Dal 15 giugno al 16 settembre 2018 uno dei mostri sacri della fotografia contemporanea è in mostra a Firenze.

Dal 15 giugno al 16 settembre, Villa Bardini ospiterà la mostra “Icons” di Steve McCurry, uno dei pilastri della fotografia contemporanea. La mostra è curata da Biba Giacchetti ed è organizzata da Photodepartments e SudEst57, promossa dal Comune di Firenze, la CRF e dalla Fondazione Parchi Monumentali Bardini e Peyron.

Firenze rende omaggio al celebre fotoreporter americano con una retrospettiva sui suoi 40 anni di carriera, nella quale verranno esposte oltre 100 dei suoi scatti più embematici.

    

 

Il percorso espositivo non è altro che un viaggio attraverso paesi come Afghanistan, Cuba, Birmania, Brasile, Giappone, India, Yemen e Tibet, solo per citarne alcuni.

Attraverso la macchina fotografica Steve McCurry presenta i contrasti dell’umanità, come dichiara lui stesso:

“Racconto la storia delle vittime, dei rifugiati, delle persone che devono abbandonare i propri beni, il proprio lavoro, la casa, il paese in cui sono nati. Sono sempre stato convinto che fossero i soggetti più deboli dell’umanità a poter raccontare grandi storie su quanto accade nel mondo”.

Ne scaturisce quindi uno spaccato sul mondo di oggi, multiculturale e multirazziale, in cui convivono volti con sfumature, lineamenti e colori differenti.

Photo by Paolo Sirtori

La curatrice della mostra Biba Giacchetti ha affermato che:

“Con le sue foto Steve McCurry ci pone a contatto con le etnie più lontane e con le condizioni sociali più disparate mettendo in evidenza una condizione umana fatta di sentimenti universali e di sguardi la cui fierezza afferma la medesima dignità. Con le sue foto ci consente di attraversare le frontiere e di conoscere da vicino un mondo che è destinato a grandi cambiamenti. La mostra inizia, infatti, con una straordinaria serie di ritratti e si sviluppa tra immagini di guerra e di poesia, di sofferenza e di gioia, di stupore e d’ironia. Sono le immagini da lui più amate, raccolte in una sorta di viaggio libero che parte da grandi sezioni di ritratti, affronta temi più seri, come le guerre, l’11 settembre, i monsoni e il terremoto del Giappone, per fondersi poi in sale più rasserenanti che ospitano immagini più poetiche, tratte dai grandi progetti di McCurry sulla spiritualità e sulla lettura’’.

Gli scatti di McCurry raccontano anche (e soprattutto) guerre e miserie. McCurry è stato il primo fotografo che è riuscito a mostrare le immagini della guerra in Afghanistan, proprio quando l’invasione russa  chiudeva i confini a tutti i giornalisti occidentali. Sono state queste foto in bianco e nero, cucite nei vestiti per riuscire a superare la frontiera, a dare inizio alla sua folgorante carriera.

All’interno del percorso espositivo viene, inoltre, proiettato un video, intitolato “Le massime di Steve McCurry” prodotto dal National Geographic,  in cui l’artista racconta il suo modo di intendere la fotografia. In India McCurry  racconta di aver imparato a guardare e aspettare la vita. “Se sai aspettare le persone si dimenticano della tua macchina fotografica e la loro anima esce allo scoperto”.

 

Se ve lo state chiedendo vi confermo che è presente anche lei, la foto che ha reso Steve McCurry famoso al grande pubblico. Si tratta della “ragazza Afgana” Sharbat Gula, che McCurry ha immortalato nel campo profughi di Peshawar in Pakistan e la cui foto fu pubblicata per la prima volta nel 1985 sul National Geographic Magazine. In riferimento ad essa Steve McCurry ha dichiarato in passato: “Ho capito che era un ritratto importante per la profondità del suo sguardo, che raccontava tutta la tristezza della condizione del popolo afgano costretto a vivere nelle tende di questi campi profughi”.

A corredo dell’opera viene presentato anche un filmato che racconta la ricerca fatta per ritrovare “la ragazza afgana” a 17 anni dallo scatto.

Che altro aggiungere, una mostra che non poteva essere più attuale, in grado di stimolare riflessioni e giudizi critici su un passato che ritorna e un futuro (triste e sconfortante) che è sempre più presente. Gli occhi dei ritratti di McCurry colpiscono per la loro carica emotiva e comunicano un profondo senso di umanità, la Grande Assente del nostro tempo (ma che sarebbe bene, invece, risvegliare).