Se vi interessa il sistema dell’arte italiano non potete non conoscere Maria Chiara Valacchi, la curatrice che sta spopolando su Instagram!

Con oltre vent’anni di esperienza Maria Chiara Valacchi è la curatrice, critica e giornalista del momento. Toscana d’origine e milanese d’adozione è fondatrice di Cabinet, spazio non-profit con base a Milano, e Paint!, magazine online dedicato alla pittura internazionale. Con lei abbiamo parlato dei suoi ultimi progetti e del ruolo della donna nel sempre più complesso sistema artistico italiano.

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Foto di Fabio Rizzo

1) Quanto è difficile essere curatrice donna oggi?

Il ruolo del curatore, come quello dell’artista o del gallerista è complesso data la mancanza di una regolamentazione, un albo o delle leggi tecniche e deontologiche prestabilite che normano i nostri rapporti professionali. Tutto si basa su “contratti” piuttosto aleatori tra persone, sanciti spesso solo dalla parola o una stretta di mano, creando un’instabilità di base difficilmente gestibile. Come altri anche il sistema dell’arte è un ambiente dalla forte impronta maschile, sebbene da un po’ di anni sempre più donne ricoprono posizioni rilevanti seppur – nella maggior parte dei casi – con poteri decisionali minori rispetto ai colleghi uomini; questo purtroppo causa di un retaggio culturale difficilmente scalfibile. Per una mia lucida analisi sul tema non sono mai stata per le quote rosa o per la difesa della donna a tutti i costi, però mi piacerebbe vederne riconosciuta una posizione paritaria sulla base del rispetto delle diversità. Dal punto di vista creativo invece la cosa sembra seguire un’altra direzione, si sta delineando una sempre più ricca progenie di artiste molto brave e capaci che, a poco a poco, si stanno affermando internazionalmente ottenendo riconoscimenti inaspettati.

 

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#Ilculo e’ mio e me lo faccio #palpare da chi voglio #io

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2) In occasione della giornata contro la violenza sulle donne hai pubblicato un post su Instagram in difesa della femminilità e professionalità delle donne contro presunti pregiudizi o ….

Il post era una riflessione su cose che mi sono accadute ma che non hanno compromesso la mia dignità di donna e lavoratrice. Mi è capitato più volte che colleghi abbiano frainteso un mio semplice comportamento cordiale, come l’andare a cena o visitare una galleria insieme, questo però non ha mai limitato o svilito il mio essere femminile, cosa a cui tengo. Fortunatamente non sono mai stata messa nella posizione di dover scendere a compromessi per esercitare la mia professione. Questo per due motivi: primo, ho sempre trovato collaboratori onesti che, nonostante alcuni scivoloni, non mi hanno reso le cose troppo complesse e secondo ho avuto e ho la fortuna di poter ancora scegliere. Non sono ricca ma non fatico a permettermi un pasto caldo, quindi posso decidere della mia vita senza dover passare per la via della “corruzione”… indipendentemente da questioni di dignità morale (che per ogni essere umano normale dovrebbero essere prioritarie). Ho ragionato molto sul concetto di #metoo, se inizialmente poteva essere un ottimo spunto di riflessione è finito per diventare una battaglia estremista dalle tinte grottesche. Noi donne non dobbiamo essere considerate una specie protetta da tutelare, ma persone da rispettare alla stessa stregua degli uomini, questo implica l’attuazione di un pareggiamento di diritti e doveri. Spesso mi ritrovo a prendere le parti degli uomini, poiché capisco la difficoltà dell’adattarsi così repentinamente ai nuovi e naturali assetti sociali della contemporaneità. La donna sta acquisendo un ruolo comunitario sempre più rilevante e questo sta drasticamente rivoluzionando gli equilibri del mondo…basti pensare che fino al 1981 esisteva ancora una legge che tutelava il delitto d’onore, capisco, anche se non condivido né giustifico, la difficoltà di un uomo adulto che si trova a gestire questo cambiamento antropologico… molte cose devono ancora cambiare prima che una domanda come quella sulla differenza di genere appaia anacronisica.

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#ilgiovedidellavalacchi #apparenze #artecontemporanea #arte #valacchi #gioielli #beautiful #ricchezza #povertà

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3) “I giovedì della Valacchi”: cosa sono e da quale esigenza nascono?

“I giovedì della Valacchi” sono dei mini video di massimo un minuto che pubblico su Instagram ogni giovedì. In maniera ironica analizzo il sistema dell’arte, “svelando” alcuni comportamenti e consuetudini – al limite della razionalità – che accomunano gli attori del nostro sistema e palesando pensieri che normalmente tutti condividono ma nessuno manifesta per una sorta di pudore ipocrita, quasi cameratistico. Penso che questo sia stato utile ad avvicinare all’arte un pubblico più eterogeneo e giovane, non credo sia positivo mantenere il sistema con quest’aura elitaria, una bolla accessibile a pochi, agire con libertà espressiva aiuta solo a veicolare meglio i messaggi culturali. Concedersi il lusso di non osservare i dogmi imposti da un ruolo, ti fa capire l’importanza delle cose e le priorità di aspetti fondamentali della vita che non necessariamente coincidono con quelli del lavoro.

4) Qual è il tuo giudizio sul sistema dell’arte italiano?

È un momento difficile che sfortunatamente investe ogni sistema, anche quello dell’arte italiana. Ritengo che la causa sia essenzialmente legata al riconoscimento sociale, culturale, del ruolo dell’artista, critico, intellettuale in genere e alla mancanza di un supporto economico e istituzionale atto a valorizzare e gestire i talenti in modo competitivo con altri paesi.  E’ molto difficile per un’artista italiano imporsi a livello internazionale proprio per la mancanza di un potere strutturale, sia economico che istituzionale, a sostegno della sua carriera.

Yves Scherer, Installation view 2015 | Courtesy Studiolo Milan. Photo Filippo_Armellin. Copyright 2015 © ARMELLIN F.

5) Da piccola volevi fare questo lavoro?

Da piccola volevo fare la restauratrice, ho sempre avuto la passione per l’arte ma senza nutrire nessuna velleità creativa. Ho frequentato il liceo artistico per affinare le tecniche propedeutiche al restauro, mestiere in cui poi mi sono laureata ma che non ho mai realmente esercitato preferendo la critica.

6) Come curatrice come scopri gli artisti?

Soprattutto tramite il web. Questo non esclude altre fondamentali vie quali viaggiare, frequentare gallerie, fiere e accademie, faccio anche molti studio visit ma cerco di andare in maniera mirata, concentrandomi sulle figure di cui ho già personalmente captato il lavoro e che reputo affini al mio linguaggio. Attraverso internet posso instaurare un primo contatto, poi approfondisco l’artista dal vivo, nelle mostre in cui espone e conoscendolo di persona, cosa che reputo di fondamentale importanza per iniziare una collaborazione….

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Ivan Seal feat. The Caretaker, Spazio Cabinet. Courtesy Spazio Cabinet

7) Oltre all’arte hai altre passioni?

Mi piace la musica di tutti i generi, dai preludi di Bach a Brunori Sas, dai Pink Floyd alla Trap. Amo il cinema, il teatro e sono appassionata di letteratura, leggo soprattutto i grandi classici. Ma è la musica che tocca maggiormente le mie corde e a cui dedico la maggior parte del tempo dopo l’arte…Una delle mostre di cui vado più fiera infatti è stato un double show da Cabinet in cui l’artista inglese Ivan Seal dialogava con una composizione appositamente pensata per l’occasione dal famoso musicista sperimentale The Caretaker; Un progetto recensito più da riviste di musica che di arte… Lavorando in un mondo dove gli aspetti “visivi” sono preponderanti penso sia normale trarre ispirazioni da diversi linguaggi espressivi, delle più disparate estrazioni. Sono anche un’amante del trash, che mi incuriosisce oltremodo e mi da il metro per rapportarmi col quello che io reputo sublime. Conoscere il bello e il brutto mi fornisce gli strumenti necessari e un’apertura mentale tale da poter capire maggiormente la contemporaneità.

8) Come nasce Cabinet?

Cabinet nasce da un’ esigenza personale ed espressiva, quella di creare un contenitore curatoriale che mi rappresentasse al 100% e che fosse rivolto principalmente al linguaggio pittorico, media che ho sempre sostenuto. La pittura, fino al 2010 (anno di fondazione di Cabinet) era relegata in italia, e soprattutto a Milano, a contesti commerciali e poco sostenuta da un giusto cotè critico. Volevo sostenere un progetto che potesse renderla valida alla stessa stregua di altri paesi europei e linguaggi contemporanei come l’installazione: da qui la nascita di uno spazio dove presentare double show, dialoghi serrati tra pittura e scultura che si trasformano fino all’ultimo, attraverso un confronto attivo tra due artisti e una figura curatoriale. Credo di essere riuscita ad attivare un tassello importate, facendo ricredere un’utenza che ne aveva scarsa considerazione, poi la fortuna mi ha assistita visto che, negli ultimi 5/6 anni, si è verifcato un totale ribaltamento.

Lise Stoufflet, Studiolo, Milano. Courtesy Spazio Cabinet

9) 3 donne sono le protagoniste delle mostre che hai curato recentemente. Da Renata Fabbri espongono Anna-Bella Papp e Alina Vergnano; mentre da Cabinet Lise Stoufflet: si tratta di una scelta casuale?

Scelta puramente casuale…valuto gli artisti sulla qualità del loro operato e mai in base al genere sessuale. Alla galleria Renata Fabbri ho realizzato un double show con Anna-Bella Papp e Alina Vergnano basato su un dialogo dalle forti connessioni gestuali e cromatiche, sebbene le due artiste lavorino su due registri lavorativi completamente opposti. Lise Stoufflet, giovane artista francese di cui ho curato la mostra alla galleria Studiolo, è un’artista dal forte segno illustrativo ed onirico che sa crescendo anche nelle collezioni internazionali.

10) Qual è il ruolo del curatore rispetto alla creazione e fruizione della mostra?

Secondo la mia esperienza la figura del curatore dovrebbe essere subordinata all’artista: il curatore è colui che deve saper far risultare nel miglior modo possibile un progetto espositivo, non anteponendosi alla figura del creativo ma permettendo loro di esprimersi al meglio. E’ attraverso i testi e la scelta degli artisti che noi curatori diamo la nostra direzione critica, poi spetta alle opere; è molto importante inoltre lasciare la possibilità all’osservatore di comprendere liberamente la mostra senza subire troppo la pressione di un’idea troppo didascalica. Per quanto riguarda le mie mostre, penso che siano tutte unite da un filo conduttore che rispecchia inevitabilmente un gusto e un’esigenza personale… Da cosa si capisce che sono mostre curate da me? Riflettono il mio amore per la pittura, una mia particolare esigenza di equilibrio installativo, un’incontro espressivo e umano con l’artista con il quale collaboro.

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Brian Calvin, Wendy White, Installation view 2017, Cabinet Milan | Courtesy Artists and Cabinet Milan – PhotoF ilippo Armellin. Copyright 2016 © ARMELLIN F.