Carla Accardi è considerata la madrina dell’arte astratta in Italia, nonché uno dei simboli della emancipazione artistica della donna nel nostro paese.

Siciliana d’origine, classe 1924 e scomparsa nel 2014, Carla Accardi inizia a lavorare sulla scomposizione della forma già verso la fine degli anni 40 dello scorso secolo, nel clima di ricerca e sperimentazione proprio di quel periodo. La sua ricerca artistica è contraddistinta da segni fortemente comunicativi impressi sulla tela che, nel corso degli anni, si sono evoluti fornendo molteplici possibilità di lettura alle proprie opere. L’artista di trapani è considerata la madrina dell’arte astratta nel nostro paese.

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Carla Accardi via morrastudio.it

Già negli anni ‘60 passa dalla scomposizione della forma alla scomposizione dell’opera. Elimina il telaio, poi eliminala tela, poi elimina il colore. Dal 1965 al 1979 circa usa fogli di plastica trasparente come supporto, grazie ai quali il segno amplifica le sue potenzialità. Poi il segno esce dallo spazio del quadro e si mescola a quanto gli sta intorno, alla realtà all’ambiente.

Con l’opera “Tenda” (1965) la pittura diventa uno spazio in cui si può entrare. Carla Accardi è nota per essere stata una delle prime artiste a sperimentare la così detta “Arte-ambiente”: ovvero l’arte che lascia la sua superficie bidimensionale, che va oltre il telaio, occupando le tre dimensioni con forme geometriche.

In seguito, in altri lavori, abbandonerà il telaio: resteranno solo i fogli di sicofoil arrotolati, che si ergeranno come colonne di luce e colore.

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Carla Accardi in mostra a Fano (agosto 2018), “Oltre il colore come tabu”. Photo Credit M.C. CADOLINI

Successivamente fa un passo indietro, riportando i fogli di sicofoil sul telaio, ma questa volta nudi, senza colore: la struttura è a vista, e concorre a presentare l’opera, fa parte dell’opera stessa.

In un altro periodo ancora rimarrà solo la cornice, anzi solo angoli e parti di cornice e telaio a testimoniare l’opera artistica, talvolta accompagnati dal colore.

L’artista continua per tutta la sua carriera la ricerca di nuovi linguaggi, attraverso la sperimentazione di nuovi supporti per luce e colore. La sua arte vuole esprimere quel cambiamento, quel desiderio di rompere gli schemi e di conquista della libertà culturale proprio della rivoluzione culturale che oggi chiamiamo ‘68.

E se l’arte ha anche il compito di raccontare la propria epoca, le opere della Accardi sono lo specchio fedele del suo contesto culturale. Viene chiamata “La signora dell’astratto” perché con la sua poetica concorre alla affermazione dell’astrattismo in Italia: “Sono uscita dal quadro” dirà lei stessa. Tutte le sue produzioni cercano infatti di “smitizzare” l’opera:” l’opera non deve essere fatta per impressionare chi la guarda”, dirà lei, ma esiste per se stessa.

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Carla Accardi, Assedio Rosso (1955). via slideplayer.it

Si ispira a Matisse per la forma e il colore. Segue con attenzione Fontana e Burri. Ama Pollock e come lui anche lei lavorerà le sue opere sul pavimento. Prediligerà spesso il colore rosso, espressione di forza vitale, come si evince dall’opera “Rosso” del 1975.

Carla Accardi ha cercato per tutta la sua carriera nuovi linguaggi per comunicare il nuovo mondo che si delineava nel dopoguerra, ed in particolare quella rivoluzione culturale degli anni ‘60 che culminò con la rivoluzione studentesca del 1968. Sono passati 50 anni, ed il suo linguaggio è ancora quello di una avanguardia coraggiosa e fortemente contemporanea.

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