Cerith Wyn Evans “….the Illuminating Gas” è sicuramente la mostra più instagrammata di questo periodo. Curata da Roberta Tenconi e Vicente Todolì, sarà visitabile presso Pirelli HangarBicocca, fino al 23 Febbraio 2020.

Già conoscete Cerith Wyn Evans? L’artista in mostra all’ HangarBicocca vive e lavora tra Londra e Norwich e ha iniziato il suo percorso nella scena artistica sperimentale londinese tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta. Cerith nasce come videomaker e, tal proposito, dichiara: «Si potrebbe dire che sono stato definito come un regista sperimentale. Volevo esprimermi attraverso un cinema antinarrativo; un cinema costruito sull’osservazione delle immagini piuttosto che sul racconto di storie”.

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Ben presto, a partire dagli anni Novanta, Cerith Wyn Evans abbandona il mezzo filmico e si dedica alla realizzazione di sculture e installazioni site-specific con cui continua la sua indagine su linguaggio e percezione. Questi lavori, che integrano elementi come luce e suono, si caratterizzano per l’impiego del montaggio come tecnica compositiva e per il potenziale immaginativo della parola, oltre che per la centralità della dimensione temporale nella fruizione dell’opera. Attraverso l’utilizzo di materiali eterogenei – quali specchi, neon, piante, fuochi d’artificio, proiettori, strobosfere – Evans attua, in una forma tangibile o più effimera, una riflessione sul potere evocativo dell’arte e sulla sua capacità di creare collisioni tra significati differenti, interrogandosi spesso sul confine tra il visibile e il non visibile, tra materiale e immateriale. La pratica di Cerith Wyn Evans può essere vista come un costante processo di traduzione e trasposizione di linguaggi, codici e temporalità differenti, che spaziano da impulsi sonori a proiezioni di immagini intese come fenomeno cinematico, a materiali testuali che, decontestualizzati, vengono tradotti in un linguaggio luminoso. Questo processo si manifesta ad esempio attraverso parole trascritte al neon o sotto forma di fuochi d’artificio. Di natura sinestetica, le opere integrano la dimensione visiva, sonora e quella legata al movimento, spesso attingendo a un repertorio di riferimenti e citazioni provenienti da svariati ambiti della cultura del XX e del XXI secolo, tra cui letteratura, musica, filosofia, fotografia, poesia, storia dell’arte, astronomia e scienza.

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Tra i riferimenti ricorrenti nella sua pratica si impone la figura di Marcel Duchamp (1887-1968), con il quale Cerith Wyn Evans si misura, ad esempio, in relazione all’indagine sui meccanismi di visione connaturati all’opera d’arte. L’influenza di Duchamp è tangibile anche nella mostra “….the Illuminating Gas” : il titolo richiama l’elemento centrale dell’intera esposizione, la luce, e in particolare il neon. Inoltre, è un omaggio all’ultima opera di Marcel Duchamp, “Étant donnés: 1° la chute d’eau, 2° le gaz d’éclairage…” (1946-1966). “….the Illuminating Gas”  è la più grande esposizione mai realizzata da Cerith Wyn Evans, concepita come una composizione sinestetica in cui gli elementi che caratterizzano le opere, come la luce, il suono, il movimento e il tempo, generano collisioni sensoriali e cortocircuiti percettivi. Ventiquattro opere – dalla prima scultura al neon TIX3 (1994) a complesse installazioni e nuove produzioni realizzate appositamente per la mostra – si dispiegano nelle Navate e nel Cubo, occupandone i volumi in tutta l’altezza e profondità, offrendo allo spettatore un’esperienza unica. Le sezioni di più forte appeal per il pubblico sono sicuramente l’inizio della mostra e la successione di neon nelle navate.

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Il percorso espositivo si apre con sette imponenti colonne che si illuminano a ritmo alterno da una parte all’altra dello spazio, secondo un impulso luminoso che rivela e nasconde la struttura stessa. Nelle forme, i pilastri richiamano l’architettura classica attraverso l’impiego delle linee dello stile dorico, contraddicendo al contempo l’idea stessa di colonna, essendo in realtà sospesi dal soffitto a pochi centimetri da terra, senza sostenere alcun elemento architettonico ma fluttuando nello spazio. All’inizio delle navate dell’Hangar troviamo l’opera Radiant Fold (…the Illuminating Gas), un’ ideale apertura alla serie di neon che percorrono l’intero edificio. L’opera ricorda una lente d’ingrandimento e è una citazione di due dei più celebri ed enigmatici lavori di Marcel Duchamp che hanno segnato la storia dell’arte del XX secolo – “Le grand verre (Il grande vetro)” e “Étant donnés: 1° la chute d’eau, 2° le gaz d’éclairage…”. “Neon Forms (after Noh)”, 2015-2019 è la serie di opere al neon che si presenta come un insieme intricato di linee rette, curve e forme geometriche, che richiamano ideali flussi di energia. Come suggerito dal titolo, le sculture sono concepite in relazione al Noh, tradizionale forma di teatro giapponese. Cerith Wyn Evans, quindi, traspone in disegni astratti di luce le gestualità del teatro Noh: i passi, le rotazioni della testa, il battere dei piedi sul pavimento, le posizioni del ventaglio o l’avvolgersi della manica del kimono.

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La sequenza di neon si chiude con “Forms in Space… by Light (in Time)”, 2017 composta da chilometri di tubi al neon sospesi al soffitto in cui si alternano linee curve e rette, forme astratte e altre più riconoscibili che riproducono tridimensionalmente disegni e gesti nello spazio espositivo. Nel Cubo troviamo altre installazioni interessanti come “C=O=N=S=T=E=L=L=A=T=I=O=N (I call your image to mind)”, 2010 – un grande mobile polifonico realizzato con casse direzionali e superfici riflettenti; oppure “E=C=L=I=P=S=E“, 2015 – composta da un testo al neon sospeso diagonalmente nel volume del Cubo. Le frasi descrivono un’eclissi solare e la traiettoria del fenomeno che attraversa differenti aree geografiche in diverse ore del giorno. Per il suo costante tentativo di superare una concezione univoca della percezione dello spazio e dell’idea di soggettività, Cerith Wyn Evans è considerato un riferimento da molti giovani artisti. Nella sua indagine sui meccanismi di rappresentazione della realtà, le nozioni di tempo e durata divengono per Evans fattori centrali che permettono allo spettatore di entrare in una dimensione contemplativa e di vivere un’esperienza fatta di ritmi, epifanie e di livelli di visibilità differenti. E questa mostra rappresenta perfettamente queste prerogative: provare per credere!