La Galleria Tega di Milano dedica una personale al maestro Achille Perilli, pittore romano noto per essere tra i firmatari del manifesto del gruppo Forma.

In concomitanza con l’uscita del Catalogo Generale dei dipinti e delle sculture (1945 – 2016) di Achille Perilli edito da Silvana Editoriale, la Galleria Tega rende omaggio al maestro romano con una mostra dedicata al periodo dei suoi “fumetti”. “Achille Perilli – Fumetti – 1960-1966”: questo è il titolo della mostra che Galleria Tega inaugura il 3 febbraio e che potrà essere visitabile fino al 13 marzo 2020.

A. Perilli, “Il lamento dell’ultimo menestrello”, 1961. Courtesy Galleria Tega

Achille Perilli è uno dei grandi protagonisti della pittura contemporanea. Nato a Roma il 28 gennaio del 1927, assieme a Dorazio, Perilli frequenta lo studio del pittore Aldo Bandinella, dove si forma durante l’adolescenza. Nel 1946 conosce Renato Guttuso, ne frequenta lo studio ed entra in contatto con Accardi, Attardi, Consagra, Sanfilippo e Turcato, costituendo con loro, l’anno dopo, il gruppo “Forma1”, di cui dirigeva il manifesto per un’arte “della forma pura”. Achille Perilli è soprattutto pittore, ma, nel corso della sua vita, si è occupato anche di teatro e di letteratura di avanguardia: ha infatti aperto la Libreria-galleria L’Age d’Or e pubblicato, tra gli altri, i quaderni “Forma 2 – Omaggio a Kandinskij”. Ancora nel 1951 con Ballocco, Burri, Capogrossi e Colla Achille Perilli dà vita alla “Fondazione Origine” e, su invito di Lucio Fontana, realizza pitture murali per la sede della Triennale di Milano. Lo stile pittorico di Achille Perilli fonda le sue figure geometriche sull’ambiguità, sull’essere insieme aperte e chiuse, sul suo crescere fino a creare uno spazio non reale, ma dell’immagine, fatta di figure piane che allo sguardo risultano inverosimili ed irregolari, quasi irrisolte e concepite in una direziona assolutamente astratta. Nel 1957 Achille Perilli sulle pagine dell’ “Esperienza Moderna” esprimeva la sua volontà di sostituire un informale che aveva esaurito il proprio tempo, con un segno spontaneo ed immediato capace di comunicare all’osservatore emozioni dirette ed istintive promosse dall’inconscio. Così sono nati i suoi “fumetti” dipinti materici con piccole ideali sequenze che recuperano e rinnovano quella grafia attivata dalla gestualità di Joan Miró e con il tratto graffito tipico di Paul Klee.

A Perilli, “Do ut des”, 1962. Courtesy of Galleria Tega

La Galleria Tega presenta un percorso espositivo di una trentina di opere eseguite nei primi anni Sessanta da Achille Perilli. L’esposizione parte cronologicamente da una grande composizione del 1960, intitolata “Tradotto dall’assiro” per poi passare a lavori successivi come “Il Lamento dell’ultimo menestrello” del 1962 e “Visibile e invisibile” del 1963. Nel 1967 Perilli approda all’ultima decisiva svolta: nelle opere di quel periodo le forme informi si aggregano e tendono a costruire uno sviluppo geometrico che gli consentirà di entrare in una nuova misura concettuale. La mostra si ferma su questa soglia, concentrandosi sul momento creativo dei “fumetti” che qui si conclude con due significative prove del 1965 e del 1966 intitolate rispettivamente “Il culto della dissipazione” e “La retorica irreale”.