Con la pagina Make Italian Art Great Again, Giulio Alvigini è ufficialmente il giullare del sistema dell’arte.

Courtesy of Giulio Alvigini

Originario di Tortona, alla veneranda età di 24 anni Giulio Alvigini si definisce comunicatore, artista e calciatore fallito. Tutto parte da Genova dove frequenta l’Accademia di Belle Arti e dove realizza nel 2017 la prima personale trasformando il Museo d’Arte Contemporanea di Villa Croce in hotel, attirando l’attenzione della stampa e degli addetti ai lavori. Poi si sposta a Torino, proprio nel momento in cui Ilaria Bonacossa viene nominata direttrice di Artissima. La sua opera più importante? La pagina Instagram Make Italian Art Great AgainA distanza di un anno (potete leggere la sua prima intervista qui) abbiamo incontrato il comico dell’arte italiana, che ci ha parlato della sua svolta istituzionale e del complesso rapporto tra arte e comunicazione.

Courtesy of Giulio Alvigini

1) Un artista può essere social media manager e viceversa?

L’artista è un comunicatore oggi. L’arte, fra le varie cose, è anche capacità di imporre il proprio lavoro e l’autore deve essere padrone della comunicazione della propria arte. Io ne ho fatto tautologicamente la mia pratica che si può sintetizzare nell’evergreen “come ottenere un rapido e immeritato successo nel mondo dell’arte”. Velocemente, da giovane. Perché a 25 anni, se non sei famoso, sei morto, non esisti. Può un social media manager essere considerato un artista? Personalmente credo di averlo dimostrato con Autostrada Biennale – la seconda edizione della Biennale del Kosovo – ma preferisco lasciarlo decidere agli altri, nel frattempo mi piace perdermi giocando con le possibilità di questa ambiguità.

2) Quando hai iniziato ad interessarti al mondo dell’arte e su quale aspetto hai concentrato la tua attenzione?

Ho incominciato a 19 anni, quando ho sentito il bisogno di approfondire determinate tematiche del settore. In particolare ho focalizzato lo sguardo sul sistema, studiandone le logiche e le sue strutture. Non mi interessavano tanto gli artisti, i movimenti, le opere e il loro significato, quanto i processi decisionali, l’economia, il mercato e le contraddizioni del sistema. Quindi, fin da subito, mi sono interessato al “terziario” del mondo dell’arte, a ciò che di solito all’artista interessa meno. L’artista oggi è ancora un po’ troppo legato a certi stilemi romantico-modernisti, con le sue opere si ostina a voler dire la sua sul mondo o a cercare risolverne i problemi. Ma un artista non risolve i problemi, semmai li crea. Rischia di essere una figura fortemente banalizzata e sopravvalutata. Questo perché tutti vogliono essere artisti, convinti che ci sia ancora una sorta di reverenzialità nei confronti di questa etichetta, invece di comprendere che il suo ruolo è drasticamente cambiato. Dall’osservazione delle logiche e contraddizioni del sistema dell’arte ho iniziato a strutturare il mio background, fortemente cinico, legato allo studio dei meccanismi del sistema e alle tappe obbligate per la carriera del giovane artista.

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3) Raccontaci come sei arrivato a concepire la pagina Make Italian Art Great Again

Dopo essermi trasferito a Torino, nel 2017, ho pensato: “Ho l’età giusta per poter sbagliare”. Se è vero che a 25 anni devi essere considerato un Maestro, a 22 percepivo già il ritardo sotto i piedi, dovevo quindi accelerare per catalizzare l’attenzione sul mio lavoro. Mi chiedevo: “Come fare per sovraesporre mediaticamente il mio curriculum che, per età ed esperienza, non poteva esprimere sufficiente maturità?”. Capii che era importante compiere un gesto abbastanza eclatante e provocatorio per attirare l’attenzione sulla mia produzione, anche immeritatamente. In quello stesso periodo Ilaria Bonacossa venne nominata direttrice di Artissima, diventando la donna del momento. Che fare? Ho pensato: “Posso permettermi di perdere la testa per una donna che non conosco? È l’ora inventarmi una cotta!”. Da qui l’idea dello striscione “Ilaria Bonacossa 6 la mia vita” (che poi è traducibile in “sistema dell’arte 6 la mia vita”) appeso davanti all’ingresso della fiera durante l’opening. Nonostante l’iniziale clamore mediatico, l’operazione finì presto nel dimenticatoio, trascinandomi in un vortice di insicurezza ed insoddisfazione, fino a che, probabilmente grazie ad un bicchierino di prosecco di troppo, arrivò a fine febbraio 2018 l’IDEA.

Courtesy of Giulio Alvigini

Ho iniziato a riflettere sul rapporto tra arte e social: cosa fare quando tutti, in qualche modo, stanno sperimentando su una piattaforma come Instagram? Il punto era: come tradurre il mio interesse verso il sistema dell’arte, le sue logiche e contraddizioni, su questo social network?

Dopo essermi guardato un po’ intorno ho intuito nel meme il linguaggio più efficace e contemporaneo per comunicare il messaggio che avevo in testa.

Apro la pagina Instagram Make Italian Art Great Again, titolo-parodia dello slogan trumpiano che ai tempi era tornato abbastanza in auge. Quindi inizio a raccontare ironicamente il mondo dell’arte attraverso i meme, dapprima in forma anonima. Dopo pochi mesi, quando la pagina aveva acquisito credibilità, ho deciso ufficializzare la mia operazione. L’autorialità mi ha permesso di dichiarare l’artisticità del progetto. Oggi Make Italian Art Great Again è il mio lavoro più coerente e autentico, perché nel progetto visualizzi me: i contenuti sono tutti 100% miei.

La mia arma è l’ironia e la critica consapevole, non arrabbiata o frustrata. Anche perché critica e ironia si verificano nel distacco, che è necessario per osservare i meccanismi, comprenderli e analizzarli.

Oggi comunico attraverso il meme, ma non solo: è un linguaggio a tutti gli effetti, da piegare e non da subire passivamente. Devo essere io il primo che non deve annoiarsi: è importante mettermi in discussione e contraddirmi costantemente. Quindi visualizzo, elaboro e racconto attraverso la parodia, che personalmente considero la tredicesima arte.

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4) Qual è il tuo desiderio più grande?

Vorrei essere quel ragazzino che non si limita a urlare “il re è nudo”, ma lo filma e lo posta su Instagram. Il sistema dell’arte è una corte e l’artista è sempre stato un cortigiano che racconta i fasti del potere, che appartiene al denaro, ai galleristi, ai curatori e ai collezionisti. Il rapporto tra artista e potere è senza tempo, da Giotto a Michelangelo, da Bernini fino a Canova e assumendo forme diverse negli ultimi due secoli (anche nel più controverso e apparentemente emancipato ‘900).

5) Come è avvenuta la svolta istituzionale della pagina Make Italian Art Great Again?

Con il Mambo. Lorenzo Balbi ha portato una boccata d’aria fresca a Bologna e all’istituzione museale. Lui fin da subito mi ha sostenuto, commissionandomi dapprima gli auguri di Natale del Museo d’Arte Contemporanea bolognese e poi coinvolgendomi in una conferenza sul tema “arte e digitale”. Quest’anno la grande esperienza è avvenuta con Autostrada Biennale curata da Giacinto Di Pietrantonio, per cui ho progettato il piano comunicativo dell’evento e dove ho esposto con grandi nomi come Jan Fabre, Adrian Paci e Francesco Vezzoli.

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6) Quale è stato il contenuto più riuscito che è stato finora pubblicato sulla pagina?

Se guardiamo i numeri, quello col capezzolo con la scritta “Tocca due volte se ami l’arte contemporanea italiana” mi ha fatto il record della pagina. Oppure quello con la frase “Take me to the Venice Biennale and fuck me in the Italian Pavilion”, che ho pubblicato in occasione dell’inaugurazione della Biennale. In fondo, la questione del Padiglione Italia è sempre calda e problematica, quello di quest’anno è stato molto dibattuto e ha diviso l’opinione pubblica. Era educato, gentile e qualitativamente moscio. Ha creato molto più caos mediatico la nomina di Milovan Farronato che il padiglione italiano stesso. Ci aspettavamo il terremoto ma non è arrivato. Ecco io mi auguro il Padiglione Italia, ma non come artista. Voglio diventare il social media manager del Padiglione Italia alla Biennale di Venezia. La cosa più assurda è che il nostro spazio nazionale in laguna non ha una pagina social: ce l’hanno il Portogallo, la Malesia, la Lituania e tanti altri, ma l’Italia no.

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7) Trattare con ironia l’austero e serioso sistema dell’arte. E’ possibile?

Premessa: l’arte non è per tutti. E’ assolutamente antidemocratica, elitaria, per pochi. Il sistema dell’arte è una cornice sociale, che possiamo visualizzare metaforicamente in una corte medievale. Il potere ce l’ha chi possiede il denaro, gli altri stanno a guardare. Per me l’ironia, rappresentata dalla figura del giullare, diventava il cavallo di Troia per entrare nella corte del mondo dell’arte e per dire “Ehi, io sono dalla vostra parte, lavoro per voi, so che avete bisogno di un mediatore, di essere intrattenuti”. E il giullare incarna benissimo questa esigenza di mediazione: nel Medioevo era colui che stava tra il popolo e la corte; era il consigliere del re perché diceva la verità scherzando. Il giullare è una figura fondamentalmente perdonabile, non giudica, quindi può essere accettato. L’ironia, da una parte, mette in luce le contraddizioni del potere; dall’altra, aiuta a convincere il potere che stai dalla sua parte. Il pubblico nell’arte contemporanea non è necessario. Infatti il mio pubblico non è quello composto da fruitori e appassionati, ma da una nicchia, per lo più professionisti e lavoratori del mondo dell’arte. Non è neanche troppo per gli artisti… quelli risultano spesso antipatici e con un bassissimo senso dell’umorismo.

Courtesy of Giulio Alvigini

8) Arte e Comunicazione: la situazione attuale in Italia

Si tratta di un terreno sostanzialmente vergine. Ci sono dei professionisti che si stanno muovendo in maniera egregia. Il mentore, colui che è andato oltre al solito compitino, è sicuramente Silvio Salvo della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo. Lui è diventato questo macigno che i giovani social media manager si trovano a scavalcare, rischiando l’epigonismo. Tuttavia lui non sarebbe il guru degli SMM in Italia senza Patrizia Sandretto: loro sono due visionari che si sono incontrati. Altri che hanno saputo cogliere la lezione di Silvio sono: Alessandro Cane, della Pirelli Hangar Bicocca, artefice di contenuti e hashtag molto funzionali come #ArtToThePeople; Davide Gavioli, di Arte Fiera, che ha svecchiato i social della fiera bolognese; Giuseppe Petrellese del Museo Madre di Napoli. Oltre ai contenuti originali, Petrellese ha traghettato la presenza ormai iconica del Madre non solo sui classici Instagram e Facebook, ma anche su altre piattaforme inedite come Telegram e Whatsapp. Esistono uffici stampa che gestiscono e strutturano una comunicazione precisa, impeccabile e istituzionale, basti pensare a Lara Facco e Paola Manfredi (vere e proprie regine della comunicazione dell’arte) ma tutti questi ottimi esempi di qualità e professionismo non bastano a soddisfare un gap in assenza di nuove figure creative e originali: l’universo della comunicazione è assolutamente fertile, abbiamo solo bisogno di coraggio e invenzione.

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9) Il sistema dell’arte e l’artista italiano semplice

Il sistema dell’arte è antidemocratico. Sforniamo tanti giovani artisti, gli illudiamo che l’arte accetta tutti ma non è vero: alla fine non sappiamo dove metterli. Secondo me, non bisogna fissarsi ottusamente sul ruolo dell’artista, è necessario inventarsi nuove e impreviste modalità. Se proprio non ci riesci, fai in modo che qualcun altro di più importante e autorevole arrivi ad etichettarti come tale: artista, come stronzo, non te lo puoi dire da solo, te lo devono dire gli altri. Oppure cerca di trovare strade alternative e percorsi inaspettati per arrivare ad essere definito artista. Inoltre, il sistema dell’arte è specchio di una realtà molto più ampia, come la società e il contesto in cui si trova ad operare. In Italia, per esempio, l’assenza di una formazione adeguata è uno dei più grandi deficit che i nostri professionisti si trovano a dover colmare. In Accademia non ti insegnano il funzionamento del sistema legislativo ed economico che ruota intorno al tuo lavoro. Non ti insegnano a rapportarti correttamente con le gallerie. Ci si limita a sfornare opere e a sperare che qualcuno ti presenti ad un collezionista per acquistare o ad un gallerista per vendere il tuo lavoro. Manca un’educazione al sistema, altrimenti un artista non avrebbe problemi a delineare una strategia, un piano d’azione. E tutto questo non è assolutamente sufficiente. Io sono un caso a parte perché ho bypassato questo problema facendo della comunicazione dell’arte il mio lavoro.

Courtesy of Giulio Alvigini

L’artista italiano soffre tendenzialmente di due complessi simultanei. Da una parte, si sente arrogantemente portatore di un passato glorioso, di una tradizione culturale soffocante, “siamo gli eredi di…”. Allo stesso tempo soffre del complesso opposto, un vittimismo pietoso, passivo, perché – a quanto pare – ha sentito dire che al collega straniero le cose sembrano andare molto meglio. Da una parte c’è la tua pratica, il tuo essere artista, il tuo sguardo sul mondo. Dall’altro la comunicazione del tuo lavoro, le dinamiche relazionali che permettono alla tua opera di essere veicolata correttamente. Ecco l’artista non dà ancora il peso necessario a quest’ultima parte, lo percepisce come un rituale superficiale, scontato. L’artista deve dare la stessa importanza alla comunicazione e alla produzione del lavoro. Deve riconoscere il sistema a cui vuole temporaneamente appartenere e pianificare una strategia comunicativa e di relazioni che lo aiutino ad imporsi. Abbiamo tutti il problema dell’affermazione – o meglio –, di affermare il nostro ego. Purtroppo non basta pubblicare la foto della propria opera come per un istituzione non basta pubblicare l’immagine della mostra su Instagram: individuato il proprio target e il proprio posizionamento, chi si occupa di comunicare la cultura e l’arte è obbligato riconfigurare la propria identità social al fine di distinguersi qualitativamente rispetto al grande flusso di immagini e contenuti che quotidianamente siamo costretti a digerire. Prima o poi ci arriveremo a capirlo…si spera.

SAVE THE DATE

Domenica 22 settembre 2019 alle ore 12, La commedia dell’arte italiana: un dialogo ironico e dissacrantre tra Giulio Alvigini e Giacomo Nicolella Maschietti presso Wopart, la fiera delle opere d’arte su carta a Lugano.