Banksy è il titolo del secondo libro chatbot – il primo era dedicato a Leonardo Da Vinci – di Andrea Concas, edito da Mondadori Electa e uscito in libreria il 17 settembre.

In 100 domande e relative risposte presenti nel libro, e altrettante 50 disponibili online sul sito www.arteconcas.it, Andrea Concas condensa le informazioni più interessanti sul controverso fenomeno ‘taggato’ #Banksy. Chi è Banksy? Se lo chiede Andrea Concas e, come lui, tutti noi. Sebbene di Banksy nessuno conosca il nome e il cognome, in realtà, dello street artist più famoso del mondo si conoscono un sacco di cose che egli stesso ha svelato nel corso degli ultimi 30 anni. Come leggiamo nel libro di Andrea Concas, di Banksy conosciamo, ad esempio, la data della sua prima opera, la città e l’anno della sua nascita, l’artista a cui si è ispirato, il suo primo gallerista, la città in cui ha rischiato la vita e chi sono i suoi collaboratori principali.

Il tratto interessante del libro di Concas sta nel dare una visione di Banksy divergente da quella dell’immaginario comune. Il ritratto che emerge dal libro non coincide, infatti, con la figura dello street artist ribelle e contro il sistema, come si suole pensare, dal momento che Banksy appare come un vero e proprio imprenditore di se stesso, essendo riuscito a costruire intorno al suo nome un brand noto in tutto il mondo. Pensate che ha fondato addirittura una società che controlla l’autenticità delle sue opere e che autorizza o meno l’uso del suo nome, ormai ridotto a marchio di fabbrica. Banksy, o lo ami o lo odi e se su Instagram può vantare un seguito di oltre 6 milioni di followers, sia sui social che nella realtà quotidiana, non mancano altrettanti haters. E non intendo solo la polizia municipale di Bristol o la polizia locale di Venezia (a proposito dell’ultima incursione dopo l’inaugurazione della Biennale 2019).  Molti street artists, i cui nomi sono tutti nel libro di Concas, hanno in più occasioni vandalizzato o imbrattato le opere realizzate da Banksy. Per non parlare del famigerato “sistema dell’arte” dove il giudizio su Banksy è tutt’altro che benevolo e universalmente condiviso. Ma non solo, anche alla gente comune, estranea al mondo dell’arte, Banksy non sta necessariamente simpatico. Basti pensare alla protesta di alcuni palestinesi in seguito al murales realizzato a Betlemme, sul muro separatore tra i territori israeliani e palestinesi. L’accusa è stata quella di attirare un “turismo dell’occupazione” che trasforma la realtà spietata della segregazione in un polo d’attrazione per il turismo di massa.

 

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Bisogna tuttavia riconoscere almeno due meriti al cosìdetto “Banksy Effect”. Da una parte è innegabile che Banksy abbia contribuito allo sviluppo di un rinnovato interesse verso le opere di “street art”, il cui mercato sta crescendo sempre di più negli ultimi anni. Dall’altra, il successo del brand “Banksy” suscita attrattiva anche da parte di chi non è generalmente appassionato d’arte. Ultimamente, infatti, si organizzano sempre più spesso mostre che, autorizzate o meno, stanno avvicinando ai musei persone che prima non li frequentavano, anche se, bisogna ammetterlo, tale operazione può sfociare in quello che certi critici chiamano “populismo artistico”. Inoltre, grazie alle sue opere, tematiche come il consumismo, l’inquinamento, la guerra e le discriminazioni sociali e razziali sono diventate maggiormente accessibili e all’ordine del giorno.

Ma chi è davvero Banksy?” e “Perché è così importante?”, ci chiede Andrea Concas alla fine del libro.

La sua risposta alla prima domanda è semplice e facilmente condivisibile:“Fondamentalmente nessuno vuole sapere chi sia in realtà Banksy”.   A cosa ci serve conoscere un nome e un cognome? Una foto o un indirizzo con numero civico? Sicuramente ciò che affascina di Banksy è la costruzione e l’evoluzione del fenomeno in sé. La vera scommessa non sta nello scoprire un volto e un nome, ma vedere se tra qualche centinaio di anni vedremo di nuovo le sue opere nelle aste e nei libri di Storia dell’Arte.

Infine, perché Banksy è così importante? Per meriti artistici o per strategie di marketing? Chi può dirlo…

A tal proposito trovo interessante una scena della serie di Paolo Sorrentino “The Young Pope” dove Jude Law, nei panni del papa Pio XIII, svela a Sofia Dubois, la responsabile Marketing e Comunicazione del Vaticano, interpretata da Cécile de France, di volersi ispirare a personaggi come Salinger, i Daft Punk e Banksy per costruire la sua ascesa.  Non perché questi siano i più bravi nei loro campi, ma perché, non lasciandosi fotografare, sono diventati importanti. E nell’era di Instagram questa è arte.

Pio XIII – Jude Law “Chi è lo scrittore più importante degli ultimi 20 anni? Attenta però, non il più bravo. La bravura è degli arroganti. L’autore che ha destato una curiosità così morbosa da diventare il più importante?”

Sofia Dubois: “Non saprei. Philip Roth?”

Pio XIII: “No. Salinger. Il più importante regista cinematografico?”

Sofia Dubois: “Spielberg?”

Pio XIII: “No. Kubrick. L’artista contemporaneo?”

Sofia Dubois: “Jeff Koons… Marina Abramovic?”

Pio XIII: “Banksy. Il gruppo di musica elettronica?”

Sofia Dubois: “Oh, non so assolutamente niente di musica elettronica…”

Pio XIII: “E poi c’è chi dice che Harvard è una buona università… Comunque, i Daft Punk. E invece la più grande cantante italiana?”

Sofia Dubois: “Mina”

Pio XII: “Brava. Adesso lei sa quale è l’invisibile filo rosso che unisce tutte queste figure che sono le più importanti nei loro rispettivi campi? Nessuno di loro si fa vedere. Nessuno di loro si lascia fotografare”