Partita da Amalfi, Lia Rumma ha cambiato la scena contemporanea partenopea, diventando una delle figure più influenti dell’arte contemporanea in Italia.

Si è da poco inaugurata a Firenze in Palazzo Strozzi con un’atmosfera di grande attesa, dove non sono mancate le polemiche e i fuori programma, la prima grande retrospettiva italiana dedicata a Marina Abramović. La mostra, predisposta su tre livelli, permette di conoscere l’intera attività artistica della Abramović dagli anni ’60 sino ai lavori odierni attraverso oltre cento opere: video, fotografie, dipinti, oggetti, installazioni. L’artista, vera e propria matriarca della Performance Art e della Body Art, ha fatto del suo corpo lo strumento principale del suo lavoro; teso ad affrontare tematiche di ampia portata e di sperimentarne i limiti e le capacità espressive. La Abramović, nata a Belgrado, vive e lavora oggi a New York, esponendo e mettendo in atto performance nelle più importanti istituzioni museali di tutto il mondo. Sin dagli esordi la grande artista è stata particolarmente legata con il nostro paese, forte dello stretto legame con la partenopea e milanese  Galleria Lia Rumma (vedi il sito). Personaggio di spicco dell’arte contemporanea italiana delle ultime decadi, Lia Rumma vanta nella sua scuderia artisti del calibro di Anselm Kiefer (di cui ha curato l’installazione permanente de I Sette Palazzi Celesti presso l’Hangar Bicocca di Milano nel 2004), Alberto Burri, Donald Judd, Robert Longo, Gino De Dominicis, Michelangelo Pistoletto, Enrico Castellani, Vanessa Beecroft, Ettore Spalletti e molti altri.

Lia Rumma. Foto Augusto De Luca.

La sua storia parte da lontano, da Amalfi nel 1968 quando con il marito Marcello, entrambi giovani collezionisti, e il celebre critico Germano Celant, Lia è tra i promotori di un’importante rassegna , passata agli annali come uno dei punti di partenza dell’Arte Povera. Spiccavano, tra gli altri, artisti come Merz, Pistoletto, Paolini, Zorio. Nel 1971, dopo la prematura scomparsa del marito, Lia si trasferisce a Napoli e apre una galleria, inaugurando con la mostra di un giovane artista americano, Joseph Kosuth, che diventerà presto uno dei principali protagonisti della Conceptual Art. “Gallerista sono diventata per caso e in principio malvolentieri. – dice la Rumma – Dopo la morte di mio marito nel 1970 ho dovuto fare di necessità virtù. Volevo essere solo una collezionista come lo erano stati i grandi mecenati del passato.” La galleria indirizza sin da subito la propria linea sui movimenti internazionali di quegli anni: Arte Povera, Minimal Art, Land Art e Conceptual Art. Grazie proprio a Lia Rumma Napoli si apre al mondo dell’arte contemporanea internazionale. E nel 1999, desiderosa di espandersi e di rafforzare il suo lavoro, Lia apre una seconda galleria a Milano. Nel 2010 rinnova le due sedi ampliando gli spazi, a Milano apre un luminoso white cube su quattro livelli negli spazi dell’ex fonderia Battaglia. Intuito e lungimiranza sono le regole del gallerista vincente, qualità che non sono mancate a Lia Rumma, donna instancabile che ha saputo portare avanti con successo la sua galleria accettando le sfide del mercato e guardando ai linguaggi internazionali dell’arte. “Ho sempre guardato prima all’artista e poi al mercato. Per me gli artisti sono come dei compagni di viaggio verso la conoscenza”.

Marina Abramović via www.liarumma.it

Per quanto concerne il lavoro con Marina Abramović, l’artista è stata ospitata nella Galleria Lia Rumma di Milano nel dicembre del 2002 presentando la mostra Video Portrait Gallery 1975-2002. Mentre nella sede napoletana ha realizzato nel 2004 la performance Cleaning the mirror: il confronto con lo scorrere del tempo e con la morte concepita come passaggio spirituale sono le ricerche portanti di questa performance, la quale teatralizza la complementarietà tra vita e morte facendo relazionare il corpo dell’artista, veicolo di energie vitali, con uno scheletro simbolo di morte. Nel 2012 la galleria milanese ha ospitato un progetto inedito della Abramović With eyes closed I see Happiness che si interessa al concetto di durata e ad un rapporto ancora più intenso con il pubblico. Se nelle performance degli anni settanta abbiamo visto la performer sottoporsi a prove di resistenza fisica e psichica sfidando ogni limite e ogni tabù legato al corpo, oggi l’artista si interessa al concetto di resistenza temporale e a uno scambio più diretto con gli spettatori. Con With Eyes closed I see happiness l’artista invita a guardarsi dentro lasciando il mondo lontano da sé. La pratica ascetica di concentrazione sulla propria soggettività viene sottolineata da un’istallazione di un gruppo di 14 sculture poste su piedistalli di vetro che ripropongono un calco della testa dell’artista in cristalli di quarzo, riproduzioni fotografiche e poi il vuoto, preludio necessario per qualsiasi forma di meditazione.

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