Ogni anno numerosi professionisti provenienti dall’industria artistica si riuniscono a Barcellona per Talking Galleries, un simposio pensato per affrontare le sfide e le possibilità che si presentano al settore delle gallerie.

Nell’arco di due giorni si sono svolte presentazioni, tavole rotonde e networking che hanno affrontato cinque temi principali che ora andremo a conoscere.

Talking Galleries Barcelona Symposium 2018. © Xavi Torrent. Courtesy Talking Galleries.

1.La scala e i ritmi del settore della galleria sono diventati cancerosi per molti.

Si usa il termine “canceroso” non a caso considerando l’incremento anormale del numero e della velocità di transazioni, oltre all’aumento incontrollato dei prezzi delle opere. Secondo il gallerista Daniel Templon, se fino a 50 anni fa i collezionisti erano “noboder” – dottori, avvocati e dentisti, oggi, milionari e miliardari detengono il monopolio del mercato dell’arte. Templon ha continuato a sostenere che i compratori ora hanno così tanti soldi che il mercato “assorbe tutto”, incluse opere di artisti mediocri. Ma i collezionisti sono difficilmente l’unica fonte del problema. Lisa Schiff, art advisor, ha dichiarato che considera una parte fondamentale del suo ruolo “proteggere i [suoi] collezionisti” dai voraci team di vendita schierati dalle grandi gallerie, più intenzionati a superare una quota mensile piuttosto che soddisfare gli interessi del cliente. La gallerista di lunga data Ursula Krinzinger ha attribuito parte della colpa ai giovani galleristi stessi – o più precisamente, alle loro aspettative irrealistiche di successo. Sulla base della sua esperienza ha detto che nessun gallerista dovrebbe pianificare di realizzare un profitto prima di celebrare un intero decennio nel mondo degli affari. Eppure, a suo giudizio, molti dei suoi colleghi più giovani ora “vogliono essere milionari entro tre anni”. Questo orizzonte temporale ristretto porta ad un livello di aggressione che crea solo soldi e che distorce ulteriormente il mercato.

Takeaway: ci sono troppi acquirenti che generano troppo reddito e creano troppa domanda, con troppi galleristi – e, forse, troppi artisti – che diventano fin troppo disposti a soddisfarla con ogni mezzo necessario.

 

2.Diversi livelli di gallerie ora stanno giocando a giochi diversi con regole diverse.

Questo tema è stato affrontato a proposito del dibattito “Quale futuro per il mercato dell’arte a livello medio?”. Nel bel mezzo della discussione di cui sopra, Jean-Claude Freymond-Guth, la cui omonima galleria di medio livello ha chiuso l’anno scorso, ha implorato i suoi colleghi di smettere di modellare le loro piccole imprese su esempio delle mega-gallerie. Invece, raccomanda loro di “ridefinire [il loro] programma e lavorare al suo interno”.

Molti esperti suggeriscono che se il gallerista medio cerca di imitare i leader del settore facendo proliferare una flotta di spazi permanenti, esibendosi in ogni fiera d’arte, e generalmente comportandosi come se troppo non fosse mai abbastanza, il disastro probabilmente lo attende.

Lo stesso tema è stato trattato durante il dibattito “I cambiamenti nel mercato dell’arte online”. Qui, sia Sophie Neuendorf, la direttrice di Artnet’s Gallery Network, sia Saskia Clifford-Mobley, direttrice della galleria artistica di Artsy in Europa, Medio Oriente e Africa hanno convenuto che il successo di una galleria deriva dal ritagliarsi la propria identità e specifici obiettivi, in base ai quali studiare ed elaborare una presenza digitale che rifletta entrambi. Insomma, il consiglio è “non cercare di emulare un’altra attività, ma piuttosto capisci cosa rende unica la tua”.

Takeaway: Poiché seguire gli dei commerciali del settore galleristico non porterà necessariamente al Valhalla, creare una propria identità conta tanto quanto organizzare mostre e vendere opere. E fare la prima potrebbe essere la migliore strategia per poi fare il resto.

Keynote speaker Daniel Templon with Georgina Adam at Talking Galleries Barcelona Symposium 2018. © Xavi Torrent. Courtesy Talking Galleries.

3.L’industria artistica deve uscire dai suoi silos e creare “un’ ecosistema di scambio”.

La citazione è stata gentilmente concessa da Elizabeth Dee, fondatore / CEO di Gallerist e Independent Art Fair, ed è stata espressa nel bel mezzo di un dibattito intitolato “Ways of Collaborating Among Galleries.”

In breve, è stato proposto che i professionisti di medio livello dovrebbero pensare a creare nuove forme di partnership sostenibili e reciproche invece di ambire all’apice commerciale, arrampicandosi gli uni sugli altri. Non solo: a fianco di un sistema di networking orizzontale è fondamentale sviluppare anche uno scambio verticale. Infatti, se le gallerie più piccole e a rischio stanno sovvenzionando culturalmente entità più grandi e più sicure, è importante che queste entità leader abbiano la possibilità di supportare finanziariamente gallerie più piccole per il valore aggiunto all’azienda.

Il punto è che la vera relazione tra le gallerie a diversi livelli non deve essere competitiva, ma simbiotica. Senza gallerie più piccole che sviluppano artisti meno noti e collezionisti alle prime armi, il livello più alto del mercato perderà il sistema di feeder da cui dipende per la crescita a lungo termine. Se i leoni del mercato pensano di essere immuni dal pericolo, vale la pena ricordare che ogni specie è spacciata se le api muoiono.t

Takeaway: Senza la collaborazione orizzontale e verticale tra i partecipanti al mercato primario, l’intera struttura potrebbe trasformarsi in uno spazio di puro lusso.

4.La mancanza di trasparenza sta minando tutti, ma soprattutto i livelli più modesti del business.

L’opacità del mercato dell’arte è un tema di lungo corso che interessa tanto le vendite offline quanto quelle attraverso internet. Sull’opacità dell’online abbiamo alcune prove da parte di Artsy (tramite la raccolta dei sondaggi sulle gallerie del 2017), secondo cui i galleristi che si avvalgono dell’online aumentano le loro probabilità di effettuare vendite e persino di chiudere quelle vendite a prezzi più alti.

Per quanto riguarda l’offline la situazione è talmente torbida che Clare McAndrew ha osservato che la maggior parte delle banche tradizionali non prenderà in considerazione le richieste di prestito da parte delle gallerie, in parte a causa della nebbia permanente che avvolge l’intero business.

Servais, un investment banker per mestiere, sostiene che il mercato dell’arte ha un’etica peggiore rispetto all’industria finanziaria. E’ vero che una mancanza di trasparenza non garantisce necessariamente un cattivo comportamento, ma sicuramente lo incentiva.

Takeaway: l’apertura non è piacevole. Dati limitati e ampia esperienza dicono che è una strategia aziendale che può raccogliere premi per le singole gallerie di medio livello e il settore in generale.

Alex Logsdail of Lisson Gallery, David Juda of Annely Juda Fine Art, and Jorge Romero Parra of Parra Romero with moderator Carlos Urroz. © Xavi Torrent. Courtesy Talking Galleries

5.Attrarre nuovi segmenti di pubblico sarà fondamentale, ma in tal caso richiederà cambiamenti spiacevoli.

All’inizio delle sue osservazioni durante il summenzionato dibattito sul livello medio, il presidente di TEFAF, Nanne Dekking ha affermato che “il mercato dell’arte è l’unico in cui non stiamo attivamente raggiungendo i clienti che non abbiamo ancora”.

A livello commerciale interessante è l’osservazione di Servais che sostiene che alcuni suoi amici collezionisti sono soliti assumere consulenti d’arte solo perché hanno bisogno di “vendersi sul mercato” ai galleristi “come degni compratori”.

Ma la necessità di coinvolgere nuovi attori non vale solo per i collezionisti. Christy MacLear, Vice Presidente di Art Agency, partner ed ex capo della Fondazione Robert Rauschenberg, ha sottolineato che i musei universitari, con le iniziative rivolte agli studenti, possono svolgere un ruolo importante nella costruzione dell’eredità artistica e culturale.

La vera domanda è se i galleristi più “a rischio” siano pronti a impegnarsi per cambiare. Come ha osservato il presidente di Art Dealers Association of America e il partner di Cheim & Read Adam Sheffer, quasi nessun partecipante all’età di 50 anni sembra interessato a partecipare alle discussioni sul digitale o a carattere più tecnologico. D’altra parte queste discussioni hanno avuto molto successo tra i galleristi, professionisti, studenti e imprenditori più giovani e desiderosi di impegnarsi.

Takeaway: se la maggior parte dei galleristi di lunga data continuano ad aggrapparsi a mecenati e metodi familiari, allora il business dell’arte, come una volta ha detto il fisico Max Planck, non farà che “anticipare un funerale alla volta.” Ma in entrambi i casi la prossima generazione sarà pronta per salire e allungare la mano.

Christy MacLear, Adam Sheffer, and Hélène Vandenberghe discussing management of artists’ estates. © Xavi Torrent. Courtesy Talking Galleries.

Leggi l’articolo originale non tradotto qui