi di un progetto entusiasmante, partecipativo e fatto in collaborazione con Biancoshock!

  

Questa invece è una domanda per Biancoshock. Tu porti avanti da anni una ricerca incentrata sia nello spazio pubblico “reale” che virtuale. Adesso, con la quarantena, l’arte e la sua fruizione si sono spostate unicamente nel mondo digitale. Quanto credi che questa situazione forzata inciderà sull’arte del domani? Credi che la Net Art sia il prossimo imprescindibile passo nella storia dell’arte? In che modo pensi che l’Arte Urbana verrà influenzata e si evolverà in seguito a questo momento?

Non ho ancora un’idea precisa, ma è evidente che qualcosa stia cambiando. In questo momento sto vedendo tante mostre online, talk online, call per artisti, iniziative di raccolta fondi attraverso opere d’arte. Da questo punto di vista Internet sta offrendo il suo lato migliore, quello, appunto, di servizio per creare e mantenere una rete in cui si possano trasmettere e divulgare dei contenuti. Dal 2010 parte della mia ricerca artistica si rivolge alla Net Art. Quello che mi intriga è utilizzare le peculiarità, i linguaggi e le funzioni di Internet e delle sue piattaforme per creare delle opere/performance virtuali che trasmettano dei messaggi, degli spunti di riflessioni, allo stesso modo in cui cerco di farlo quando mi occupo di Arte Pubblica.

Ma attenzione: l’arte urbana è un’altra cosa. Per come la vedo e la vivo io, l’arte urbana ha una ricetta i cui ingredienti non si possono acquistare nel supermercato di Internet: il contesto urbano e le sue forme, i passanti, le tematiche sociali che colorano una comunità di persone e la loro quotidianità. Tutto questo può essere sicuramente documentato in rete, ma non riprodotto. Oltre all’aspetto della realizzazione artigianale, manca una componente che la rete non potrà mai ricreare e che per me è imprescindibile: l’azione. Prendo per esempio un mondo che mi è sempre vicino e che mi lascia un dubbio in sospeso: siamo proprio sicuri che i graffiti disegnati sull’Ipad si possano davvero chiamare graffiti?

ISTRUZIONI PER L’USO:

Vi invitiamo a partecipare al progetto per rendere SoCoD-19 una grande testimonianza.

Pochi semplici passi per lasciare il proprio contributo:

  • Dal tuo smartphone vai su www.socod19.com/join per partecipare

ATTENZIONE: se accedi tramite un link proveniente da Instagram o Facebook segui le istruzioni per accedere con il tuo browser (Chrome, Safari, etc.)

  • Consenti a SoCoD-19 di attivare la tua fotocamera scatta il selfie e scrivi una frase inerente al tuo blackout emotivo (no citazioni, canzoni, etc.)
  • Clicca OK e attendi finché l’upload non è terminato
  • In poco tempo il tuo ritratto verrà inserito, clicca qui per seguire la documentazione del flusso: www.socod19.com/stream
  • Tutti i contenuti (foto e testo) non appropriati verranno cancellati