Arte e scienza costituisce da sempre un binomio che ha affascinato e ispirato artisti di ogni epoca. Dai futuristi a Pablo Picasso, da Mondrian a Klee arrivando a Lucio Fontana: vediamo come i grandi artisti hanno sfruttato le intuizioni scientifiche per sperimentare e innovare nel campo artistico.

Nel periodo storico-artistico che dal rinascimento arriva ai giorni nostri, i concetti di spazio e tempo hanno sempre esercitato una grande fascinazione su artisti e teorici. Fino a diventare, per alcuni, i precetti ineludibili su cui fondare quelle idee e intuizioni che hanno portato all’avanzamento del pensiero umano e alla formulazioni di nuovi, esistenziali (e necessari) interrogativi. Il Cinquecento, infatti, sancisce la nascita del sapere scientifico nel mondo occidentale;  basti pensare a Leonardo, la cui visione estetica, nuova e radicale, si fonda su uno studio intimo e una comprensione profonda della natura delle cose.

Umberto Boccioni, “La città che sale”, 1991.

È solamente nel secolo scorso, però, che gli artisti manifestano ed esprimono un sicuro ed evidente credo nelle rivoluzioni scientifiche e tecnologiche. Lo spirito del Futurismo è permeato di una fede incondizionata nei confronti di tecnologia e progresso: «Compagni! Noi vi dichiariamo che il trionfante progresso delle scienze ha determinato nell’umanità mutamenti tanto profondi, da scavare un abisso fra i docili schiavi del passato e noi liberi, noi sicuri della radiosa magnificenza del futuro». Dal punto di vista prettamente pittorico, i protagonisti del futurismo (Balla, Boccioni, Depero) utilizzano la scomposizione della forma in più piani visivi per restituire sulla tela il concetto, l’idea, della quarta dimensione, quella temporale. L’introduzione della quarta dimensione in pittura, come sconvolgente rottura dell’univoco punto di vista dell’immagine naturalistica, veniva praticata, anche nella Parigi di inizio ‘900 dai padri del cubismo Braque e Picasso. Era lo stesso periodo in cui Albert Einstein studiava prima e pubblicava poi la sua Teoria della relatività, a superamento del sistema fisico newtoniano, destinata a rivoluzionare la fisica e il modo in cui interrogare l’universo. Così la dimensione spazio-tempo diventa una fortissima forma espressiva del linguaggio artistico.

George Braque, “Uomo con chitarra”, 1912.

Tutte le avanguardie di inizio ‘900 non avrebbero avuto, dunque, quella potenza viscerale se non avessero trovato nelle contemporanee scoperte scientifiche le fucine scoppiettanti di quella rivoluzione concettuale e di gusto che ha di fatto investito il mondo culturale occidentale. Mondrian, Klee, Kandisky e la loro scelta di affidarsi ad un linguaggio astratto era conseguenza della reinterpretazione della visione delle cose in chiave neoplatonica, in accordo con le nuove conoscenze della fisica quantistica. Asimmetria, rigore, spazi e righe come rappresentazione del  superamento dell’apparenza delle cose concrete per scoprire le forme universali, laddove l’arte può essere grande solo quando “suscita una esperienza interiore delle leggi cosmiche”. Non è di certo un caso che la poetica e il linguaggio artistico di uno degli uomini più geniali del secolo scorso, padre riconosciuto dell’arte concettuale, Marcel Duchamp siano stati profondamente influenzati dal fisico e matematico Henri Poincaré, i cui studi riguardavano i cambiamenti concettuali legati alla scoperta dei raggi X, della radioattività, dell’elettrone e delle sue leggi. Facendo un piccolo salto temporale in avanti, troviamo una rinnovata e felice comunione tra arte e scienza nell’arte concettuale di Lucio Fontana. L’argentino di origine italiana, aveva peraltro una grande passione per il futurista Umberto Boccioni e ne ammirava soprattutto la capacità di far penetrare la luce direttamente nella scultura (pensiamo proprio a Forme uniche nella continuità dello spazio), eliminando di fatto il limite tra materia e spazio.

Lucio Fontana, “Concetto spaziale, Attese”, 1968.

Nel 1948 a Milano, Fontana pubblicava il Manifesto dello spazialismo: la nuova visione evoluzionista dell’arte non poteva prescindere dal progresso dell’uomo nel campo della scienza e della tecnica. D’ora in poi l’artista comincerà la sua serie di concetti spaziali, dove la forza gestuale si unisce alla concezione spaziale nei fori circolari che riempiono le sue tele. Si delineano galassie e nebulose cosparse di polveri scintillanti. Ci avviciniamo dunque alla corsa allo spazio, alle missioni Apollo e all’allunaggio. Nel fatidico 1969 Fontana affermava: “La scoperta del Cosmo è una dimensione nuova, è l’Infinito: allora io buco questa tela, che era alla base di tutte le arti e ho creato una dimensione infinita”. Nell’intreccio artistico tra sperimentazione artistica ed esplorazione spaziale, Fontana trova un nuovo topos su cui non si stancherà mai di indagare. Da quel taglio così netto e tangibile, lo spazio è di fatto entrato nell’opera d’arte, attraversandola e diventandone protagonista. Non c’è luogo fisico o mentale per metafore o simbolismi: l’arte è fatta della stessa “sostanza” dell’universo, di spazio e materia.