Esistono due fazioni in contrasto rispetto al tema dell’introduzione delle opere di street art nei musei. Ognuna con le sue ragioni. 

Il dibattito sull’arte urbana e sulla sua ricollocazione all’interno di istituzioni museali resta senza dubbio uno dei temi più caldi della scena artistica contemporanea. Da una parte chi sostiene che la sottrazione alla strada di opere d’arte, senza il consenso dell’artista, sia una pratica assolutamente da condannare. Anche qualora la finalità non fosse di mercato, ma di salvaguardia dell’opera. Già nel lontano 1990 Dino Origlia scriveva: “il graffito non è un surgelato dell’opera da museo, da collezione o da esposizione. La sua accessibilità totale senza orari è contro il godimento ad ore fisse del museo, è contro quella eutanasia dell’arte che è la museificazione”. In contrapposizione a questa ideologia chi sostiene invece che, per diverse ragioni tra le quali la conservazione dell’opera, sia assolutamente legittimo, se non doveroso, mettere in salvo opere d’arte urbana sottraendole agli spazi pubblici e consegnandole alle mani delle istituzioni. La professoressa dell’università di Roma Tre Francesca Iannelli, che ha approfondito il tema con Street Art e museo: museofobia e museofilia (qui il link), ha battezzato le due fazioni con i nomi di museofibi e museofili. Ecco in breve le ragioni dell’una e dell’altra parte.

Banksy, New York.

I MUSEOFOBI sostengono che sia la natura stessa di un opera di arte urbana a rendere assolutamente inaccettabile la pratica sempre più diffusa della ricollocazione di dette opere all’interno di musei, fondazioni o peggio gallerie d’arte commerciali.

La street art è concepita per non durare.  Proprio perché realizzate in strada le opere di arte urbana sono sottoposte a continue intemperie, ad agenti atmosferici, allo scorrere del tempo. Possono essere cancellate da autorità o da altri street artist. Chi realizza un’opera d’arte in uno spazio pubblico ne è consapevole, e non è giusto scavalcare la sua stessa decisione di lasciare che l’opera subisca gli effetti del tempo.

Il contesto è quello urbano! La street art nasce nelle strade e per le strade, per essere ad appannaggio di qualunque passante, in qualunque momento. Deve vivere sui muri e negli spazi urbani. Che senso ha dunque sradicare queste opere dal loro contesto originario?

La street art è molto spesso nemica delle istituzioni. Nasce molto spesso per motivi politici e di denuncia sociale, ed è una forma d’arte libera da regole, e soprattutto ribelle. Il suo carattere sovversivo viene naturalmente meno se collocata proprio all’interno di un’istituzione.

Vero simbolo dei museofobi italiani è lo street artist Blu, forse il più influente artista urbano del nostro paese, che da anni lotta con tutte le sue forze contro questo fenomeno. Basti pensare al caso della mostra Street Art. Bansky & Co, organizzata nel 2016 a Bologna, dove vennero esposte opere di Blu contro il suo volere. Blu in risposta cancellò tutte le sue opere in città, scrivendo sui social “A Bologna non c’è più Blu e non ci sarà più finché i magnati magneranno”.

Keith Haring, Barcellona

Ben diverso invece il punto di vista dei MUSEOFILI.

La salvaguardia dell’opera giustifica il mezzo. Non è giusto privare generazioni future di opere destinate inevitabilmente ad essere distrutte. Rimuoverle da una parete destinata ad essere abbattuta, o da luoghi esposti ad eventi atmosferici o successivi interventi artistici è da considerarsi un gesto di pura salvaguardia del lavoro. Quindi, da sostenere.

L’elevazione della street art ad arte ufficiale.  Il riconoscimento della Street Art come forma artistica implica inevitabilmente questo “matrimonio” con l’istituzione museale. Oggi, come descritto nel libro “Street Art. Da Basquiat a Banksy, i Re della Strada”, la street art “è entrata di diritto nel mondo dell’arte ufficiale e convenzionale, non solo nella consapevolezza di chi la pratica, ma anche nel riconoscimento e nell’attenzione che le riservano critici, gallerie, musei e addetti ai lavori”. Questo si deve in buona parte a Basquiat e Keith Haring, pionieri del passaggio dell’arte urbana dalla strada alla galleria. Con loro i giochi sono cambiati e non ha senso tornare indietro.

Lo street artist che collabora con musei e istituzioni eleva se stesso e la street art in generale. Primi tra tutti gli artisti devono smettere di guardare a gallerie e musei come al nemico. Le collaborazioni tra i due mondi permetto all’artista di promuoversi, far conoscere la propria arte e diffondere più efficacemente il proprio messaggio.

Un punto di contatto tra le due fazioni è alla base dell’Urban nation museum for urban contemporary art di Berlino. Nato nel 2016 all’interno di un edificio preesistente di fine Ottocento, per volontà della curatrice e gallerista Yasha Young, il museo ha lo scopo di dare la possibilità a tutti gli street artist di mettersi in relazione con il tessuto urbano della città avendo a disposizione degli spazi da dipingere. Yasha Young, con la nascita dell’Urban Nation vuole osservare, registrare, presentare e raccontare tutto ciò che sta facendo la street art nel mondo. La scelta del museo è stata però quella di non ospitare poster o facciate di case asportate dalle strade, ma solo opere create appositamente per le sue sale, in quanto lo spirito urbano delle origini non è fatto per stare tra le pareti di un museo. La facciata del museo inoltre ha fatto da tela a numerosi artisti. Il sistema è modulare e darà la possibilità periodicamente a nuovi artisti di esprimere il proprio estro creativo. Inoltre gli interni del museo, sviluppati su due piani, per come sono articolati richiamano le “trame urbane” in modo tale da mantenere un dialogo con il mondo di strada. L’ideazione dell’Urban Nation metterà forse d’accordo museofobi e museofili?

Una cosa va detta: tra i Museofili sinceramente convinti che l’arte urbana vada preservata ad ogni costo, troppo spesso si nascondo personaggi dai meno nobili intenti, pronti ad abbracciare una causa per molti condivisibile per entrare in possesso di opere dal grandissimo valore economico. Il tema è stato ampiamente approfondito dal documentario Saving Banksy.

 

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